OPINIONE

RACCONTARE LA CRISI CLIMATICA AL PLANETARIO

di Stefano Giovanardi

Osservare la Terra dallo spazio non dovrebbe essere un privilegio per ultraricchi. Ma il modo per fare questa esperienza – e ispirarci all’azione collettiva per affrontare la crisi climatica – c’è già: è il planetario. Secondo Stefano Giovanardi, curatore del Planetario di Roma, la visione della Terra dallo spazio può cambiare il nostro modo di vedere il mondo.

17 Dicembre 2021

Tempo di lettura: 8 minuti

Stefano Giovanardi

Stefano Giovanardi accanto al modello dell’asteroide RomaPlanetario, posto al centro della sala del Planetario di Roma: sulla sua superficie è stato riprodotto in scala il centro della Capitale (si nota la Basilica di San Pietro). (66458) RomaPlanetario è il primo asteroide dedicato a un planetario, dal 2005. Foto di Stefano Giovanardi, Museo della Civiltà Romana/Planetario e Museo Astronomico di Roma, 13 Dicembre 2021.

«È stata l’esperienza più profonda della mia vita». Sono le parole del capitano Kirk, alias l’attore William Shatner, appena uscito dalla capsula spaziale di Blue Origin dopo un volo di appena 8 minuti sopra la stratosfera, lo scorso ottobre. «Tutti dovrebbero farlo», ha aggiunto, trattenendo le lacrime per la commozione. È vero: l’esperienza di ammirare la Terra dallo spazio, scorgere la sua curvatura e attraversare in pochi istanti lo spessore sottilissimo dell’atmosfera che ci separa dal vuoto, dovrebbe appartenere al bagaglio emotivo e culturale di tutti, in mondo che a causa nostra cambia sempre più in fretta. 

Invece di essere un costoso vezzo per ultraricchi, però, la percezione dei limiti del nostro pianeta dovrebbe essere condivisa da tutti i suoi abitanti, per ispirare l’umanità ad affrontare collettivamente la sfida della crisi climatica. Ma soltanto gli astronauti, fra noi, hanno il privilegio di poter contemplare la Terra dal cielo, affacciandosi alla Cupola della Stazione Spaziale Internazionale. Tuttavia esiste un luogo che può offrire a tutti quella visione dirompente, senza diventare astronauti, al costo di un biglietto per il cinema. Un’altra cupola nella quale, per riveder le stelle, bisogna entrare.

Rovesciare il nostro punto di vista, al planetario

Accomodatevi sulla poltroncina: lasciatevi ispirare dalla musica, sprofondate poco a poco nel buio e fate volare l’immaginazione. Nell’oscurità di un immenso cielo stellato vi sembrerà di sollevarvi oltre un orizzonte invisibile, finché il punto di vista si capovolgerà e davanti a voi prenderà forma un globo, come se venisse lentamente inquadrato nell’oblò di un’astronave. È la Terra come non l’avevate mai vista prima: la Terra dallo spazio. C’è tutto il mondo, davanti a voi: definito, completo. Mancate solo voi. Mentre volteggiate intorno alla Terra, vi accorgete che da soli non sapreste come tornare indietro. È un’esperienza straniante, quella di sentirsi fuori dal mondo. Eppure siete rimasti sempre su quella poltroncina reclinata, e quando le luci si rialzano, vi ritrovate là dove eravate entrati: in un planetario. 

Chiunque abbia visitato un planetario conosce la sensazione di “perdersi fra le stelle”, e spesso torna per provarla di nuovo. È proprio quella sensazione di spaesamento che mi interessa mettere in evidenza: corrisponde alla necessità di ristabilire il proprio orientamento, sospeso dalla finzione scenica della proiezione. Dell’orientamento fisico – lo stato del proprio corpo rispetto a ciò che appare nel campo visivo – ma anche culturale: la direzione del pensiero e della propria concezione del mondo in relazione a ciò che avviene nello spazio avvolgente della cupola. Nell’oscurità della sala, la proiezione si sostituisce efficacemente all’ambiente circostante, quasi disarcionando lo spettatore dalle coordinate quotidiane della sua esistenza. 

La condizione di sospensione in cui si viene a trovare il pubblico permette di sollevarlo dalla sua normale concezione del mondo e condurlo a un punto di vista differente, un’angolazione nuova da cui considerare la realtà.


Questa è la magia che avviene in un planetario, specialmente in cupole di grandi dimensioni. E ha un forte potere narrativo. Il disorientamento ha lo stesso effetto della sospensione della realtà che avviene leggendo un romanzo, o guardando un film. Permette di raccontare una storia, di riscrivere le regole del gioco. Per chi svolge, come me, attività di divulgazione scientifica e didattica in un planetario, la condizione di sospensione in cui si viene a trovare il pubblico permette di sollevarlo dalla sua normale concezione del mondo e condurlo a un punto di vista differente, un’angolazione nuova da cui considerare la realtà. Spesso questo “passo di traverso” rispetto al proprio itinerario quotidiano – un inciampo cognitivo – aiuta a dare un nuovo senso alle cose, a trovare significati differenti che modificano la propria visione del mondo.

