OPINIONE

COME NEVE AL SOLE

di Elisa Palazzi

Il riscaldamento globale altera gli equilibri delle Alpi. Non sono solo i ghiacciai a soffrirne: anche la neve sta diminuendo, con conseguenze sugli ecosistemi e sulle attività umane, anche in pianura.

15 Gennaio 2021

Tempo di lettura: 7 minuti

Massiccio del Gottardo, Svizzera. Foto di Jacopo Pasotti.

Le montagne rivestono un ruolo fondamentale nel clima e sono profondamente legate alle regioni a valle grazie ad alcuni servizi che gli ecosistemi di alta quota forniscono. Primo fra tutti, l’acqua: vere e proprie torri d’acqua per le regioni di pianura, le montagne sono una fonte di risorse idriche per il consumo umano, per uso agricolo, industriale, idroelettrico. Altri servizi importanti sono la purificazione dell’aria, la manutenzione dei versanti, l’impollinazione, la regimazione delle acque nei bacini montani.

Le montagne, però, sono anche estremamente vulnerabili al riscaldamento globale legato alle attività umane. Per una serie di meccanismi di amplificazione climatica, il riscaldamento globale è più accentuato in montagna, dove procede a un tasso doppio rispetto alla media globale.

Tra tutti gli elementi della montagna, quello forse più sensibile a questo aumento della temperatura è la criosfera, che comprende i ghiacciai, la copertura nevosa, il permafrost (terreni e rocce permanentemente gelati). Questi sono incredibili sensori naturali, le cui trasformazioni testimoniano le variazioni climatiche, sia lente che rapide, sulla Terra. Prendiamo il ritiro dei ghiacciai, un chiaro indicatore di quanto la temperatura sia aumentata negli ultimi decenni, e ancor più di quanto lo abbia fatto in fretta, tanto da essere percepibile nell’arco di pochi decenni. Sono ormai rari gli anni in cui la fusione del ghiaccio non supera l’accumulo della neve invernale, ciò dà luogo alla tendenza a lungo termine di ritiro dei ghiacciai.

Il riscaldamento globale è più accentuato in montagna, dove procede a un tasso doppio rispetto alla media globale.


Malgrado se ne parli di meno, anche la neve è sensibile alla temperatura, e risponde più rapidamente delle masse glaciali alle variazioni termiche. Quando fa più caldo, le precipitazioni cadono più spesso sotto forma di pioggia che di neve. Inoltre, la neve che si è già accumulata al suolo diminuisce il suo spessore, la sua estensione e la sua durata quando la temperatura sale. Come per lo stato dei ghiacciai, anche spessore, estensione e durata del manto nevoso vengono misurati con continuità inverno dopo inverno, per molti anni di fila, in modo da poter quantificare sia le variazioni tra un anno e l’altro, sia la presenza di una eventuale tendenza a lungo termine, indicativa di un cambiamento climatico forzato da qualche causa esterna.

Uno studio del 2018 ha mostrato come la riduzione dello spessore e della permanenza del manto nevoso stia interessando tutte le Alpi europee, in particolare sotto i 2000 metri di quota. E questo in risposta alla prevalenza di piogge e alla fusione del manto nevoso in estate, entrambi legati all’aumento della temperatura.

Ma perché preoccuparsi se la neve al suolo dura meno e fonde in anticipo? Uno dei cicli del sistema climatico più alterati dal riscaldamento globale è quello dell’acqua, strettamente legato alle regioni montane. Un effetto dell’aumento di temperatura è l’alterazione della portata stagionale dei torrenti e dei fiumi che portano l’acqua di fusione della neve fino a valle. Con l’anticipo della fusione primaverile si corre il rischio che l’acqua sia già terminata quando a valle la richiesta è maggiore, ovvero durante l’estate, quando fa caldo e si riducono le piogge. Questo richiede quindi una capacità di raccogliere e tenere da parte l’acqua di fusione quando c’è, affinché non vada “perduta”.

Giura basilese, Svizzera. Foto di Jacopo Pasotti.

La fusione anticipata della neve ha anche un effetto diretto sugli ecosistemi alpini; per esempio, porta a un anticipo della fioritura di alcune specie di piante, con effetti sugli animali che si nutrono delle erbette. Questo si traduce in sfasamenti degli ecosistemi stessi: un caso è quello degli stambecchi nel Parco Nazionale del Gran Paradiso, nelle Alpi nord-occidentali. L’abbondanza della popolazione di stambecchi adulti in questa regione è controllata dalla competizione tra gli stambecchi e dalla copertura nevosa. Si è visto che inverni con più neve hanno portato a un calo della popolazione di stambecchi: infatti, trovare cibo nelle poche zone libere dalla neve diventa più difficile, tanto più quanto la popolazione è numerosa. Negli anni in cui la copertura nevosa è stata minore, invece, la popolazione di stambecchi è cresciuta. Questo era vero fino al 1997: dopo questa data, nonostante inverni poco nevosi (a causa delle alte temperature), la popolazione di stambecchi è diminuita. Il motivo è che il numero di piccoli che sopravvivono è crollato. Ma perché accade questo? Tra le ipotesi, c’è proprio la fusione anticipata della neve, e la conseguente fioritura anticipata della vegetazione. Gli stambecchi infatti danno alla luce i piccoli all’inizio dell’estate: se la vegetazione cambia o anticipa la sua fioritura, in estate le madri non trovano erbe abbastanza fresche per produrre latte nutriente per i piccoli, che non sono in grado, così, di superare il primo inverno.

