LE OMBRE DEL COMMERCIO DI VESTITI USATI, DAL VESUVIO ALLA TANZANIA

Testo e fotografie di Martina Di Pirro e Maged Srour

Ogni anno in Italia si raccolgono 110.000 tonnellate di vestiti usati. Quasi sempre vengono venduti, e alimentano un mercato piagato dalle infiltrazioni mafiose. Per finire in Africa Orientale, dove fino al 30% del lavoro nero ruota intorno a questo settore dall’alto impatto ambientale.

10 Dicembre 2021

Tempo di lettura: 8 minuti

vestiti usati

Le balle di mitumba (la parola con cui in Tanzania si indicano i vestiti usati) arrivano dai camion e vengono selezionate. Tutte queste pratiche non sono contrattualizzate: si tratta di lavoro informale, sottopagato e a largo impiego di donne. Mercato di Manzese, Dar es Salaam, Tanzania. Agosto 2020. 

L’odore è quello della terra bagnata mischiata a spazzatura. Il Vesuvio fa da cornice a tredici capannoni abbandonati nell’hinterland di Pompei, che traboccano di seimila tonnellate di rifiuti speciali, tra vestiti usati, accessori per l’abbigliamento, pezzami da lavorazione e scarti tessili. 

Sottoposti a sequestro dal 2018, i capannoni sono solo la punta dell’iceberg di una filiera illegale. Da questo punto, infatti, sono partite le attività investigative condotte dai finanzieri del gruppo di Torre Annunziata e coordinate dalla Direzione distrettuale antimafia di Napoli. A luglio del 2020, l’operazione Hercules ha accertato un traffico illecito di rifiuti nel territorio di Napoli, Melito di Napoli, Boscotrecase, Terzigno, Pompei e Castellammare di Stabia: dodicimila tonnellate di rifiuti accatastati in capannoni sparsi nelle campagne del territorio. Alla luce del sole. Tra case, autofficine e campi di cicoria.

Vestiti usati e criminalità organizzata

Uno smaltimento illegale, effettuato senza rispettare le procedure previste dalla normativa ambientale. Dal quadro indiziario elaborato dalla Guardia di Finanza di Torre Annunziata emerge la sussistenza di una sistematica raccolta e movimentazione di rifiuti, provenienti da aziende di tessuti e abbigliamento operanti nel settore del relativo trattamento e smaltimento. 

«La dinamica è semplice: le oltre dodicimila tonnellate di rifiuti speciali, grazie al coinvolgimento di autotrasportatori, vengono stoccate illecitamente in enormi capannoni presi in affitto da ignari proprietari, ai quali il sodalizio talvolta non corrisponde neppure il pattuito canone di locazione – racconta Giuliano Ciotta, Capitano della Guardia di Finanza di Torre Annunziata –. Una volta completamente riempiti, i capannoni vengono abbandonati. Un modus operandi che si ripete ogni volta che la criminalità organizzata mette le mani nel settore degli abiti di seconda mano». 

Secondo la fondazione antimafia Caponnetto, ogni anno in Italia si raccolgono 110.000 tonnellate di vestiti usati, una media di 1,8 chili per abitante. Il Capitano Giuliano Ciotta conferma un punto essenziale: gli indumenti usati fanno parte di un settore estremamente redditizio in grado, a volte, di portare maggiori profitti del traffico di droga. La “droga pulita”, così viene definito questo business in alcune intercettazioni ambientali.

Ogni anno in Italia si raccolgono 110.000 tonnellate di vestiti usati, una media di 1,8 chili per abitante.

vestiti usati

L’operazione Hercules ha accertato un traffico illecito di rifiuti che conta 12.000 tonnellate di rifiuti accatastati nelle campagne del territorio campano. Tredici capannoni sono stati sequestrati proprio sotto al Vesuvio, con circa seimila tonnellate di rifiuti speciali tra indumenti usati, accessori per l’abbigliamento, pezzami da lavorazione e scarti tessili. Pompei (NA), Italia. Settembre 2020.

Prima di venire stoccati illegalmente, i vestiti usati vengono raccolti nelle città italiane. «La raccolta degli abiti spesso è gestita da cooperative sociali a sfondo benefico – racconta Stefano Vignaroli, Presidente della Commissione parlamentare d’inchiesta sulle Ecomafie dal 2018 –  attraverso cassonetti stradali che in più di un caso riportano il logo della Caritas. Gli indumenti usati raramente vanno ai poveri: quasi sempre vengono venduti e i proventi non sempre sono usati a fini benefici. In Italia esistono due poli principali della filiera dei vestiti usati: uno è Prato, l’altro è la Campania, terra di origine delle famiglie camorristiche che tengono sotto scacco il settore». Una faccenda alquanto risaputa: nel 2012, di fronte ai parlamentari della Commissione Antimafia, il magistrato Ettore Squillace Greco affermava «I campani sanno bene che ad Ercolano non si vendono stracci se non si è legati al clan Birra-Iacomino». 

