L’Italia ha spento le centrali nucleari da decenni, ma non ha ancora deciso dove conservare i rifiuti radioattivi.
Il progetto per il Deposito Nazionale procede lentamente, tra rinvii, opposizioni e cambi di linea politica.
Intanto, una parte dei rifiuti più pericolosi resta all’estero in attesa di rientrare, mentre il Paese continua a rimandare la scelta.

Deposito Nazionale, il conto sospeso dei rifiuti radioattivi italiani

L’Italia non produce più energia nucleare, ma continua a generare rifiuti radioattivi, custoditi in depositi temporanei: un unico deposito nazionale non esiste ancora.

11 minuti | 6 Luglio 2026

Testi di Gianluca Liva

L’Italia ha prodotto rifiuti radioattivi e continuerà a produrne. Essi non derivano soltanto dalle quattro centrali nucleari dismesse dopo il referendum del 1987. Ogni anno attività mediche, industriali e di ricerca continuano a generare materiali radioattivi: sorgenti sigillate, residui contaminati, apparecchiature, sostanze impiegate per diagnosi, terapie, controlli di qualità e sperimentazioni. Anche se l’Italia non producesse mai più un chilowattora da fonte nucleare, avrebbe comunque bisogno di un deposito per i propri rifiuti.

Secondo l’ultimo inventario disponibile, aggiornato al 31 dicembre 2024, in Italia sono presenti 33.766,60 metri cubi di rifiuti radioattivi. La distribuzione sul territorio è frammentata: il Lazio concentra i maggiori volumi, mentre il Piemonte conserva la quota più rilevante di attività radiologica. I numeri raccontano però soltanto una parte del problema. Un deposito non deve solo contenere dei metri cubi. Deve chiudere una catena di responsabilità che finora è rimasta sospesa.

Centrale nucleare di Garigliano

La centrale nucleare di Garigliano nel 1967.

Rifiuti radioattivi italiani in viaggio in Europa

La soluzione prevista è il Deposito nazionale, un’infrastruttura pensata per accogliere in via definitiva i rifiuti a molto bassa e bassa attività e, in modo temporaneo, quelli a media e alta attività, in attesa di una futura soluzione geologica. Le stime più recenti parlano di circa 98.000 metri cubi complessivi: 84.000 destinati allo smaltimento definitivo e 14.000 a uno stoccaggio temporaneo di lungo periodo. Dentro questa seconda categoria rientrano anche i residui ad alta attività che dovranno tornare in Italia dopo il riprocessamento all’estero del combustibile irraggiato. Si tratta di una procedura per il trattamento del combustibile nucleare esaurito per separare materiali riutilizzabili dai residui radioattivi da gestire come scorie.

È qui che la vicenda italiana si lega a Francia e Regno Unito. Quasi tutto il combustibile esausto prodotto dalle vecchie centrali italiane è stato inviato all’estero per il riprocessamento. La gran parte è stata spedita negli impianti di La Hague, in Francia, e Sellafield, nel Regno Unito (oltre ai primi conferimenti nello storico impianto Eurochemic in Belgio). Il principio è quello della responsabilità nazionale sul rifiuto radioattivo: secondo la direttiva Euratom 2011/70, i rifiuti radioattivi devono essere smaltiti nello Stato membro in cui sono stati generati, salvo specifici accordi con un altro Stato; nel caso italiano, il Mase conferma che gli accordi con Francia e Regno Unito prevedono il rientro in Italia dei rifiuti prodotti dal riprocessamento del combustibile nucleare. Ogni rinvio del rientro delle scorie serve a prendere tempo, ma non risolve il problema.

caorso centrale nucleare

Didascalia: Cartello segnaletico della centrale nucleare di Caorso. Fonte: Simone Ramella (CC BY 2.0).

garigliano

La centrale nucleare di Garigliano nel 1970. 

