IL RUMORE DELL’ESTINZIONE

di Davide Michielin

La biodiversità si riduce a un ritmo sempre più veloce. Un compositore sta registrando i suoni degli ecosistemi a rischio, per tramandarli alle generazioni future.

23 Settembre 2020

David Monacchi ascolta i suoni di una foresta tropicale nello SPACE (Soundscape Projection Ambisonic Control Engine), creato presso il Conservatorio Rossini di Pesaro. Lo SPACE è stato inaugurato nel 2013 per l’ascolto di composizioni elettroacustiche ed ecosistemi sonori riprodotti con tecnica ambisonica, attraverso il sistema di 21 altoparlanti disposti sfericamente intorno agli ascoltatori. Foto di Elisabetta Zavoli per Radar Magazine.

Tra il 1970 e il 2016 non balla nemmeno mezzo secolo. Eppure, in quello che per la storia del pianeta è un battito di ciglia, le popolazioni di animali vertebrati (mammiferi, uccelli, anfibi, rettili e pesci) si sono ridotte in media di oltre due terzi. Il più recente aggiornamento del Living Planet Report, stilato dal WWF in collaborazione con la Società Zoologica di Londra e che considera l’abbondanza di quasi 21.000 popolazioni, non lascia spazio a dubbi. Ogni giorno intorno a noi si consuma una vera e propria ecatombe, prova provata di quella sesta estinzione di massa che un numero crescente di scienziati considera ormai realtà.

A differenza delle precedenti, quella in corso è la prima causata più o meno consapevolmente da un abitante del pianeta. Globalizzazione, crescita demografica e sfruttamento delle risorse naturali annientano la biodiversità a qualunque latitudine, ma hanno un effetto ancora più profondo proprio nelle regioni dove l’evoluzione si è sbizzarrita di più. L’interazione di più fattori – come la stabilità delle condizioni, il tempo evolutivo e la maggiore produttività – hanno plasmato infatti un gradiente latitudinale di biodiversità: la ricchezza di specie è massima all’equatore e diminuisce con regolarità verso i due poli. Non a caso, tra le popolazioni considerate nel rapporto del WWF, le più colpite abitano le regioni tropicali delle Americhe, le cui dimensioni hanno fatto registrare un declino del 94%.

Con l’obiettivo di tramandare ai posteri alcuni frammenti di questi ecosistemi in rapida trasformazione, da due decenni David Monacchi si aggira per le foreste pluviali di Amazzonia, Africa e Borneo per registrare i suoni delle foreste primordiali.

Sentivo l’esigenza quasi mistica di connettere le altre persone con la natura.


Docente di musica elettroacustica presso il Conservatorio Gioacchino Rossini di Pesaro, Monacchi si è avvicinato all’ecoacustica in maniera istintiva. Se durante il giorno coltivava la passione per la musica medioevale e rinascimentale, nel bel mezzo della notte il giovane Monacchi fuggiva in campagna per registrare i suoni della natura. «Tutti i fornai della zona mi conoscevano ormai per nome» ricorda divertito il compositore, per poi spiegare che «ero alla ricerca compulsiva del paesaggio sonoro ideale, privo di interferenze antropiche. Non mi interessavano né la bellezza né il singolo canto dell’assiolo o della civetta quanto catturare una successione ordinata di diversi rumori. In fin dei conti che cos’è la musica se non un insieme strutturato di suoni?». Queste lunghe registrazioni continue, della durata di diverse ore, assunsero un senso quando iniziò ad avvicinarsi allo studio e alla composizione della musica elettronica. Nella regressione alle forme elementari del suono, melodie e ritmi lasciarono il campo a frequenze e spettrogrammi. «Parallelamente, sentivo l’esigenza quasi mistica di connettere le altre persone con la natura. Nel 1991 riuscii a organizzare a Urbino il mio primo spettacolo. In una sala completamente buia, fatta eccezione per la luce di una candela, proposi al pubblico la registrazione di una tipica giornata primaverile sul Montefeltro. Una pazzia, considerato che all’epoca avevo a disposizione appena quattro altoparlanti» sorride Monacchi.

David Monacchi lavora alla postazione informatica dello SPACE (Soundscape Projection Ambisonic Control Engine). Monacchi da quasi vent’anni lavora a Frammenti di estinzione, un progetto che registra con tecniche tridimensionali innovative i suoni delle foreste tropicali di tutto il mondo. Foto di Elisabetta Zavoli per RADAR Magazine.

