OPINIONE

ERPETOCOLTURA, TRA COMMERCIO E CONSERVAZIONE

Testo e fotografie di Franco Andreone

Il mercato di animali esotici è molto criticato, ma secondo l’erpetologo Franco Andreone l’allevamento in cattività dovrebbe essere valutato senza partigianerie: in alcuni casi, può contribuire a raccogliere dati per la conservazione di specie in pericolo, e alla sopravvivenza di comunità locali.

6 Agosto 2021

Tempo di lettura: 10 minuti

erpetocultura

Un terrario in Madagascar, letteralmente gremito di mantelle, principalmente Mantella aurantiaca (ma anche con M. baroni, M. madagascariensis e M. milotympanum).

La conservazione di organismi ed ecosistemi non può prescindere dall’interazione con l’elemento antropico, il quale è non solo causa di perdita della biodiversità, ma è anche in grado di salvaguardarla. Questo doppio aspetto si può apprezzare quando si affronta la richiesta e il possesso di animali da compagnia, il loro allevamento e il mercato che ne viene alimentato. 

In più occasioni il commercio di animali vivi, il cosiddetto pet-trade, è stato additato come causa di problemi che vanno dall’impatto sulla biodiversità, al degrado del benessere animale, all’introduzione di specie alloctone e alla diffusione di zoonosi. In Italia è stato recentemente approvato un disegno di legge (Legge n. 53 del 22/4/21), promosso dalla LAV, che ha come obiettivo il divieto della commercializzazione e della detenzione dei cosiddetti animali esotici. Senza entrare nel merito dell’etica del commercio e del mantenimento in cattività di animali, la legge non specifica importanti aspetti applicativi e ignora risvolti economici della filiera, come ad esempio i negozi di acquari, le fiere di uccelli, anfibi e rettili o le catene di pet shop. Spesso si tende anche a considerare il mercato di animali senza fare distinzioni fra quello alimentare, compreso il bush-meat market degli animali selvatici, il mercato per la farmacopea tradizionale e l’oggettistica e quello degli animali da compagnia.

Allo stesso tempo, l’attività di mantenere in cattività anfibi e rettili – definita come erpetocoltura, erpetofilia, terraristica e terrariofilia – è anche uno strumento cruciale per acquisire informazioni della storia naturale di molte specie. Una conoscenza approfondita delle metodiche di allevamento in cattività – nota come husbandry science – è fondamentale per raccogliere informazioni sul comportamento di molte specie, soprattutto se difficilmente osservabili in natura. In molti casi, semplici appassionati sviluppano un’elevata professionalità e una notevole competenza. Le loro osservazioni possono servire nell’allevamento di specie in pericolo di estinzione. I dati raccolti possono anche diventare un patrimonio scientifico: i giardini zoologici e gli acquari si rivolgono spesso proprio a privati per beneficiare della loro esperienza e per poter allevare e riprodurre specie interessate da progetti di conservazione, che prevedono anche la reintroduzione in natura.

Due specie a confronto: la mantella dorata e la mantella arlecchino

Negli ultimi anni il mercato degli anfibi e dei rettili, il cosiddetto herpetological pet trade (HPT), è stato anch’esso oggetto di critiche, in quanto considerato una delle cause del declino delle popolazioni in natura.

In realtà l’impatto dell’erpetocultura può variare molto. Non è facile trovare in letteratura informazioni precise sull’impatto del commercio. Sono disponibili molti contributi, ma spesso si tratta di articoli di opinione, nei quali il fatto stesso che una specie sia sul mercato viene considerato come elemento negativo. Sono invece poco rappresentati articoli con dati sperimentali. È abbastanza difficile dimostrare, con informazioni numeriche, che il prelievo sia effettivamente la causa unica o principale del declino delle specie. 

Riporto il caso di due specie di anfibi del Madagascar che ho avuto modo di studiare: Mantella aurantiaca e Mantella cowanii. Queste raganelle terricole e diurne, caratterizzate da colorazioni difensive molto vivaci, presentano stati di conservazione e di risposta all’HPT molto diversi, benché entrambe siano considerate “minacciate” nella Lista Rossa IUCN.

conservazione

La foresta pluviale di media quota nei dintorni di Torotorofotsy, uno dei siti di presenza di Mantella aurantiaca.

