OPINIONE

L’OCEANO CHE ABBIAMO, L’OCEANO CHE VOGLIAMO

di Francesca Santoro

Nel 2021 inizia il Decennio del Mare, un’iniziativa globale che promuove soluzioni scientifiche per un mare più sostenibile, pulito e sicuro. Ma per pensare il mare in ottica di sviluppo sostenibile abbiamo bisogno di una vera e propria educazione all’oceano.

5 Marzo 2021

Tempo di lettura: 6 minuti

Pale Blue Dot. Illustrazione di Eliana Odelli.

«Quanto è inappropriato chiamare questo pianeta Terra, quando esso è chiaramente Oceano». Così diceva Arthur C. Clarke, scrittore inglese di fantascienza ma anche esploratore sottomarino. È esattamente così: la superficie del nostro pianeta è coperta per più del 70% dall’oceano, che ospita la più grande concentrazione di biodiversità.
I biologi marini hanno stimato che il numero di specie presenti in mare sia circa 1 milione, con i tre quarti di esse ancora da scoprire. Questo ci dà una misura di quanto poco conosciamo il nostro oceano, quanto ancora ci sia da studiare, da comprendere. E questa è una delle ragioni che hanno spinto l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite a dichiarare il decennio che va dal 2021 al 2030, il Decennio delle Scienze del Mare per lo Sviluppo Sostenibile: una grande iniziativa globale che mira a promuovere il ruolo delle scienze del mare nello sviluppo sostenibile e nell’implementazione dell’Agenda 2030 delle Nazioni Unite e dei suoi 17 obiettivi di sviluppo sostenibile.

Tanti sono stati i decenni tematici promossi dalle Nazioni Unite dalla sua creazione, ma per questo decennio si è voluto sin da subito definire una missione e una visione forte. La visione del Decennio del Mare è, in breve: “la scienza di cui abbiamo bisogno per l’oceano che vogliamo”. La missione del Decennio del Mare è “catalizzare soluzioni di scienze del mare trasformative per lo sviluppo sostenibile, avvicinando le persone al nostro oceano”. Il Decennio ha l’obiettivo di realizzare appunto l’oceano che vogliamo, ovvero un oceano pulito, sano e resiliente, produttivo, predicibile, sicuro e accessibile, ma anche un oceano che ispira e che coinvolge.
Vorrei partire da qui per descrivere l’oceano che vorrei. Un oceano che ispira e che coinvolge, valorizzato e compreso dalla società in relazione al benessere umano e allo sviluppo sostenibile.

La visione del Decennio del Mare è, in breve: “la scienza di cui abbiamo bisogno per l’oceano che vogliamo”.


Spesso quando si parla di oceano o di mare si considerano sempre le stesse questioni: la pesca, il turismo, il trasporto. Ma c’è ancora tanto da capire sull’importanza che l’oceano ha per le nostre vite e come dall’oceano possano arrivare le soluzioni ad alcune delle questioni più urgenti che dobbiamo affrontare per il futuro della nostra specie, e non solo, sul nostro pianeta.
Prendiamo la pandemia da COVID-19, ad esempio; pochissimi sapranno che alcuni dei test rapidi per verificare la presenza del coronavirus sono stati sviluppati a partire da enzimi prodotti da una specie di batteri scoperti in Alto Adriatico a metà degli anni ‘80 da ricercatori americani del Woods Hole Oceanographic Institution.
E questo è solo un esempio. Moltissime altre sono le caratteristiche dell’oceano e degli organismi marini che possono insegnarci tanto e da cui possiamo trarre ispirazione per sviluppare idee creative e innovative che ci accompagnino in quella transizione ecologica di cui tanto si parla in questi giorni.

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Un’altra citazione che io amo molto è tratta da una poesia di Pablo Neruda: «ho bisogno del mare perché mi insegna». Cosa ci insegna il mare, allora? Nel mare tutto è connesso, nel mare non ci sono confini, il movimento dei suoi abitanti è guidato dalle correnti, dalle variazioni di temperatura e salinità, dalla disponibilità di cibo e di nutrienti, ma è proprio questa interconnessione che permette agli organismi anche di percorrere spazi infiniti per assicurare la continuità della specie. La ricerca suggerisce che molte specie animali, molte delle quali importanti dal punto di vista commerciale, culturale ed ecologico, potrebbero attraversare regolarmente aree molto più ampie di quanto precedentemente osservato; sia come adulti che nuotano, sia, più spesso, in altre fasi della vita, come larve o giovani che si spingono o vengono trascinati all’interno delle correnti oceaniche.

