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ACACIE

SALUTI DALLA VAL BORBERA

Testo e fotografie di Maurizio Carucci

ACACIE racconta la ricerca di modi per vivere, produrre e viaggiare in modo più sostenibile, tra suggestioni, immagini e paesaggi.

22 Febbraio 2021

Scrivo da una piccolissima parte del mondo.

Piccolissima veramente.

Talmente piccola, che a viverci, non c’è nessuno oltre me, la mia compagna Martina, tre cani da pastore, tre gatte, due asine, un cavallo e una lunga serie di galline e anatre.

Intorno a me alberi. Crinali.

Versi di animali.
Cani che abbaiano in lontananza.
Ruderi in pietra diroccati.

Fuoco.
Cavoli sotto la neve.

Trattori.
Torrenti.

Buio.
Silenzio.

Aria polare d’inverno.
Aria desertica d’estate.

A vent’anni mi sono separato dalla città, ma siamo rimasti amici.
A venticinque ho cominciato a lavorare in agricoltura ed è ciò che faccio tutti i giorni.
Mi capita di andare fuori, a portare il mio vino in giro per l’Italia, scrivere o fare musica.
Ma io rimango sempre un individuo accoppiato con la terra, coniugato, ovunque io sia, qualsiasi cosa faccia.


Il posto in cui vivo è una borgata abbandonata da mezzo secolo, si chiama Cantine di Figino e si trova in Piemonte, in provincia di Alessandria.
Nel mezzo del territorio delle quattro province, confina con Genova, Pavia, Piacenza, Alessandria.
Dove comincia l’Appennino.

La mia valle è una foresta, poche case, molti animali selvatici, qualche chiesa, paesi sparuti.
Casa mia, la borgata in cui vivo e che insieme a Martina abbiamo recuperato quasi interamente, è un luogo in cui si faceva il vino già dal 1600, una lingua di piccoli ruderi, adibiti a cantine per fare il vino.
Alle Cantine di Figino, una volta si veniva per tagliare del salame, ballare, bere del gran vino dalle botti di legno, fare l’amore.
Dista circa tre chilometri dal paese di Figino ma è un posto talmente bello che chi si sposava a Figino, spesso veniva in viaggio di nozze qui.

Da una decina di anni abbiamo ripreso a fare il vino, a lavorare la terra e siamo diventati una comunità, infatti “alle Cantine” è sorta Cascina Barbàn, il collettivo agricolo che ho avuto la fortuna di fondare e che in questo momento è formato da due famiglie, sei persone.

Vivo in un posto piccolo, come potrebbe essere un appartamento, un residence, un piccolo albergo.
Piccolissimo e potentissimo.
Parto da qui per andare a lavorare a piedi, oppure per scrivere qualcosa o per fare un viaggio.
Nei miei viaggi a piedi, parto spesso da casa mia.
Parto da qui anche per non muovermi.

Intorno a me è tutto chiaro.
È tutto oliato.
Donne, uomini, animali e vegetali.
La vita, la morte.
È tutto un cinema.

In un mondo gigantesco, fatto di America e Cina, di India e Europa, ho trovato casa in questo luogo lontano.
Una casa e una vita.
Scrivo il primo articolo di questa rubrica insieme a due lampade accese, un tè, a due gatti sdraiati sul divano.
In sottofondo suona l’immenso Nils Frahm, la stufa è accesa e Balena, un cane da pastore incrocio tra Maremmano e Pirenei, dorme e ascolta la musica con me e il rumore dei tasti del pc.

Nevica.
Pettirossi in cerca di cibo.
Legna che scoppietta.
Piante che dormono.
Mi sento dentro.

Arriva il postino, mi chiudo la giacca per bene, esco sotto la neve, faccio due chiacchiere con Fabio il quale mi consegna Quattro pagine, il giornale della mia valle.
Rientro a casa, bevo un po’ d’acqua e ritorno alla tastiera.

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In questa epoca di mezzo, ho avuto molto tempo per scrivere, per pensare.
Tutto sommato questa pandemia ha avuto anche una sua utilità, penso.
Oltre i morti e le sofferenze, oltre le limitazioni delle libertà individuali, questa sciagura, può essere letta anche come un messaggio.
Una fortuna, pure.
Questo virus parla di noi, della società che abbiamo costruito, dei nostri costumi, delle nostre abitudini.
Dei nostri fallimenti.
Tutto è collegato.

In valle da me i contagi sono pochi, negli alimentari entrano al massimo due persone, a volte si forma un po’ di coda all’ingresso.
I trattori continuano a lavorare, noi continuiamo a potare, a piantare alberi, a travasare il vino.
Quando serve ci mettiamo la mascherina, ma in generale, per alcuni versi, continuiamo a vivere come sempre.
Alla campagna non importa se c’è una pandemia in corso o se c’è la guerra, in un certo senso è spietata. La primavera in qualsiasi caso esplode, e offre vita a chiunque la frequenti.

Il posto in cui vivo è motivo e alleato rispetto a ciò che faccio.
Qualsiasi cosa io pensi o faccia, è sempre in relazione al luogo in cui sono, al posto che sono.
Mappa e terra.

Praticamente sono entrato fisicamente dentro ad alcune visioni, dentro ad alcuni sogni.
Penso, scrivo e faccio nel e per il luogo e divento luogo.
Sono un posto che si relaziona ad altri posti, e che insieme formano un posto ancora più grande chiamato pianeta terra.
Non ci siamo accorti forse, che noi apparteniamo a lui.
Non il contrario.

Il nostro pianeta è qui, il mio paese è qui.
Il quartiere è qui, il condominio è qui.
Partire da qui è un atto geografico, ma anche politico.
Siamo tutti politici, mia nonna è senatrice, mia madre ministra, io faccio il portaborse e mia sorella sta al senato.
Siamo tutti politici e tutti abbiamo preso un voto, il nostro.
Abbiamo tutti vinto le elezioni, quando siamo nati.

Maurizio Carucci. Foto di Federico Fallabeni.

Maurizio Carucci è un agricoltore, viaggiatore e cantautore. È il frontman degli  Ex-Otago, gruppo musicale indie pop genovese. Dal 2011 lavora al progetto agricolo collettivo Cascina Barbàn, in Val Borbera.

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