I luoghi del Deposito Nazionale

Il Deposito nazionale avrebbe dovuto spezzare questa dipendenza dall’attesa. Nel gennaio 2021 Sogin, la società pubblica incaricata del decommissioning nucleare, aveva pubblicato la Carta nazionale delle aree potenzialmente idonee (CNAPI): 67 aree distribuite tra Piemonte, Toscana, Lazio, Puglia, Basilicata, Sicilia e Sardegna. Dopo la consultazione pubblica e il Seminario nazionale, la procedura avrebbe dovuto restringere il campo. Nel dicembre 2023 si è arrivati al passaggio successivo, con la pubblicazione della Carta nazionale delle aree idonee (CNAI), con 51 aree. Nessun territorio si è autocandidato.

Ma sul piano politico, di recente il progetto del deposito unico è entrato in una fase di incertezza. Nel maggio 2025, dal palco dell’evento Nuove Energie della Stampa, il ministro dell’Ambiente Gilberto Pichetto Fratin ha dichiarato che «abbiamo ormai scartato l’idea di un centro unico, perché è illogico a livello di efficienza», aggiungendo che il ministero stava valutando di «creare più depositi, oppure andare avanti su quelli già esistenti». Poche settimane dopo, tuttavia, lo stesso ministero ha definito il tema “non più rinviabile”, mentre nel 2026 il ministro è tornato a parlare dell’identificazione di un sito entro il 2027 e di una possibile entrata in esercizio tra il 2039 e il 2041. Più che chiuso, quindi, il progetto oggi appare in sospeso.

centrale nucleare di trino

La centrale nucleare “Enrico Fermi” di Trino, Vercelli. Fonte: Alessandro Vecchi (CC BY-SA 3.0).

Agli albori dell’era atomica italiana

Per comprendere come si sia arrivati a questo punto bisogna tornare all’inizio della storia atomica italiana. Il problema dei rifiuti non è nato con la chiusura delle centrali. Era già presente quando il nucleare sembrava il simbolo della modernizzazione del paese. Nel 1960 fu istituito il Centro studi nucleari della Casaccia; al suo interno operava un Laboratorio geominerario incaricato anche di studiare il siting nucleare, cioè l’individuazione dei luoghi più adatti a ospitare impianti e, in prospettiva, depositi.

Nella seconda metà degli anni sessanta il laboratorio assunse l’incarico di trovare una località adeguata ad accogliere una stazione sperimentale per il confinamento dei rifiuti ad alta e media radiotossicità in formazioni geologiche superficiali. Lo studio era promosso da Euratom e prendeva in considerazione varie opzioni: depositi in formazioni superficiali o saline, iniezione in profondità, perfino l’immersione in mare, allora ancora discussa in alcuni contesti internazionali.

Da allora il deposito è rimasto una presenza intermittente: sempre necessario, quasi mai politicamente sostenibile. Negli anni settanta il tema fu oscurato dai piani per la costruzione di nuove centrali; dopo il referendum del 1987 e la chiusura degli ultimi impianti nel 1990, divenne l’appendice scomoda di una stagione che il paese voleva archiviare. Nel 1999 nacque Sogin, con il compito di mettere in sicurezza gli impianti e gestire lo smantellamento. Negli anni successivi si succedettero task force, conferenze, gruppi di lavoro, criteri tecnici e programmi nazionali. Ma il deposito rimase sulla carta.

reattore ispra 1

Edificio del reattore nucleare ISPRA-1, il primo reattore nucleare di ricerca italiano, nel 1959. Fonte: Touring Club Italiano (CC BY-SA 4.0).

Deposito Nazionale e diffidenza

Il momento che più di ogni altro ha segnato la memoria pubblica fu Scanzano Jonico. Nel novembre 2003 il comune lucano venne indicato senza preavviso come sede di un deposito geologico nazionale. La reazione fu immediata: manifestazioni, blocchi, opposizione trasversale. Il piano fallì. Da allora ogni procedura di localizzazione porta con sé il fantasma di quella decisione imposta dall’alto. È anche per questo che la consultazione pubblica non può essere considerata un semplice rituale. Serve a evitare errori tecnici, ma soprattutto a ricostruire fiducia dove per decenni si è accumulata diffidenza.