Mantella aurantiaca

Un individuo di Mantella aurantiaca (mantella dorata), una delle specie di anfibi del Madagascar meglio note e particolarmente richiesta dal mercato. Classificata come EN (In Pericolo).

Tutte le 16 specie di Mantella, endemiche del Madagascar, sono interessate dal commercio internazionale, in quanto si tratta di animali particolarmente attraenti. Per questo motivo, sono state incluse nell’Appendice II della CITES. La CITES ha lo scopo di regolamentare il commercio internazionale di fauna e flora selvatiche in pericolo di estinzione. Per le specie in Appendice II è consentito il commercio, ma solo a fronte di autorizzazioni di esportazione e di importazione. Il numero di individui esportabili ogni anno è prefissato dalle autorità del Madagascar, per evitare danni alle popolazioni naturali.

Mantella aurantiaca, nota con il nome di mantella dorata, è ben nota agli appassionati di erpetocultura, in quanto è una delle specie più riconoscibili del Madagascar, totalmente rossa o giallo-arancione. È stata sempre richiesta dal mercato, perché attraente, attiva durante le ore diurne e relativamente facile da mantenere in cattività. 

Oggi questa specie è regolarmente riprodotta in cattività ed è facile da trovare sul mercato amatoriale come captive-bred (CB), in quanto allevata da diverse generazioni. Nondimeno, si trovano ancora animali di cattura, wild-caught (WC), importati direttamente dal Madagascar. L’esportazione della specie dal Madagascar è sempre stata molto estesa ed è una delle specie di anfibi più commercializzate al mondo. La persistenza di individui WC è normalmente dovuta al prezzo inferiore e a una grande offerta. 

A causa del prelievo dall’ambiente naturale, della sua distribuzione ristretta e dell’alterazione crescente delle foreste pluviali in cui vive, Mantella aurantiaca è stata classificata dalla Lista Rossa dell’IUCN come “In Pericolo”. Nonostante il prelievo la sua presenza in natura, nelle foreste pluviali ove ancora sopravvive, non pare essere cambiata in maniera sensibile. Questo è forse dovuto al fatto che le popolazioni oggetto dei prelievi sono abbondanti e il tasso di fecondità della specie è piuttosto elevato.

Mantella cowanii

Un esemplare di Mantella cowanii, mantella arlecchino. La specie è classificata come EN (In Pericolo), ma questa categorizzazione fornisce una fotografia ottimistica della sua situazione di conservazione.

Mantella cowanii

Distribuzione di Mantella cowanii sul Plateau del Madagascar. Di questi siti si conosce ben poco ad eccezione di quello nei pressi della cittadina di Antoetra. Carta tratta da Andreone et al., Plan d’Action Mantella cowanii 2021-2025. Museo Regionale di Scienze Naturali e Amphibian Survival Alliance (2020).

La situazione di Mantella cowanii, conosciuta come mantella arlecchino, è invece differente e mostra come la variabile ambientale sia fondamentale per stabilire il livello di minaccia e le strategie di conservazione. Anche questa specie ha una colorazione di avvertimento, nera e rossa. La specie è attualmente nota solo in pochi siti del “Plateau Centrale” del Madagascar. Quest’area è ampiamente deforestata e il livello di naturalità ancora presente è minimo, in quanto i pascoli destinati principalmente agli zebù sono periodicamente soggetti alla pratica del tavy, vale a dire del “taglia e brucia”. Il Plateau si presenta come una distesa di colline deforestate, coperte da un manto erboso. In molte zone si osservano estesi fenomeni di erosione. Delle foreste pluviali di alta quota, un tempo diffuse, restano oggi sparute aree di limitata estensione. In questi ambienti gli anfibi sopravvivono a stento in pochi habitat e la loro diversità è ridotta.

Mantella cowanii era stata originariamente classificata come “In Pericolo Critico”. Più recentemente, il ritrovamento di un nuovo sito di presenza ha comportato un passaggio nella categoria “In Pericolo”. In realtà, se dobbiamo tenere conto della situazione complessiva, è verosimile che Mantella cowanii sia più minacciata, ma per una valutazione servono studi più approfonditi. È per tale ragione che nel 2020 è stato pubblicato il McAP, Mantella cowanii Action Plan.

