DI BANDIERE E VALORI

di Giovanni Campa e Davide Michielin

Così durature da sembrare immutabili, le bandiere incarnano la storia, le tradizioni e i valori morali dei popoli. A volte però è necessario cambiarle.

23 Settembre 2020

Una grande bandiera bianco-rosso-bianca in una manifestazione il 16 agosto 2020 a Minsk. ©Максим Шикунец – Own work, CC BY-SA 4.0, WikimediaCommons. In home page, elaborazione grafica di RADAR Magazine.

Che simboleggi una nazione o una città, una squadra sportiva o un partito politico, un semplice drappo di tessuto colorato può diventare un potente veicolo di emozioni che suscita un sentimento di comune appartenenza. Issate originariamente per distinguere le proprie truppe da quelle nemiche durante la battaglia, le bandiere nazionali sono estremamente longeve poiché incarnano la storia e i valori morali in cui si riconosce – o si dovrebbe riconoscere – la totalità della popolazione di quel paese. Eppure, cosa fare se questi valori non rispecchiano più la società che dovrebbero rappresentare?

Il Mississippi era rimasto l’unico stato degli Stati Uniti d’America a conservare un retaggio schiavista nel proprio vessillo


Dallo scorso giugno, il Mississippi è, nuovamente, senza una bandiera ufficiale. L’ondata di manifestazioni contro le discriminazioni razziali, seguite all’uccisione di George Floyd a Minneapolis, ha portato alla storica decisione dello stato del Mississippi di rimuovere la bandiera dell’esercito confederato dal suo vessillo e aprire il bando per idearne uno nuovo. Il Mississippi era rimasto l’unico stato degli Stati Uniti d’America a conservare un retaggio schiavista nel proprio vessillo, adottato nel 1894 e soggetto a discussioni sul suo mantenimento già da anni, sebbene in un referendum del 2001 il 64% della popolazione avesse votato per il suo mantenimento.

Il Mississippi adottò la sua prima bandiera nel 1861 in occasione della secessione dagli Stati Uniti, adottando la Magnolia flag, caratterizzata da un albero di magnolia su campo bianco, con un bordo rosso che correva attorno ai lati e la cosiddetta Bonnie Blue (un quadrato blu con al centro una stella a cinque punte bianca) in alto a sinistra. Con la fine della guerra di secessione nel 1865 anche il decreto che aveva reso ufficiale la bandiera venne annullato, così il Mississippi si trovò senza bandiera. Solo nel 1894 ne venne adottata una nuova, che, però, al posto della magnolia, recava nel cantone la bandiera dell’esercito confederato, inserito in un tricolore orizzontale blu, bianco e rosso.

Nel 1906 ci fu una revisione delle leggi dello stato e venne, inavvertitamente, omessa ogni menzione alla bandiera del 1894, lasciando così lo stato senza una bandiera ufficiale fino al 2001, quando fu posto rimedio. Dopo il referendum dello stesso anno vennero avanzate diverse proposte di cambiamento, ma fu solo con le manifestazioni della primavera del 2020 che il dibattito subì una forte accelerazione, spingendo il governo del Mississippi, a fine giugno, a decidere per la rimozione del simbolo confederato. Venne così indetta una gara per nuove proposte; un’opportuna commissione ha seguito il processo di selezione riducendo progressivamente il numero di finaliste fino a scegliere il 2 settembre la versione da sottoporre a un ballottaggio pubblico il 3 novembre successivo. La bandiera proposta è stata ribattezzata The New Magnolia e presenta una foglia di magnolia bianca circondata da una corona di stelle e dalla scritta “In God we trust” su campo blu e coi bordi rossi laterali.

Bandiera del Mississippi (1894-2020)

La bandiera dello stato del Mississippi fu adottata nel 1894 e abolita nel giugno del 2020, in seguito alle proteste antirazziste negli Stati Uniti. Nel cantone include la bandiera confederata. ©Wikimedia Commons, Pumbaa80.

Bandiera del Mississippi (2020)

La bandiera The New Magnolia è l’alternativa, selezionata tra le varie proposte avanzate, che sarà oggetto di un referendum il prossimo 3 novembre. ©Wikimedia Commons, DrRandomFactor.

Un altro paese in cui le proteste di piazza hanno riportato in auge il dibattito sulla bandiera nazionale è la Bielorussia. Le recenti sommosse, scaturite dopo le contestate elezioni presidenziali dello scorso agosto, hanno alimentato un dualismo tra bandiere. Alla bandiera nazionale rossa e verde esposta sui palazzi governativi, i manifestanti contrappongono quella bianca, rossa e bianca adottata all’atto dell’indipendenza della repubblica.

Questo vessillo fece la sua comparsa per la prima volta nel 1918, quando, in piena prima guerra mondiale, venne dichiarata l’indipendenza della Repubblica Popolare Bielorussa. I ripetuti cambi di dominazione tra prussiani, polacchi, lituani e russi inibirono nei secoli lo sviluppo di simboli rappresentativi dell’etnia bielorussa. Venne così adottata una bandiera bianca con una fascia orizzontale rossa al centro a richiamare i colori del cosiddetto Pahonia, lo storico stemma del Granducato di Lituania e della Confederazione polacco-lituana, dei quali il territorio bielorusso aveva fatto parte a lungo.

