L’ARTE PER SOPRAVVIVERE

di Erica Villa

Intervista a Mary Mattingly, artista visionaria che propone soluzioni per diminuire la nostra impronta ecologica (e salvarci).

22 Gennaio 2021

Tempo di lettura: 6 minuti

Birdfarming, 2008. Foto di Robert Mann Gallery.

Saremo costretti, un giorno, a scappare da un pianeta che abbiamo rovinato con le nostre stesse mani? Quali oggetti essenziali porteremmo con noi? E se non potessimo più avere una casa come la intendiamo oggi, quali alternative avremmo? La statunitense Mary Mattingly ha risposto negli ultimi vent’anni a queste domande, offrendo soluzioni specifiche e prototipi architettonici su cui costruire la nostra ricerca di una vita migliore. Le sue opere sono ispirate a un futuro nomade e al concetto di sopravvivenza e sostenibilità, utilizzando tecnologie indossabili, sculture viventi e partecipative ed esplorando il significato profondo di casa e degli oggetti che essa contiene.

Profondamente segnata da un’infanzia passata in una cittadina a due ore da New York dedita all’agricoltura, dove l’acqua potabile era inquinata da pesticidi come il DDT e l’acqua pulita la vera priorità, l’artista attivista ha iniziato a costruire sculture portatili come soluzioni alla difficoltà di accesso ai bisogni primari, in particolare dopo aver appreso della privatizzazione dell’acqua di Bechtel in Bolivia. Nel 2001 ha iniziato a costruire case da indossare che potevano diventare delle tende, con sistemi di purificazione dell’acqua realmente funzionanti prodotti con materiale di scarto incorporato nelle maniche.

«Il mio lavoro propone un mondo tornato alle radici nomadi, quando gran parte della popolazione mondiale sarà costretta a migrare. Mi concentro sulla creazione di ambienti indossabili basati sull’ingegneria e la scienza e fusi con la fantasia». Dopo aver seguito da vicino lo sfruttamento dell’acqua e la privatizzazione in tutto il mondo da parte di grandi aziende, nel 2006 la sua attenzione si spostò sul porto di New York. L’artista, che riteneva di poter trovare nell’arte la risposta a una situazione ambientale in rapido peggioramento, decise di costruire un’isola galleggiante, completamente autosufficiente, che le avrebbe permesso di vivere in un modo che rispondesse alla sua etica. Come si può immaginare la realizzazione di un progetto del genere, nel porto di New York, ha richiesto lunghi (e snervanti) anni di trafile burocratiche e compromessi, alla fine dei quali l’opera Waterpod ha potuto finalmente vedere la luce. Un rifugio galleggiante, mobile e nomade, scultoreo ed ecologico, inteso come alternativa agli spazi abitativi attuali e progettato per adattarsi alle maree in aumento.

«Il mio lavoro propone un mondo tornato alle radici nomadi, quando gran parte della popolazione mondiale sarà costretta a migrare»

The Waterpod Project, 2009. Foto di Mary Mattingly.

L’opera è stata costruita quasi interamente attingendo alla catena dei rifiuti e a un’economia di baratto. «La creatività di questo atto onnicomprensivo di costruzione di sistemi di riciclo e riuso, di ponte tra le burocrazie e che mi ha portata a vivere per cinque mesi su una nave, ha davvero cambiato la mia prospettiva di ciò che era o meno possibile e radicato il mio desiderio di creare spazio per un cambiamento».

A partire dall’estate del 2009, la nave ha navigato lungo l’East River, esplorando le acque del porto di New York e attraccando in diversi moli di Manhattan, sull’Hudson, prima di proseguire. Oltre 200.000 persone l’hanno visitata mentre si trovava nel porto di New York, come simbolo dell’importanza critica dell’ambiente e dell’arte, modello per nuove forme di vita, tecnologie DIY, arte e dialogo. Waterpod è stato sede di interazioni positive tra le comunità pubbliche e private, artistiche e sociali, acquatiche e terrestri, esplorando la ricchezza culturale dei cinque distretti di New York e non solo. «Il progetto ha incarnato l’autosufficienza e l’intraprendenza, l’apprendimento e la curiosità, l’espressione umana e l’esplorazione creativa».

«Se la gente portava a bordo oggetti usa e getta, dovevamo trovare rapidamente un modo per conservarli o riutilizzarli»


La Mattingly ha vissuto per mesi senza poter accumulare, sostanzialmente, alcun tipo di oggetto che non fosse strettamente necessario. Questa esperienza ha avuto un grosso impatto e ha innescato la scintilla per nuove ricerche e opere. «Waterpod non aveva spazio per la spazzatura o il superfluo. Se la gente portava a bordo oggetti usa e getta, dovevamo trovare rapidamente un modo per conservarli o riutilizzarli». Quando il progetto si è concluso (con i permessi è riuscito a stare in uno spazio pubblico solo per sei mesi), Mary si è trovata di fronte tutti gli oggetti che erano rimasti a bordo e ha deciso di rimetterli in circolazione. «Ne ho dati via un po’ e ho impacchettato il resto in grandi monumenti». Prima di impacchettarli ha fatto delle ricerche sulla loro storia, e li ha raccontati minuziosamente in un giornale online, scansionati uno a uno. L’artista si è poi concentrata sui pochi oggetti che ha lasciato fuori dai pacchetti, quelli essenziali, compresa la sua macchina fotografica. Voleva capirne i singoli componenti e le relative storie, dall’estrazione dei minerali utilizzati, alla produzione e agli scarti industriali.