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Un tipico paesaggio del Plateau centrale del Madagascar, ampiamente deforestato ed eroso. All’interno del crepaccio di erosione (denominato “lavaka” in lingua malagasy) a volte permangono dei piccoli lembi di foresta.

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Un raccoglitore di Mantella cowanii su una falesia umida nei dintorni di Antoetra, uno dei siti principali di Mantella cowanii.

La mantella arlecchino ha subito nel tempo un tracollo nelle popolazioni. Negli anni ’90 del secolo scorso, la specie è stata oggetto di un’intensa attività di prelievo. I commercianti pagavano bene per questa specie e la sua raccolta era abbastanza semplice, poiché le falesie in cui viveva erano vicine alla cittadina di Antoetra. I locali vedevano in questa attività un’importante fonte di guadagno e così venivano prelevate decine o anche centinaia di mantelle al giorno. In questo modo la popolazione di questa specie è stata decimata nell’arco di pochi anni. Oltre al prelievo, la deforestazione e i fuochi ripetuti hanno ridotto il suo habitat naturale. 

Quando ho visitato quest’area nel 2003, la popolazione di mantella era allo stremo e in uno dei siti, quello più prossimo ad Antoetra, era apparentemente estinta. Solo grazie al grido d’allarme lanciato in tale occasione la specie è stata tolta dal mercato e ha potuto recuperare in termini di popolazione. 

Tra le due specie, anche se vicine filogeneticamente, esiste una forte differenza a livello di conservazione soprattutto perché l’ambiente naturale in cui vive Mantella aurantiaca è ancora relativamente intatto, mentre per Mantella cowanii è oramai compromesso. Anche la differente fecondità delle due specie ha influito sulla situazione attuale.

Il camaleonte pantera: un utilizzo sostenibile?

La conferma di questa incertezza arriva da un’altra specie del Madagascar, il camaleonte pantera (Furcifer pardalis). Il commercio di questi animali è fra i più rilevanti a livello mondiale. Oltre 72000 individui vengono esportati ogni anno. Pur tuttavia la sua capacità di adattamento ad habitat marginali (ad esempio le bande di foresta lungo strade asfaltate), la sua elevata fecondità e un veloce raggiungimento della maturità sessuale fanno sì che le popolazioni abbiano un rapido ricambio e siano in grado di rispondere ai prelievi, tanto da non mostrare prove visibili di flessioni numeriche nei siti ove vengono prelevate. Differente è la situazione per altre specie di camaleonti, soprattutto quelle che vivono nella foresta: qui un prelievo costante può in effetti essere fonte di declino.

Furcifer pardalis

Un maschio adulto di “blue panther chameleon”, Furcifer pardalis, fotografato a Nosy Be, Madagascar. Si tratta di uno dei camaleonti più richiesti ed esportati. Nonostante l’esportazione la sua abbondanza, ovunque vengano effettuati i prelievi, è normalmente piuttosto elevata, a causa del rapido turn-over delle popolazioni, dell’elevata fecondità e della breve durata della vita.

Una fonte di reddito per le comunità locali

Nel corso delle mie attività di ricerca in Madagascar ho potuto constatare come il prelievo di animali possa rappresentare una rilevante fonte di ritorno economico, in particolar modo per le comunità rurali. Paradossalmente, il prelievo può rappresentare uno strumento di conservazione degli ambienti naturali. Le comunità rurali preservano la foresta (o l’habitat in generale) ove avviene il prelievo di animali, quando questo è garanzia di un regolare guadagno economico. 

Al contrario, quando viene meno la possibilità di sostentamento economico, la comunità locale considera la foresta solo come fonte di legno e di altre risorse. In breve tempo si assiste a un taglio indiscriminato al fine di ottenere spazio per risaie e campi coltivati. Essendo il terreno malagasy fragile, la fertilità dura solo poche stagioni, dopo di che la comunità si trasferisce altrove, lasciando letteralmente dietro di sé terra bruciata. Una fonte impareggiabile di biodiversità, la foresta, è di fatto annientata. 

Occorre quindi tenere conto anche di questi aspetti quando si parla di sospendere il traffico di animali. Non è sempre possibile un approccio occidentale alla conservazione, quando il tutto è collegato a doppia mandata con la sopravvivenza delle comunità umane sullo stesso territorio.