Questa diffidenza non nasce dal nulla. In Italia esistono decine di depositi temporanei e strutture che producono o custodiscono rifiuti radioattivi. Alcune appartengono alla storia dell’energia nucleare: Trino, Caorso, Latina, Garigliano, Saluggia, Rotondella, Bosco Marengo. Altre sono legate alla ricerca, alla medicina, all’industria. Molti rifiuti sono gestiti attraverso procedure ordinarie, controllate e tecnicamente solide. Una parte dei materiali biomedicali decade in tempi brevi e, dopo adeguata conservazione, può essere trattata come rifiuto non radioattivo. Le sorgenti sigillate e i radionuclidi con tempi di dimezzamento più lunghi richiedono invece percorsi più complessi e il conferimento a operatori autorizzati.

Ma la gestione italiana ha conosciuto anche episodi controversi. Il deposito Cemerad di Statte, sequestrato dalla procura di Taranto nel 2000, è diventato per anni il simbolo di un’eredità abbandonata. L’impianto ITREC di Rotondella è stato al centro di indagini giudiziarie poi concluse senza condanne, ma capaci di alimentare sospetti e paure. A questo si aggiunge il problema delle cosiddette sorgenti orfane: materiali radioattivi dei quali si perde la tracciabilità, a volte per fallimenti aziendali, dismissioni, incuria o costi di smaltimento. Non sono necessariamente la prova di un sistema fuori controllo. Sono però la dimostrazione che un sistema senza destinazione finale resta più fragile.

deposito nazionale

Nucleare uguale cancro, graffito a Torino. Fonte: Wikimedia Commons (CC BY-SA 4.0).

L’incertezza del futuro

Il rischio è che la discussione pubblica resti intrappolata tra due semplificazioni. Da una parte, l’idea che ogni opposizione locale sia irrazionale, egoista o tecnofobica. Dall’altra, l’idea che ogni infrastruttura legata ai rifiuti radioattivi sia di per sé inaccettabile. Entrambe le letture sono insufficienti. Le comunità possono sollevare obiezioni fondate su dati geologici, idrogeologici, sismici, agricoli o paesaggistici. Possono chiedere giustizia ambientale, trasparenza, verifiche indipendenti. Allo stesso tempo, un paese che produce rifiuti radioattivi non può limitarsi a spostarli, diluirli nel tempo o lasciarli dove sono perché nessuno vuole farsene carico.

La vera frattura italiana è temporale. Le scorie seguono tempi fisici, amministrativi e politici che non coincidono. Alcuni radionuclidi decadono in poche ore; altri richiedono anni, decenni o secoli. Le autorizzazioni procedono per passaggi successivi. I governi cambiano. Gli accordi con Francia e Regno Unito vengono rinegoziati o prorogati. I depositi temporanei vengono adeguati, ampliati, mantenuti in esercizio. Intanto il calendario si allunga: ciò che nel 2022 sembrava poter arrivare alla fine del decennio oggi viene collocato, nelle stime ufficiali, quasi alla soglia del 2040.

Il deposito nazionale non cancellerà la storia del nucleare italiano. Non scioglierà da solo i dubbi accumulati in decenni di esitazioni, segreti, emergenze, procedure incompiute e scelte rinviate. Potrà però stabilire un principio: i rifiuti prodotti da una società devono essere gestiti da quella stessa società, non consegnati indefinitamente ai territori temporanei, agli impianti stranieri o alle generazioni future.

caorso centrale nucleare

Centrale nucleare di Caorso, Piacenza, 2005. Fonte: Simone Ramella (CC BY 2.0).

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Questo articolo è stato realizzato con il sostegno di Journalismfund Europe come parte del progetto cross-border "Clean Energy, Dirty Legacy".

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