UNO STUDIO PER CONOSCERE, DAVVERO, IL LUPO IN ITALIA

di Alfonso Lucifredi

Il lupo è un animale sfuggente anche per chi lo studia. Per questo sta partendo un ambizioso progetto di monitoraggio, che perlustrerà tutta l’Italia.

23 Settembre 2020
Giovane lupo appenninico nella neve.

Giovane lupo appenninico. Foto di Cristiano Alessandro/Getty Images

Lupi da nessuna parte, lupi dappertutto: questi sono i due estremi entro i quali si è sviluppata, da cinquant’anni ad oggi, la narrazione (e la travagliata storia recente) del lupo in Italia. Un animale affascinante e iconico, ma anche poco conosciuto.

Legato a doppio filo alla tradizione folcloristica del nostro paese, il lupo è da sempre protagonista di infiniti racconti e storie popolari. Ad accrescere questa aura di animale così misterioso c’è il fatto che non sia mai stato facile da osservare. Il perché è semplice: si tratta di una creatura schiva e difficilmente avvicinabile, che vive in piccoli gruppi familiari e che è in grado di spostarsi di decine di chilometri nel giro di poche ore.

In Italia, in particolare, la sua storia travagliata ha reso difficoltosi gli studi sul suo stato di salute e di conservazione, soprattutto nel recente passato: il biologo Luigi Boitani e l’etologo Erik Zimen fecero una indagine nel 1973 che stimò l’esistenza di circa cento esemplari distribuiti in dieci diverse zone dell’Appennino. Fu solo quando si trovava a un passo dall’estinzione sul territorio italiano che il lupo divenne finalmente specie protetta grazie a un Decreto Ministeriale, il 23 luglio 1971. Da allora, complici vari progetti di conservazione, il progressivo abbandono di molte aree montane e il ritorno in grandi numeri di potenziali prede, il numero di esemplari ha vissuto una crescita esponenziale.

Trattandosi di una specie fortemente territoriale, i branchi non possono coesistere nella stessa zona, così nel corso degli anni si è ampliato l’areale di distribuzione.

Studiare il lupo è un lavoro difficile. Talvolta però capita di puntare i riflettori sul soggetto giusto


Oggi il carnivoro è presente in regioni in cui non si avvistavano lupi da tempi remoti, come il Veneto, il Trentino o il Friuli-Venezia Giulia. Una ritrovata abbondanza che rende necessaria una conoscenza maggiore dei numeri reali della presenza dell’animale sul territorio italiano, sia per motivi scientifici sia per questioni legate alla sua convivenza con gli esseri umani. Le stime attualmente disponibili sono incerte: si attestano intorno ai 2000 lupi sul territorio italiano, ma con una forbice amplissima, con possibilità di errore di centinaia di esemplari.

Studiare il lupo è un lavoro difficile. Talvolta però capita di puntare i riflettori sul soggetto giusto, come è stato con Slavc, un giovane maschio di lupo balcanico.

Nel 2012, Slavc aveva da poco abbandonato il suo branco per cercare nuovi territori dove cacciare e formare il proprio nucleo familiare, e venne radiocollarato in prossimità del confine tra Croazia e Slovenia per un progetto di ricerca europeo. Da allora si spostò per mesi, arrivando fino in Austria. Dopo circa 1150 chilometri, percorsi nel suo viaggio di dispersione alla ricerca di un nuovo territorio, si fermò in prossimità di Verona, nei boschi della Lessinia. Lì incontrò una femmina di lupo appenninico. Data la vicinanza con la città scaligera, i media decisero di battezzare questo esemplare Giulietta. Da questo primo contatto documentato tra lupi italici e balcanici nacque un nuovo branco, e le cucciolate nate negli anni a venire contribuirono a riportare la specie nel nordest d’Italia, dopo più di un secolo di totale assenza. Oggi, quasi tutti i lupi presenti in quelle zone sono discendenti della coppia e non avremmo tutte queste informazioni se all’origine non si fosse deciso di tenere d’occhio proprio Slavc.

Uno dei problemi delle ricerche sul lupo è la costante evoluzione del territorio e la difficoltà di monitorare i singoli esemplari, ma a partire da ottobre 2020 le cose dovrebbero migliorare. L’Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale (ISPRA) ha creato un sistema di campionamento che permetterà di ottenere stime molto più precise e dettagliate su numeri e distribuzione. Piero Genovesi, responsabile del Servizio Coordinamento Fauna Selvatica dell’ISPRA, afferma: «quello che rende questo studio diverso dagli altri è il fatto che per la prima volta verrà fatto un campionamento standardizzato, condotto all’unisono su tutto il territorio italiano».

Per realizzare un progetto così ambizioso, occorrerà uno sforzo massiccio: saranno coinvolti circa 4000 operatori di monitoraggio, appositamente formati per l’utilizzo di un sistema innovativo, basato su un campionamento probabilistico combinato con le tecniche più avanzate di studio della specie.

Saranno perlustrate circa mille celle di dieci chilometri quadrati ciascuna, distribuite in tutta Italia. «Le celle verranno studiate in vari modi: transetti, soprattutto raccolta di escrementi», racconta Genovesi, «ma nelle celle intensive cercheremo anche altri segni per concentrare poi la ricerca di escrementi dove è più probabile trovarli».

La densità verrà stimata con analisi dei dati tipo cattura-ricattura, ovvero identificazione genetica dell’individuo dalle feci e analisi dei dati di ritrovamento dello stesso individuo, per stimare il numero degli esemplari presenti.

«Lo studio contemporaneo di tutte queste celle» prosegue Genovesi «fornirà un campionamento statisticamente significativo sui numeri a livello nazionale». Gli operatori utilizzeranno inoltre una app sviluppata appositamente che si servirà di protocolli standard già utilizzati in altri paesi. Il campionamento sulle Alpi verrà condotto grazie al progetto LIFE WOLFALPS-EU, che coinvolge tutte le regioni dell’arco alpino, dalla Liguria al Friuli-Venezia Giulia. Lo studio completo su tutte le regioni italiane, che dovrebbe concludersi nel marzo 2021, è aperto anche ai contributi delle associazioni presenti sul territorio e disposte a partecipare con i propri volontari. I risultati verranno resi pubblici e illustrati nel dettaglio, per fornire una fotografia in tempo reale dello status del predatore in Italia.

Il lupo è un superpredatore, il che vuol dire che si trova in cima alla catena alimentare


Questo progetto servirà anche per comprendere meglio e imparare a convivere con una specie importantissima per l’ambiente. Il lupo è un superpredatore, il che vuol dire che si trova in cima alla catena alimentare del suo ambiente, e per questo motivo svolge un ruolo chiave nell’ecosistema. Una conoscenza più approfondita permetterà di tutelare la specie, ancora adesso vittima di frequenti uccisioni da parte dei bracconieri, e di gestire al meglio le predazioni sugli animali di allevamento. Per imparare a convivere con un animale che è da sempre parte del nostro immaginario e che farà sempre più parte della nostra realtà.

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Alfonso Lucifredi è un naturalista e giornalista scientifico. Dal 2018 fa monologhi teatrali sui grandi naturalisti del passato.

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