Pull, 2013. Foto di Mary Mattingly.

Una volta tornata a casa ha catalogato anche tutti i suoi oggetti personali e tracciato il loro percorso, dalle materie prime fino alla catena di fornitura globale che li ha portati nella sua vita. Li ha poi legati con lo spago in massi pesanti che ha trascinato in performance pubbliche.

La Mattingly ha scelto di svolgere una di queste performance sul ponte di Bayonne, perché era stato appena approvato il permesso per aumentarne l’altezza, in modo che navi portacontainer più grandi potessero passare sotto con facilità. Così facendo, si era eliminata una precedente barriera alla quantità impressionante di oggetti che potevano essere portati a Port Newark, servendo l’intera costa orientale attraverso il Midwest. «La passeggiata è stata una celebrazione simbolica del ponte così com’era, un fastidio per l’industria navale e un naturale rallentamento dell’economia e dei porti di New York».

Visitatori a bordo di Swale, Brooklyn Bridge Park, 2017. Foto di Kat Kiefert.

«L’arte partecipativa è generativa, è il luogo in cui avviene il co-apprendimento. Swale e Waterpod sono stati progettati e ridisegnati a partire dagli input che le persone hanno dato quando sono arrivate, portando le loro esperienze».

Swale è (tutt’oggi) una chiatta riutilizzata per contenere un orto galleggiante, un furbo escamotage per poter realizzare ciò che sulla terraferma è proibito. In una città dove una persona su tre vive in quello che è considerato un deserto alimentare, Swale punta l’attenzione sull’emarginazione sociale e la privatizzazione, su sussidi e industrie alimentari. «Coltivare o raccogliere cibo su terreni pubblici a New York è illegale da quasi un secolo, Swale è un’opera d’arte pubblica provocatoria che ha usato le leggi sull’acqua come una scappatoia, essendo una piattaforma dove chiunque può raccogliere cibo fresco gratuitamente».

In una città dove una persona su tre vive in quello che è considerato un deserto alimentare, Swale punta l’attenzione sull’emarginazione sociale e la privatizzazione.


L’opera, come strumento per l’agricoltura rigenerativa in un centro urbano, ha spinto l’artista a pensare ad altri oggetti che si trovano tra arte e scienza e tra agricoltura e diritto e l’ha portata a fondare la Ecotopian Library, un incrocio tra una mostra contemplativa e una biblioteca di strumenti che contiene libri e oggetti interattivi combinando discipline forestali, botaniche, artistiche, letterarie, filosofiche e geologiche. «È uno spazio a cui sentivo disperatamente il bisogno di accedere, e questo è probabilmente ciò che mi ha spinto a iniziare a costruirlo. I visitatori hanno contribuito con storie, oggetti, file digitali, esperienze o libri per costruire un kit di strumenti per un futuro più rigenerativo all’interno del cambiamento climatico». Nel gennaio 2020 è stata creata la prima versione di Ecotopian Library presso l’Università del Colorado, a Boulder.

La crisi climatica, le migrazioni, la mancata sostenibilità e il capitalismo sono fenomeni strettamente legati, fra l’altro, all’attività delle industrie estrattive che si accordano con i governi per controllare le pratiche agricole e l’uso dell’acqua, «per i quali gli Stati Uniti hanno un ruolo importante, così come la Banca Mondiale e il Fondo Monetario Internazionale. Mi rivolgo a scienziati e insegnanti per conoscere a fondo tutte queste interconnessioni».

Mary Mattingly. Foto di Rebekah Schott.

L’arte per Mary Mattingly è espressione e al tempo stesso strumento, l’occasione per puntare l’attenzione su aspetti che necessitano di un intervento urgente da parte dei governi ma anche della cittadinanza. «Per me è filosofia perché pone domande e chiede alle persone di mettere in discussione tutto: il nostro ambiente, le nostre scelte, le nostre convinzioni, solo che non si basa unicamente sul linguaggio parlato o scritto». L’arte si interroga sulle relazioni tra i materiali e gli spazi, ispirando soluzioni che possano cambiare prospettive e percezioni. L’opera d’arte pubblica è una parte molto importante di una società e di una comunità, secondo l’artista. «Diventa la piattaforma dei cittadini, un luogo dove poter creare e spingersi oltre, il più lontano possibile, diventando catalizzatori di trasformazione sociale».

Erica Villa ha una laurea in biologia e un master in comunicazione della scienza. Dopo aver lavorato per anni alla comunicazione biomedica è rimasta irrimediabilmente affascinata dalla terra ibrida dell’arte e scienza e dal 2017 si diverte un mondo a lavorare con e per i giovani a Science Gallery Venice, parte del network mondiale di gallerie universitarie di arte e scienza, per la quale è responsabile della programmazione.

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