NEI LAGHI ITALIANI C’È SEMPRE PIÙ PLASTICA

di Rudi Bressa

Le nostre riserve di acqua dolce hanno visto aumentare esponenzialmente la presenza di microplastiche. Il progetto Life Blue Lakes intende studiarne gli effetti a lungo termine.

1 Novembre 2020

Illustrazione di Eliana Odelli.

C’è ancora molta confusione quando si parla di microplastiche. Cosa sappiamo veramente di questa nuova (per quanto concerne la ricerca) fonte di inquinamento ambientale? Sappiamo ad esempio che è praticamente diffusa ovunque. Tracce di microplastiche non sono state trovate solo nei mari, ma sono state rinvenute anche nei ghiacciai alpini, grazie ad un lavoro congiunto dei ricercatori dell’università di Milano e di Milano-Bicocca. Uno studio pubblicato dall’European Geosciences Union (EGU) mostra come nei ghiacci alpini sia stata campionata una quantità di microplastiche pari a quella rinvenuta nei sedimenti marini e costieri europei: 75 particelle per ogni chilogrammo di sedimento. Lo stesso si può dire per le nevi artiche: nella ricerca “White and wonderful? Microplastics prevail in snow from the Alps to the Arctic” pubblicata su Science Advances, si evidenzia la presenza – seppur minore – anche nelle nevi del Nord del pianeta.

Sappiamo poi che, per essere definite tali, le microparticelle devono essere comprese tra i pochi millimetri, fino ai nanometri (10-9) o addirittura ai picometri (10-12). Le microparticelle però possono essere composte da vari materiali: dai polimeri di origine plastica, alle microfibre di origine naturale. Anzi, in un recentissimo studio pubblicato sempre su Science Advances, i ricercatori del Cnr-Ismar hanno scoperto che oltre il 90 per cento delle microfibre raccolte in mare aperto erano di origine cellulosica e animale (principalmente cotone e lana). Ovvero che la grande maggioranza delle fibre tessili che galleggiano negli oceani sono di origine naturale e non sintetica.

Fino ad oggi però mancava ancora un tassello, ovvero un’approfondita ricerca della presenza o meno di queste particelle negli specchi d’acqua dolce. Questa lacuna verrà colmata grazie al progetto europeo di monitoraggio Life Blue Lakes, lanciato a luglio di quest’anno e che prevede di estendere le ricerche su tre laghi italiani (Garda, Bracciano e Trasimeno) e due tedeschi, per progettare e sperimentare protocolli standard su aree pilota e azioni di promozione e diffusione di buone pratiche da estendere, successivamente, anche ad altre comunità lacustri italiane ed europee. «Il progetto tenta di capire quale sia il livello di inquinamento in alcuni dei laghi italiani ed europei, e quale sia il ruolo delle infrastrutture idriche nella prevenzione», spiega Francesco Fatone, professore ordinario di Ingegneria chimica e ambientale presso l’Università Politecnica delle Marche. «Cioè stiamo lavorando per individuarne le cause e valutarne gli effetti che, cosa importante da sottolineare, non sempre possono portare a tossicità».

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Finora i primi risultati hanno mostrato come nel lago di Garda si è passati dalle 9.900 particelle per km2 del 2017 alle 131.619 del 2019. Nelle acque del Trasimeno da quasi 8.000 nel 2017 a 25.000 particelle nel 2019. Mentre nel lago di Bracciano da 117.288 particelle registrate nel 2017 a 392.401 nel 2019. Microfibre, cosmetici, rifiuti plastici abbandonati e non correttamente smaltiti, polveri prodotte dall’usura degli pneumatici e quant’altro si sono dimostrate essere le principali fonti di inquinamento.

In caso di scarsità d’acqua, i laghi possono diventare una fonte d’acqua potabile.


Ma perché è così importante monitorare i laghi? «I laghi sono bacini idropotabili strategici», sottolinea Fatone. «Questo significa che in caso di scarsità d’acqua possono diventare una fonte d’acqua potabile». Per questo motivo è fondamentale conoscere la composizione e la potenziale pericolosità degli inquinanti. Per non ripetere gli errori del passato, come accaduto ai Policlorobifenili (Pcb), o più recentemente con le sostanze perfluoroalchiliche (Pfas). Anche perché, ad oggi, non sappiamo ancora quali possano essere gli effetti del loro bioaccumulo sulla salute umana e sull’ecosistema lacustre. «Le microparticelle hanno sicuramente un comportamento che favorisce un’adesione di molecole organiche e non solo, quindi possono portare con sé contaminanti che hanno provate caratteristiche di tossicità, ma le concentrazioni di queste sostanze non è detto che abbiamo effetti di tossicità», sottolinea Fatone. «Parliamo infatti di concentrazioni pari a una zolletta di zucchero in un lago».

Il passo successivo, oltre all’analisi delle acque, sarà quello di capire qual è il ruolo dell’infrastruttura idrica come collettore di inquinanti. «Ciò che abbiamo validato in questi lavori è che i nostri depuratori si comportano da “filtro”, fermando anche l’80 per cento delle particelle, senza utilizzare nessuna particolare tecnologia», continua Fatone. «Ciò significa che dagli scarichi urbani, i depuratori riescono a trattenere la maggior parte delle microparticelle». Ma qual è il destino di queste particelle “catturate” dai nostri depuratori? Come spiega il ricercatore, ciò che avviene nei depuratori porta le microparticelle ad accumularsi nei fanghi di depurazione, che a loro volta possono essere utilizzati negli impianti a biogas, e infine come fertilizzanti in agricoltura. Con la possibilità di far registrare anche accumuli importanti nel tempo. Motivo in più per continuare a indagare sui rischi potenziali che possono avere queste particelle sulla salute dei suoli, delle falde acquifere, degli ecosistemi. E ovviamente, anche sulla salute umana.

Articolo prodotto grazie al supporto di Ecomondo.

Rudi Bressa è un giornalista ambientale e scientifico. Collabora con testate nazionali e internazionali e scrive di cambiamenti climatici, transizione energetica, economia circolare e conservazione della natura.

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Eliana Odelli è art director, illustratrice, grafica, designer e autrice. Co-fondatrice del collettivo artistico Balene In Volo.

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