Gli indumenti usati raramente vanno ai poveri: quasi sempre vengono venduti e i proventi non sempre sono usati a fini benefici.


Una fonte anonima, che dichiara di aver lavorato come operatore per una cooperativa sociale attiva nella raccolta di indumenti usati, denuncia il complesso e ambiguo mondo delle cooperative. «Lavorare all’interno di una di queste cooperative significa avere ben chiara la spartizione del territorio» chiarisce la fonte. «Non è difficile ottenere tutte le autorizzazioni richieste per effettuare la raccolta. Se una cooperativa è ben inserita nella politica del territorio, gli uffici tecnici tendono ad essere più comprensivi».

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Fattore di conversione

Dopo la raccolta e il trasporto nelle R13, per arrivare alla “conversione” da rifiuto – tale è ritenuto dalla legge italiana l’abito usato – a bene riutilizzabile, intervengono delle aziende private che si occupano di compravendita di vestiti usati. «Nel caso della cooperativa per cui lavoravo, gli abiti raccolti finivano in un’azienda di Prato, che mandava i suoi camion a ritirarli, pagandoci al chilo. Poi è cambiato e ci è stata indicata un’altra impresa, questa volta in Campania» continua la fonte.
«Noi facevamo parte di una rete, che parlava direttamente con i politici locali anche ad alto livello. Senza di loro, noi non avremmo avuto il permesso di raccogliere. Nel nostro caso, per molto tempo, bastava che l’ente benefico a cui eravamo legati, nel nostro caso la Caritas, indicasse al Comune la cooperativa e ci affidavano automaticamente il servizio. Poi è cominciato il sistema delle gare, ma non è cambiato molto. Chi le scriveva faceva in modo che vincessimo». 

La fonte anonima fa poi riferimento ad un grande quantitativo di sommerso, di denaro non dichiarato. «Ora stiamo più attenti su questo aspetto, ma circa metà del denaro continua a girare a nero grazie alla sottofatturazione. È denaro contante, liquido. Spesso sono proprio le aziende private che portano i borsoni per pagare gli abiti. Non è facile uscire dal sistema. Tutti nel nostro settore sanno che le società che si comprano vestiti molto spesso sono legate alla Camorra. Ci veniva fatta pressione. Ci veniva detto che dovevamo avere rapporti con la camorra per evitare ritorsioni commerciali o violente».

Il viaggio dei vestiti usati in Africa Orientale

Una volta gettati nei cassonetti, raccolti dalle cooperative sociali e comprati dalle aziende private, la stragrande maggioranza di questi indumenti viene venduta all’estero dalle aziende private che li hanno acquistati.
La principale destinazione dell’export italiano è Tunisi. E da Tunisi, poi, si apre l’ingresso per l’Africa Orientale, terra di vendita e di scontro di più potenze internazionali, per un giro d’affari globale che vale 4 miliardi di euro. Un’economia così grande da alimentare il PIL di interi Paesi africani. 

È una filiera che dà lavoro a milioni di persone, un lavoro per la maggior parte informale, senza orari, senza tutele.


In Tanzania, i vestiti di seconda mano si chiamano
mitumba. E fanno parte di un settore che lega il Vesuvio al Kilimanjaro e disegna la geografia del settore più globalizzato per eccellenza: dal trasporto allo stoccaggio, i mitumba girano il mondo più di tutte le altre merci. Il commercio di mitumba è cresciuto esponenzialmente negli ultimi dieci anni.
Secondo lo UN Comtrade, il database delle statistiche sul commercio delle materie prime delle Nazioni Unite, le esportazioni mondiali hanno raggiunto i 4,8 miliardi di dollari e solo l’Africa orientale ha importato vestiti e scarpe usati per un valore di 151 milioni di dollari.
Secondo il Ministero del commercio della Tanzania, il settore dei
mitumba colma il vuoto che lascia quello del tessile locale, non ancora in grado di soddisfare la domanda di vestiti. È una filiera che dà lavoro a milioni di persone, un lavoro per la maggior parte informale, senza orari, senza tutele. La pandemia da Covid-19 non ha modificato questa catena di montaggio. In tutta l’Africa, fino al 30% del lavoro informale (volgarmente detto “lavoro nero”) ruota intorno al commercio di vestiti usati.

Video di Martina Di Pirro e Maged Srour. Illustrazione iniziale di Francesca Ferrara.