La repubblica durò pochi mesi per poi essere inglobata nell’Unione Sovietica. Con il collasso di quest’ultima nel 1991 e la conseguente indipendenza, la bandiera bianca, rossa e bianca venne ripresa. Nel 1995 venne messa da parte dopo un referendum promosso dal presidente Aljaksandr Lukašėnka, che ripristinò la bandiera rossa e verde usata nel periodo sovietico, eliminando la falce e il martello. Da allora la bandiera bianca, rossa e bianca è divenuta il simbolo dell’opposizione a Lukašėnka, venendo rispolverata durante le numerose proteste negli anni successivi, fino a quelle delle ultime settimane.

Emerge una situazione piena di contraddizioni, che mette in risalto un popolo in cerca di simboli e di un’identità nazionale


Va, comunque, ricordato che la stessa bandiera venne usata anche dai collaborazionisti bielorussi nel corso dell’occupazione nazista e dal governo fantoccio che era stato creato. Sebbene i principali sostenitori del Pahonia e del vessillo bianco, rosso e bianco abbiano sempre condannato i collaborazionisti durante l’occupazione nazista e lo stesso creatore della bandiera fosse stato arrestato dai nazisti, emerge una situazione piena di contraddizioni, che mette in risalto un popolo in cerca di simboli e di un’identità nazionale.

Bandiera della Bielorussia (

L’attuale bandiera bielorussa è stata adottata nel 1995 e leggermente modificata nel 2012. Si rifà alla bandiera della Repubblica Socialista Sovietica Bielorussa (1951-1991). ©Wikimedia Commons, Gmaxwell.

Bandiera della Bielorussia (1918, 1991-1995)

La bandiera bianca, rossa e bianca fu utilizzata per la prima volta tra il 1918 e il 1919 della Repubblica Popolare Bielorussa e quindi tra il 1991 e il 1995. Da allora è divenuta il simbolo delle proteste contro il presidente Lukašėnka. ©Wikmedia Commons, Zscout370.

Anche agli antipodi si discute animatamente sull’opportunità di svincolarsi da un retaggio culturale considerato ormai anacronistico da almeno una parte della popolazione. In questo caso, l’oggetto del contendere è la presenza della bandiera del Regno Unito nel cantone della bandiera nazionale. Australia, Figi, Tuvalu e Nuova Zelanda sono gli unici stati sovrani che, nel proprio vessillo, includono quello di un altro paese. Ma non solo. Tra le bandiere delle 52 nazioni attualmente riunite nel Commonwealth, solamente queste quattro hanno mantenuto quella in uso durante il periodo coloniale, sebbene con alcune modifiche.

La posizione peculiare dei reami che compongono il Commonwealth, indipendenti eppure vincolati al regnante britannico in quanto capo di stato, spiega solo in parte l’inerzia: altri paesi che ne fanno parte, come il Canada o la Giamaica hanno adottato un proprio disegno da oltre mezzo secolo. Ancora più paradossale è il caso delle Figi che, pur continuando ad aderire al Commonwealth, nel 1987 sono divenute una repubblica in seguito a un colpo di stato. Ciò nonostante, il dibattito sulla sostituzione procede in tutti e quattro i paesi con diverso fervore.

Le alternative proposte negli ultimi quarant’anni non hanno mai fatto breccia nella popolazione, che continua a riconoscersi nell’attuale disegno


Nel film “Punto di non ritorno” di Paul Anderson, ambientato nell’anno 2047, la toppa della tuta spaziale indossata dal protagonista sfoggia una bandiera australiana in cui l’Union Jack è sostituita dalla bandiera aborigena. Il dibattito sulla sostituzione della bandiera prese piede in Australia sul finire degli anni ’70, raggiunse il culmine nel ventennio seguente per poi perdere forza nel XXI secolo. Secondo l’organizzazione Ausflag, i motivi per cambiare bandiera sono molteplici, come la scarsa rappresentatività della multiculturalità australiana o i frequentissimi equivoci con il vessillo neozelandese. Ma soprattutto, l’attuale bandiera non riflette lo status di indipendenza del paese. Le alternative proposte negli ultimi quarant’anni, che miravano a introdurre elementi caratteristici del paese come il fiore della mimosa Acacia pycnantha o il canguro, non hanno mai fatto breccia nella popolazione, che continua a riconoscersi nell’attuale disegno, né sono mai state prese in considerazione dai vari governi.

Bandiera dell'Australia

La bandiera australiana è in uso dal 1901, ma solamente nel 1954 fu riconosciuta come bandiera nazionale. Si basa sulla Blue Ensign della marina britannica. Sotto l’Union Jack trova posto una stella a sette punte, mentre a destra si trova la costellazione della Croce del Sud, formata da 5 stelle bianche. ©Wikimedia Commons, SKopp.