Nel mare tutto è connesso. […] È proprio questa interconnessione che permette agli organismi di percorrere spazi infiniti per assicurare la continuità della specie.


Questo, ad esempio, potrebbe portare allo sviluppo di nuove strategie di conservazione e tutela delle specie marine. Fino ad ora, infatti, la maggior parte delle specie è stata gestita e conservata localmente, spesso in aree marine protette (AMP), delimitate da dei confini che creano rigide zone di divieto di accesso, e in aree con regole più sfumate, controllate dai governi nazionali o regionali. Ma il movimento costante di individui da un luogo a un altro significa che gli animali si spostano spesso tra aree con diversi livelli di protezione della conservazione e controllo amministrativo. A meno che non si tenga conto di tali legami geografici, la protezione di un organismo in un’area potrebbe facilmente essere minata dalla sua vulnerabilità in un’altra.

Riconoscendo tutto questo, scienziati e responsabili politici stanno prendendo in considerazione il concetto di connettività marina, un termine che i biologi usano ampiamente per riferirsi allo scambio di individui, sequenze genetiche, cibo e altro materiale tra regioni o popolazioni nell’oceano, per capire come meglio proteggere gli ecosistemi marini dalla pesca eccessiva, dai cambiamenti climatici e da altre pressioni antropiche. La quantificazione della connettività marina sta diventando di conseguenza un obiettivo centrale della ricerca sulla conservazione marina, con i biologi che sviluppano nuovi metodi per valutare i movimenti delle specie e le linee guida per sviluppare sistemi di gestione più efficienti.
Mi piacerebbe molto che questo concetto ci insegnasse e ci ispirasse a comprendere che imporre limiti, confini e barriere al movimento delle persone e delle idee non solo non è giusto da un punto di vista etico e morale, ma non lo è anche da un punto di vista biologico e delle continuità e dello sviluppo, sostenibile, anche della nostra specie.

Per fare in modo che tutti siano più consapevoli di queste caratteristiche dell’oceano è necessario che si faccia uno sforzo globale nel promuovere quella che in lingua inglese si chiama ocean literacy, o educazione all’oceano.

Non sarà ripetere all’infinito che ogni anno vengono immessi in mare 8 milioni di tonnellate di plastica a convincere le persone a non usare più la plastica monouso.


A livello internazionale l’educazione all’oceano è definita come la comprensione dell’influenza dell’oceano su di noi e della nostra influenza sull’oceano. È un’iniziativa nata alla fine degli anni ‘90 da un gruppo di ricercatori ed educatori statunitensi che, consci della mancanza di temi relativi alla conoscenza dell’oceano nelle discipline fondamentali dei programmi scolastici, hanno sviluppato un approccio basato su 7 princìpi e 45 concetti fondamentali per definire quello che uno studente dovrebbe sapere sull’oceano alla fine del suo percorso scolastico. Da allora il concetto si è molto evoluto e si è arrivati alla definizione di un approccio all’educazione all’oceano molto più ampio e che comprenda tutti i settori della società.

È esattamente quello che porto avanti coordinando il programma di educazione all’oceano globale della Commissione Oceanografica Intergovernativa dell’UNESCO. Un approccio all’educazione all’oceano che non serva semplicemente ad aumentare la nostra conoscenza dell’oceano o la consapevolezza dei rischi che minacciano la sua salute, ma che si spinga fino alla comprensione di quali sono le barriere che non permettono alle persone di cambiare i propri comportamenti.

Non sarà ripetere all’infinito che ogni anno vengono immessi in mare 8 milioni di tonnellate di plastica a convincere le persone a non usare più la plastica monouso. Quello di cui c’è bisogno, invece, sono programmi di informazione, comunicazione e formazione che facciano comprendere fino in fondo quali sono le azioni che ognuno di noi può compiere. C’è bisogno, soprattutto, di fornire a tutti gli strumenti per comprendere e per usare la conoscenza dell’oceano che già abbiamo, e quella che viene sviluppata continuamente dalla comunità internazionale dei ricercatori marini.
Abbiamo dieci anni per promuovere questo cambio di passo e per arrivare, nel 2030, dall’oceano che abbiamo all’oceano che vogliamo.