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ALGHE E RESILIENZA IN MADAGASCAR

di Jacopo Pasotti

Nel sud del Madagascar, per far fronte alla riduzione delle riserve ittiche le comunità stanno sperimentando la coltivazione di alghe (da cui si estrae un gelificante usato in yogurt e cosmetici). Una strategia di adattamento al mondo che cambia, che dà nuove possibilità ai pescatori e favorisce l’occupazione femminile.

27 Gennaio 2021

Tempo di lettura: 2 minuti

Il Madagascar sta affrontando molte sfide, da quella ambientale a quella sociale. È uno dei paesi più poveri del mondo, con oltre il 75 per cento dei nuclei familiari del paese che vive sotto la soglia della povertà. La sopravvivenza quotidiana di una gran parte della popolazione malgascia dipende dall’uso delle risorse naturali. Ma quasi tutte le risorse disponibili sono sotto stress: c’è un alto tasso di deforestazione e di distruzione degli habitat, incendi (molto spesso appiccati per fini agricoli), erosione e degrado del suolo, sfruttamento eccessivo di risorse come la caccia e la raccolta di specie vegetali selvatiche o, infine, l’introduzione di specie aliene.

A tutto ciò si aggiunge la pesca artigianale, un’importante fonte di reddito e sussistenza, che soffre soprattutto della pesca eccessiva, ma anche del degrado delle barriere coralline. Non si può però dire che popolazione e governo non stiano cercando di conservare e quando possibile di ripristinare le risorse naturali. Alcuni villaggi costieri, a questo riguardo, sono molto attivi e ciò ha portato il governo a creare un sistema di riserve marine nella speranza di salvaguardare la biodiversità marina e garantire che i mari rimangano produttivi.

Nel piccolo villaggio costiero di Tampolove, nel sud del Paese, i pescatori hanno cercato soluzioni per adattarsi al cambiamento. E forse una l’hanno trovata: il villaggio ha formato una comunità e ora sperimenta l’acquacoltura, in particolare la coltura di un’alga rossa, la Kappaphycus alvarezii. Da quest’alga si estrae la carragenina, un gel utilizzato nell’industria alimentare e cosmetica. Il mercato della Kappaphycus alvarezii cresce e la sua produzione, si spera, può essere sostenibile.

Grazie alla introduzione dell’acquacoltura le donne del villaggio hanno assunto un ruolo centrale nella economia. Sono coinvolte nelle decisioni e nella pratica della coltivazione, raccolta, e vendita del prodotto. Alcune di esse hanno assunto ruoli di rilievo all’interno delle associazioni che gestiscono la coltura di alghe e di altri prodotti.

Più recentemente è stata introdotta anche la coltura, sempre gestita in modo comunitario, di cetrioli di mare. Tutto ciò è avvenuto anche grazie al supporto di organizzazioni non governative e della vicina Università di Toliara. «Grazie ai nostri studi e alla formazione dei pescatori, le comunità hanno capito che avevano bisogno di cercare alternative alla pesca», spiega Gildas Todinanahary, dell’Istituto di pesca e scienze marine dell’Università di Toliara. «Stiamo ora cercando di introdurre la coltivazione di coralli e cavallucci marini».

Nel video di Ross Ziegelmeier e Jacopo Pasotti, una testimonianza dei pescatori di Tampolove.


Questo progetto ha ricevuto il sostegno del finanziamento del programma Innovation in Development Reporting Grant Programme gestito dallo European Journalism Center.

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Jacopo Pasotti è un giornalista, fotografo e scrittore di temi legati all’ambiente. Dal Polo nord all’Antartide, dall’Indonesia all’Amazzonia, racconta di società umane e di natura.

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