L’erpetocoltura come risorsa per la conservazione

Solo di poche delle oltre 8300 specie di anfibi e 11570 specie di rettili si sa come ottenere riproduzione in cattività e come garantire loro un adeguato benessere. Peraltro, molti programmi di conservazione prevedono anche l’allevamento in cattività per procedere a una reintroduzione delle specie in natura. È quindi chiaro che occorrono competenze sulla husbandry science per poter sviluppare questi progetti. 

Ma se di specie iconiche come panda, tigri, orici è possibile acquisire un’adeguata competenza nei giardini zoologici, di molte altre, parimenti minacciate ma meno attraenti, è difficile vedere programmi di allevamento in cattività. Inoltre, per anfibi e rettili, se ciò avviene, di solito è per poche specie colorate o ben note al pubblico. La conoscenza scientifica e tecnica è spesso mutuata da appassionati e allevatori privati. Ciò avviene perché gli allevatori privati sono disposti a investire nel proprio hobby quantità non indifferenti di tempo e denaro. 

Nel caso in cui venisse meno la liceità a detenere anfibi e rettili esotici come da legge recentemente approvata, sarebbe ridotta anche la spinta dei privati nel campo della husbandry science. Da ciò conseguirebbe una perdita di conoscenza sulla storia naturale delle specie e di informazioni utili per la loro conservazione. In Italia la divisione fra il mondo accademico, quasi sempre ritenuto unico depositario delle attività di ricerca, e il mondo degli appassionati è stata profonda e continua a permanere anche oggi. È andata in modo diverso in Germania, dove l’associazione erpetologica nazionale di riferimento, la DGHT, raggruppa non solo gli erpetologi professionisti di università, musei di storia naturale e centri di ricerca, ma anche gli appassionati, producendo un’invidiabile sinergia. 

Naultinus grayi

In questa foto e nelle successive, alcune specie di gechi allevati e riprodotti dai soci dell’Italian Gekko Association (IGA): Naultinus grayi

Rhacodactylus leachianus

Rhacodactylus leachianus

Teratoscincus roborowskii

Teratoscincus roborowskii

Heteronotia binoei

Heteronotia binoei

Pro o contro l’allevamento e il commercio?

La mia posizione sul commercio degli animali, nel caso specifico di anfibi e rettili, è piuttosto “laica”. In generale non amo esprimermi né pro e né contro, perché l’una o l’altra posizione sarebbero troppo polarizzate e ci sarebbe il rischio concreto di diventare partigiani, cosa che preferisco evitare. 

Tendo a ritenere che l’attività di prelievo e di commercio di anfibi e di rettili, con considerazioni estensibili anche ad altri gruppi animali, possa essere impattante sulle popolazioni naturali soprattutto quando queste hanno una distribuzione ristretta o con siti naturali già compromessi. 

Ovviamente, non si possono fare generalizzazioni in quanto sono molti i parametri in causa, fra cui aspetti della biologia della specie e degli habitat in cui vivono. D’altra parte, è innegabile che il commercio consenta spesso di acquisire informazioni sulla storia naturale e su come riprodurre in cattività specie a rischio di estinzione. Un blocco totale del commercio legale sarebbe probabilmente seguito da un incremento di quello illegale, e andrebbe anche a inficiare la possibilità del libero commercio in Unione Europea. 

Per queste ragioni ritengo che il commercio dovrebbe essere regolamentato e dovrebbe esserci un controllo severo sulle condizioni di cattura e di stabulazione degli esemplari, nonché sulle condizioni sanitarie e igieniche degli individui importati. Per quanto riguarda la possibilità di tenere esemplari in cattività, questa dovrebbe essere consentita solo a fronte della verifica di una competenza di base del richiedente.

Scarica la versione estesa di questo articolo.

Franco Andreone è zoologo ed esperto di conservazione al Museo Regionale di Scienze Naturali di Torino e chair dell’IUCN SSC Amphibian Specialist Group/Madagascar. Conduce ricerche su anfibi e rettili, principalmente in Italia e in Madagascar. Nel 2009 ha ottenuto il prestigioso Sabin Award for Amphibian Conservation.

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