Sul fronte opposto, Tuvalu è l’unico paese ad aver eliminato la Union Jack. O meglio, ad averci provato: nel gennaio del 1996 il piccolo arcipelago adottò infatti una bandiera caratterizzata da un triangolo bianco, posto sul lato del pennone, al cui interno trovava posto lo stemma nazionale. La sostituzione risultò però sgradita alla popolazione, che la percepì come un tentativo di spodestare la monarchia. Nell’aprile del 1997, dopo appena 16 mesi, la nuova bandiera di Tuvalu era già stata ammainata.

Bandiera di Tuvalu

La bandiera tuvaluana è stata adottata nel 1978, anno di indipendenza dell’arcipelago, sostituita per 16 mesi tra 1996 e 1997, e quindi ripristinata. Si basa sulla Blue Ensign della marina britannica. Le nove stelle rappresentano le isole e la loro disposizione geografica. ©Wikimedia Commons, Nightstallion.

Bandiera di Tuvalu (1996-1997)

Nella bandiera utilizzata tra il gennaio del 1996 e l’aprile del 1997 la Union Jack fu sostituita dallo stemma nazionale. Inoltre, il numero di stelle diminuì di una unità per rappresentare solamente le otto isole abitate, origine dell’etimo Tuvalu (letteralmente “otto [isole] insieme”). ©Wikimedia Commons, Thommy9.

Cinque lustri più tardi e un migliaio di chilometri più a sud, il primo ministro dell’instabile repubblica delle Figi, Frank Bainimarama, annunciò che la nazione avrebbe presto adottato una nuova bandiera, da individuare previo concorso, per meglio rappresentare l’identità melanesiana. Dopo numerosi rinvii il proposito fu definitivamente accantonato nell’agosto del 2016.

Bandiera delle Fiji

La bandiera delle Figi è stata adottata nel 1970, anno di indipendenza dell’arcipelago, e come le precedenti si basa sulla Blue Ensign della marina britannica. Lo scudo, posto nella parte destra della bandiera, deriva dallo stemma ufficiale del paese. ©Wikimedia Commons, Nightstallion.

La situazione più fluida è quella della Nuova Zelanda. A differenza di quanto accade sull’altra sponda del Mare di Tasman, in Nuova Zelanda il processo di decolonizzazione procede a tappe spedite. Il nuovo millennio ha infatti segnato un’accelerazione nella riabilitazione e valorizzazione della cultura e della lingua māori, divenute l’elemento fondante della ritrovata identità del paese.

L’affrancamento dalla cultura britannica prevede per esempio l’affiancamento dei toponimi originari ai corrispettivi termini coloniali, per facilitare la progressiva dismissione di questi ultimi.

La crescente percentuale di persone favorevoli al cambiamento suggerisce che la questione identitaria non sia affatto conclusa


Il processo ha coinvolto anche la bandiera nazionale: nel 2016 i cittadini neozelandesi furono chiamati a scegliere se sostituire l’attuale disegno con l’alternativa vincitrice del concorso indetto due anni prima, in cui l’Union Jack lasciava il posto all’endemica felce argentata (Alsophila dealbata). Il referendum si concluse con la vittoria dei conservatori (56,6%), ma la crescente percentuale di persone favorevoli al cambiamento – che appena un decennio prima non superavano il 30% – suggerisce che la questione identitaria non sia affatto conclusa.

Tutt’altro: tra il 2018 e il 2019 il parlamento ha ricevuto due diverse petizioni che chiedevano di affiancare al nome del paese il suo nome māori Aotearoa. La commissione dedicata a esaminare la proposta ha riconosciuto che il termine è sempre più utilizzato come sinonimo di Nuova Zelanda, tanto da comparire in numerosi atti legislativi recenti. “Tuttavia, al momento non riteniamo necessario un cambio di nome legale o un referendum sulla stessa modifica” ha concluso la commissione. Tra dieci anni, chissà.

Bandiera della Nuova Zelanda

La bandiera neozelandese è in uso dal 1869 ed è stata adottata come bandiera nazionale nel 1902. Si basa sulla Blue Ensign della marina britannica. A destra della Union Jack trova posto la costellazione della Croce del Sud, formata da 4 stelle rosse bordate di bianco. Le dimensioni di queste rispecchiano la diversa luminosità degli astri. ©Wikimedia Commons, Zscout370.

Proposta di design per la bandiera della Nuova Zelanda

L’alternativa proposta nel referendum del 2016 è stata disegnata dall’architetto Kyle Lockwood e affianca alla Croce del Sud la caratteristica felce argentata. ©Wikimedia Commons, Mwtoews.

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Giovanni Campa è un ingegnere meccanico. I suoi interessi spaziano dalla geopolitica allo sport, passando per le opere ingegneristiche tra cielo e terra.

Davide Michielin è biologo ambientale e giornalista scientifico, attivo soprattutto su temi a cavallo tra ambiente e salute.

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