Se un primo solco era già stato tracciato, il percorso del compositore viene definitivamente segnato nel 1998 quando approda, grazie a una borsa di studio, all’Università Simon Fraser di Vancouver. Qui entra in contatto con il gruppo del World Soundscape Project guidato da Murray Schafer. «È stato esaltante confrontarsi con i massimi esperti di paesaggi sonori. Il loro archivio raccoglieva vent’anni di registrazioni, alcune delle quali contenevano suoni definitivamente scomparsi come i dialoghi di lingue indigene estinte» prosegue Monacchi. Una volta ritornato in Italia, la militanza in Greenpeace fece il resto, facendogli conoscere l’ipotesi della sesta estinzione di massa.

La scomparsa di ogni specie lascia un vuoto negli ecosistemi, non solo in termini ecologici ma anche sonori.


La decisione di intraprendere quello che sarebbe divenuto il progetto Fragments of Extinction (Frammenti di estinzione) è maturata in maniera spontanea. «Volevo far conoscere al pubblico il tema della sesta estinzione di massa attraverso i suoni. La scomparsa di ogni specie lascia un vuoto negli ecosistemi, non solo in termini ecologici ma anche sonori. Per realizzare questa missione, dovevo recarmi nei luoghi a più alta biodiversità del pianeta» aggiunge il compositore. Nell’ambito della campagna Foreste di Greenpeace, nel 2002 Monacchi visita un angolo di foresta vergine dell’Amazzonia. «Dormivo in un’amaca nella stazione di posta lungo il Rio Negro. Il mio coinquilino era tale Zé Roberto, incaricato di pulire le chiatte» ricorda Monacchi. «La prima notte venni svegliato alle 5 di mattina da un vero e proprio inferno vocale di basse frequenze. Nella concitazione del momento, inserii al contrario le batterie del preamplificatore, rischiando di bruciarlo. Per fortuna, c’erano all’interno dei fusibili di ricambio, altrimenti avrei dovuto fare 20 ore di navigazione fino a Manaus per sostituirlo» confessa il compositore.

(A sinistra) Un microfono a “testa microfonica” (i microfoni sono installati nella posizione delle orec­chie) per la registrazione dei suoni con la tecnica binaurale. Era la prima tecnologia con cui Monacchi ha iniziato il progetto Frammenti di estinzione. Foto di Elisabetta Zavoli per RADAR Magazine.

(A destra) Oggi vengono usati microfoni di diverse tipologie contemporaneamente, tra cui i microfoni sferici. Queste tecnologie sono “spazio-conservative” ovvero registrano anche l’informazione spaziale. Foto di Elisabetta Zavoli per RADAR Magazine.

Le registrazioni successive lo ripagheranno degli sforzi, soprattutto quelle catturate al tramonto. «Il primo dusk chorus è stato folgorante. In appena un’ora e mezza si susseguivano una dozzina di situazioni sonore completamente differenti» riprende Monacchi. A questa prima esperienza ne seguiranno altre, costringendo il compositore a tornare sui libri per definire con precisione i limiti del progetto. Le foreste devono ricadere nella fascia equatoriale, tra 5° nord e 5° sud di latitudine. Inoltre, i dintorni dei siti papabili devono essere il più possibile indisturbati, non solo dalle attività umane presenti, ma anche da quelle passate. «Le foreste equatoriali sono il laboratorio perfetto per fotografare l’ordinata regolarità dei suoni: sono luoghi incontaminati a elevatissima biodiversità, nei quali le ore di luce e di buio si equivalgono, e con una stagionalità pressoché assente» spiega il compositore.

Immergersi in questi ambienti equivale ad addentrarsi nel passato.


Con il trascorrere degli anni, l’impiego di sistemi microfonici si moltiplica esponenzialmente per catturare perfino le frequenze ai confini dell’udito umano. Allo stesso tempo, anche la tecnologia di registrazione progredisce: dalla spedizione del 2008 nella foresta del Congo Monacchi adotta un approccio tridimensionale per catturare l’intera informazione acustica sferica, che raffinerà in due spedizioni successive nel Borneo. Nel 2016 è la volta del bacino del fiume Yasuní. In questo angolo sperduto dell’Ecuador la foresta amazzonica incontra la cordigliera delle Ande. «Si tratta verosimilmente del sito a più elevata biodiversità del pianeta, nel quale si concentrano quasi 600 specie di uccelli e più di 10 mila specie di insetti. Questo trionfo della natura è minacciato dalle prospezioni geologiche poiché il suo sottosuolo è ricco di petrolio: potrebbe essere questione di tempo prima che venga distrutto irreversibilmente» spiega Monacchi.