Vestiti usati che coprono marche conosciute come anche grandi rivenditori low cost: tonnellate di capi di abbigliamento arrivano proprio dai marchi economici di utilizzo comune come H&M, Zara o Gap. Camminando per l’affollata Morogoro road, i marchi statunitensi sono i primi a essere esposti. Secondo le stime dell’East African Community (EAC), l’organizzazione regionale intergovernativa composta da sei stati partner (Burundi, Kenya, Rwanda, Sud Sudan, Tanzania e Uganda), il commercio di mitumba proveniente dagli USA aumenta talmente tanto di anno in anno che le imprese americane coinvolte nell’export riescono ad aumentare del 60% il proprio fatturato annuo.

Un costo ambientale insostenibile

Secondo un rapporto dell’Agenzia statunitense per lo sviluppo internazionale USAid, solo nell’Africa orientale il mercato dell’usato raggiunge i 230 milioni di dollari di profitti per un totale di 355.000 posti di lavoro. Un valore così alto da indurre associazioni di categoria statunitensi, come la Secondary Materials and Recycled Textiles (SMART), ad agire in via legale non appena alcuni paesi africani – Tanzania, Uganda, Rwanda – decisero di imporre un veto all’importazione di vestiti usati, cercando invano di favorire le economie locali. 

Le pressioni della SMART si traducevano in minacce di sanzioni commerciali, come la forzata uscita dall’African Growth and Opportunity Act, un accordo commerciale preferenziale tra Stati Uniti e alcuni paesi dell’Africa subsahariana, che consente dazi ridotti o nulli su circa 6.500 tipi di merci.
«I dazi non violavano i termini dell’AGOA – racconta Paul Ryberg, avvocato di base a Washington, esperto di commercio internazionale e presidente della African Coalition of Trade (ACT) –. Gli indumenti in questione, nella maggior parte dei casi, erano stati prodotti al di fuori degli Stati Uniti e quindi non potevano qualificarsi come export statunitense. Per poter essere considerati export targato USA, avrebbero dovuto quantomeno subire una certa lavorazione negli Stati Uniti, cosa che non è accaduta». 

Gli interessi difesi rispecchiano la grandezza del mercato. In generale, l’industria della moda è capace di muovere da sola più di 2,5 migliaia di miliardi di dollari in tutto il mondo, una cifra pari al PIL della Francia.

vestiti usati

Apertura delle balle di mitumba e selezione dei vestiti da tenere. Mercato di Manzese, Dar es Salaam, Tanzania. Agosto 2020. 

Le Nazioni Unite ne raccontano l’impatto ambientale: l’85% dei vestiti prodotti finisce in discarica e solo l’1% viene riciclato, senza contare i circa 80 miliardi di abiti scartati ogni anno per difetti di fabbricazione. Si stima che con circa 600 chili di indumenti usati ci sarebbe una riduzione di 2250 chili di emissioni di CO2, e si risparmierebbero circa 3,6 miliardi litri di acqua. Chiaramente, come in ogni settore del marketing, è la domanda che tira l’offerta. Insomma, un costo ambientale che non è più sostenibile.

L’inchiesta Di Mano in Mano – il viaggio di una abito di seconda mano dall’Occidente all’Africa di Martina Di Pirro, Maged Srour e Francesca Ferrara è risultata vincitrice del Premio per il giornalismo investigativo e sociale della ONG Mani Tese e l’AICS. L’intera inchiesta è disponibile al sito Manitese.it/di-mano-in-mano

Martina Di Pirro è Editor in Chief di Cafèbabel, magazine europeo di giornalismo partecipativo tradotto in 5 lingue. Ha lavorato come Responsabile della Comunicazione per enti governativi, europei e nazionali, e per enti del terzo settore. È autrice dei libri “La Geografia della speranza” (Edizioni Gruppo Abele) e “Rwanda, i giorni dell’oblio” (Round Robin Editrice). 

Maged Srour è un analista e giornalista freelance nato a Roma nel 1989. Dal 2012 si occupa di sicurezza e geopolitica per think tank e società di consulenza, osservando evoluzioni politiche, sociali, ed economiche a livello globale ma con focus specifici su Medio Oriente, Africa e Asia-Pacifico. Ha pubblicato per diverse testate e riviste specializzate tra cui Limes, IRIAD, EGIC, Inter Press Service, AGI, Thrutout, Inside Over, All Africa, MenaFN, Toward Freedom, New Straits Times, The Manila Times, Transcend Media Service.

Francesca Ferrara è sceneggiatrice e disegnatrice. Ha pubblicato storie a fumetti brevi e illustrazioni su diverse riviste e antologie indipendenti tra cui Malefico, Fumé, Trumoon e Barking Dogs & Tiny Bones. Lavora in ambito audiovisivo disegnando storyboard e animazioni e seguendo la produzione di cortometraggi e contenuti per il web. È autrice con Martina Di Pirro del graphic novel “Rwanda, i giorni dell’oblio”, vincitore del bando Per Chi Crea di SIAE e MiBact.

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