L’ambiente alpino può soffrire anche se in autunno la neve tarda ad arrivare: senza una coltre nevosa che fa da isolante termico, il suolo rischia di congelare, portando a un’alterazione del ciclo degli elementi nutritivi che si protrae fino all’estate. Con effetti a catena sull’ecosistema.

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Nei prossimi decenni la neve fonderà con sempre più anticipo: alle quote intorno ai 1500 metri, la fusione avverrà tra le cinque e le dieci settimane prima rispetto al periodo 1992-2012. Secondo uno studio del 2017, nel 2050 lo spessore massimo della neve sulle Alpi si sarà ridotto di più della metà rispetto ad ora. Altri studi mostrano che entro la fine del 2100 l’equivalente in acqua della neve (un parametro che dipende dallo spessore e dalla densità della neve, utile per avere una misura della quantità di neve caduta) sulle Alpi si ridurrà tra l’80 e il 90%, attorno ai 1500 metri di quota; a quote superiori la riduzione sarà minore, circa il 10%. Ma anche alle alte quote, le nevicate non saranno sufficienti a compensare gli effetti delle temperature più alte, anche se le precipitazioni invernali dovessero aumentare (come prevedono alcuni scenari).

In alcuni casi, le alte quote si scaldano di più rispetto a quelle inferiori, facendo ridurre o sparire un manto nevoso permanente […], con ripercussioni anche sulla dinamica dei ghiacciai.


Infatti, stiamo assistendo a un fenomeno noto come elevation-dependent warming (riscaldamento dipendente dalla quota): non solo il riscaldamento è più intenso e veloce nelle regioni di montagna (0,3 °C al decennio, rispetto agli 0,2 °C della media globale), ma può anche variare ad altitudini diverse della stessa montagna. In alcuni casi, le alte quote si scaldano di più rispetto a quelle inferiori, facendo ridurre o sparire un manto nevoso permanente là dove ce lo si sarebbe aspettato, con ripercussioni anche sulla dinamica dei ghiacciai.

Uno studio pubblicato nel 2020 mostra l’evoluzione della linea di equilibrio dei ghiacciai delle Alpi su un arco temporale di 2 secoli, dal 1901 al 2100. Questa linea separa la zona di un ghiacciaio in cui alla fine dell’estate resta parte della neve caduta nel corso dell’inverno precedente (detta zona di accumulo) dalla zona in cui la neve invernale fonde del tutto per il caldo estivo e la fusione può intaccare anche il ghiaccio pluriennale (la zona di ablazione). Con l’aumento delle temperature estive e la diminuzione delle nevicate invernali, la linea di equilibrio si è spostata verso l’alto e continuerà a farlo in futuro. E se si supera la quota più alta occupata da un ghiacciaio, il ghiacciaio è destinato a scomparire. Da oggi al 2100 potrebbe scomparire il 69%, l’81% o il 92% dei ghiacciai alpini, a seconda che le emissioni di gas serra si riducano molto, si stabilizzino, o aumentino.

Massiccio del San Gottardo, Svizzera. Foto di Jacopo Pasotti.

Che conseguenze ci saranno per chi vive o pratica la montagna, soprattutto d’inverno? Si stima che la linea della neve sicura per chi fa attività sciistiche salirà di 150 metri di quota per ogni grado di temperatura in più. Ciò significa che da qui al 2050 il numero di impianti sciistici italiani che possono garantire la neve sicura si ridurrà: del 12%, se la temperatura media globale aumenterà di 1 °C; del 27%, con un aumento di 2 °C. Con le temperature che aumentano, sciare diventerà più pericoloso o semplicemente impossibile. Il futuro della montagna dovrà passare attraverso investimenti più diversificati, che valorizzino un turismo diverso, legato alle tradizioni locali, alle aree protette: un turismo lento.

Le trasformazioni degli ambienti montani in risposta al riscaldamento globale stanno mettendo a rischio i servizi essenziali che dà la montagna: quelli ecosistemici, come l’acqua e i servizi di regolazione, ma anche servizi culturali, spirituali e ricreativi, in gran parte connessi alla dinamica del ciclo dell’acqua e della neve. Mantenere gli ecosistemi montani integri garantisce a tutti noi di avere a disposizione anche in futuro le risorse che ci fanno vivere bene e in salute, e di poter godere della bellezza unica della montagna, che è in grado di nutrire il nostro spirito.

Elisa Palazzi è ricercatrice presso l’Istituto di Scienze dell’Atmosfera e del Clima del CNR e docente di Fisica del Clima presso l’Università degli Studi di Torino; studia i cambiamenti climatici e i loro impatti nelle regioni di montagna. È autrice insieme a Federico Taddia del libro per ragazzi Perché la Terra ha la febbre? (Editoriale Scienza, 2019). È socia emerita del CICAP da gennaio 2021.

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