Per certi versi, immergersi in questi ambienti equivale ad addentrarsi nel passato. Le foreste pluviali sono infatti gli ambienti più integri e meglio conservati del pianeta. E dunque, i più antichi. Per questo motivo la prossima campagna si terrà nel bacino del fiume Maliau, situato nel Borneo nordorientale. «Qui la foresta pluviale raggiunge un’età di 130 milioni di anni ed è circondata da una corona di monti che l’ha isolata per gli ultimi 5 milioni di anni. Sarà come entrare in una macchina del tempo: evoluzione e selezione hanno potuto agire indisturbate per un tempo così lungo da precedere perfino l’estinzione dei dinosauri» sostiene il compositore. Aneddoti e resoconti dettagliati delle spedizioni finora condotte sono stati raccolti nel libro L’Arca dei Suoni Originari (Mondadori, 2019).

David Monacchi campiona i suoni della foresta amazzonica.

Monacchi campiona i suoni della foresta, tra le radici di un grande albero, con tre sistemi microfonici a Yasuní, Amazzonia, Ecuador, nel 2016. Foto di Alex d’Emilia.

La cattura dei suoni rappresenta però solamente una parte della missione del progetto Frammenti di estinzione. L’altra metà consiste nel mettere a disposizione di tutti queste impronte di ecosistemi antichi. Per fare ciò, serve uno spazio con caratteristiche diverse da quelle che richiede l’ascolto della musica, per ottimizzare la riproduzione ecoacustica: serve un ambiente isolato dall’esterno e con un’acustica perfetta, data con un elevato numero di altoparlanti equidistanti tra loro e dal centro. Il pubblico deve trovarsi in posizione rialzata rispetto al piano del suono. Meglio ancora se al buio, non solo per evitare distrazioni ma anche «perché nel cuore della foresta possedere un buon udito conta molto di più che una vista acuta: uccelli, anfibi e insetti mappano il territorio con i suoni» aggiunge Monacchi. Nel 2013 viene inaugurata all’interno del conservatorio di Pesaro la prima sala in perifonia sferica stabile, una struttura semi-sferica che si presta a tre tipologie di esperienze: una più immersiva, una più educativa ed un’altra più creativa.

David Monacchi al centro dello SPACE.

David Monacchi al centro dello SPACE (Soundscape Projection Ambisonic Control Engine) creato presso il Conservatorio Rossini di Pesaro. Il punto centrale della stanza è il luogo in cui la qualità dell’ascolto è massima. Foto di Elisabetta Zavoli per RADAR Magazine.

Il sogno del compositore era però quello di creare uno spazio mobile. E così, due anni più tardi vede la luce il primo prototipo di un teatro ecoacustico smontabile al MUSE di Trento, seguito nel 2017 da una struttura di dimensioni maggiori al museo “Naturama” di Svendborg, in Danimarca. L’ultimo tassello in ordine di tempo, nonché il più ambizioso, consiste nell’inaugurazione della Sonosfera, avvenuta nel gennaio del 2020 e resa possibile grazie ai fondi europei stanziati per Pesaro Città Creativa della Musica UNESCO. Questo anfiteatro mobile di forma sferica, del diametro di 9,5 metri e un peso di 16 tonnellate, ospita oggi fino a 60 persone ed è accessoriato con 45 diffusori audio di avanguardia. Compreso uno schermo a 360° che permette di visualizzare in tempo reale gli spettrogrammi e gli spaziogrammi.

«Frammenti di estinzione non ha la pretesa di misurare o monitorare attraverso i suoni la perdita di biodiversità. Considerato il lavoro che ogni giorno compiono ecologi e bioacustici, sarebbe inutile. Piuttosto, la priorità del progetto consiste nel salvare il maggior numero di impronte sonore. E di farlo il più velocemente possibile, per tramandare alle future generazioni alcuni frammenti di intelligenza sonora appartenuti a ecosistemi che vanno scomparendo» chiarisce Monacchi. E poiché questi frammenti appartengono di diritto all’intera umanità, fin dalla sua fondazione il progetto è stato finanziato da una no-profit grazie a donazioni e sponsorizzazioni. Estratti dell’ormai imponente archivio di registrazioni sono infatti liberamente accessibili dal sito del progetto.

La speranza è che l’ascolto dei paesaggi sonori di ambienti incontaminati aumenti la consapevolezza ambientale delle persone, ristabilendo quel contatto troppo spesso interrotto con la Natura. Anche con quella dei nostri colli o delle campagne. Pur con molti difetti, non si può negare che l’estinzione sia spietatamente democratica.

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Davide Michielin è un biologo ambientale e giornalista scientifico, attivo soprattutto su temi a cavallo tra ambiente e salute.

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Elisabetta Zavoli è una fotografa documentarista specializzata nelle tematiche ambientali e nel rapporto tra esseri umani e ambiente.

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