Vedette sulla crisi climatica

Ciò non significa che il pubblico venga ingannato, anzi: lo spaesamento deriva proprio dall’estrema verosimiglianza della proiezione, che è sì una simulazione, ma non una menzogna. Proprio come affermava il grande Gigi Proietti riguardo al teatro: «Benvenuti a teatro, dove tutto è finto ma niente è falso». Il planetario è un grande teatro astronomico: il suo spazio scenico è il cielo stellato, anzi l’intero universo, che grazie ai moderni sistemi di proiezione digitale può essere esplorato, attraversato, navigato. L’introduzione dei planetari digitali ha aperto un immenso portale alla narrazione scientifica che possono ospitare: lo spettatore non è più necessariamente ancorato al classico (e pur sempre incantevole) punto di vista terrestre, con lo sguardo rivolto sopra di sé, al cielo disseminato di stelle e costellazioni. Ora può sollevarsi da terra, perdere peso e fluttuare nello spazio su traiettorie a piacere, assumendo punti di vista inediti: potrà così ritrovarsi ad ammirare dall’alto la Terra, sotto di sé

Questa postazione di vedetta cosmica offre un vantaggio per raccontare la crisi climatica: rivela la limitatezza del nostro pianeta con immediatezza, senza richiedere uno sforzo di astrazione che nel quotidiano risulta difficile. Nel planetario, l’intera dimensione della Terra, la sua curvatura e la sua finitezza appaiono a colpo d’occhio.

Molti visionari del passato tentarono di immaginare come dovesse apparire la Terra dallo spazio, in anticipo di secoli sulla tecnologia che ce l’ha finalmente mostrata. Già nel II secolo, Tolomeo scriveva «la Terra ha il rapporto di un punto con l’universo»; nel Sogno di Scipione, Cicerone osserva la Terra dalla Via Lattea e si vergogna dell’Impero, «nient’altro che un punto sulla sua superficie». Dal cielo delle stelle fisse, Dante nel Paradiso rivolge lo sguardo verso Terra, trovandola così piccola da chiamarla «aiuola» e sorridere «del suo vil sembiante»; Keplero nel suo Sogno descrive accuratamente l’aspetto della Terra vista dalla Luna. Questi sguardi immaginari si sono incarnati nel gesto della sonda Voyager 1, che dopo essersi lasciata alle spalle l’intero sistema solare, nel 1990 si volse verso il Sole per fotografare in un unico “ritratto di famiglia” tutti i pianeti: fra questi anche la Terra, che appare come un piccolo puntino blu sospeso in un raggio di sole. Memorabile il commento di Carl Sagan, l’astronomo ideatore di quell’immagine, passata alla storia come Pale Blue Dot: «Guardate bene quel puntino. È qui. È casa. Siamo noi».

La possibilità di constatare di persona la piccolezza della Terra – e dunque confrontarci con la limitatezza delle sue risorse – è un privilegio della nostra epoca: poterla oggi ammirare sulla volta di un planetario digitale porta un passo avanti questa rincorsa millenaria, verso il traguardo di renderla disponibile a chiunque.

planetario

La grande sala del Planetario di Roma, pronto per riaprire al pubblico dopo un importante rinnovamento tecnologico che ha trasformato il suo sistema di proiezione da optomeccanico a digitale. La cupola misura 14 metri di diametro e ospita 98 posti a sedere, su poltroncine reclinate per favorire l’osservazione del cielo stellato. Foto di Gianluca Masi, Museo della Civiltà Romana/Planetario e Museo Astronomico di Roma, 10 Novembre 2021.

Il planetario, macchina dello spazio e del tempo

È così che può crearsi, in ciascuno spettatore, l’apertura percettiva che fa spazio ad una nuova inquadratura, una prospettiva spaziale e temporale dalla quale contemplare la relazione fra l’umanità e il suo pianeta, e considerare il nostro impatto sul clima e sull’ambiente. Recuperando la valenza latina della contemplazione, ossia il tracciare una cornice attorno alla regione di cielo che è oggetto della nostra attenzione: come per gli antichi aruspici il volo degli uccelli nell’aria sopra i templi, ora la Terra sperduta nell’immensità dello spazio. È proprio quell’immaginaria cornice cosmica, il templum, che fornisce il contesto (che oggi chiameremmo, in inglese, il framing) sul quale comporre il senso della visione. Che risulterà drasticamente diverso da quello elaborato trascorrendo le giornate con i piedi per terra. 

Guardandoci intorno nello spazio, è evidente che non esiste alcun Pianeta B dove l’umanità possa sperare di rifugiarsi.


La forza di un planetario nel raccontare la crisi climatica della Terra è dunque in primo luogo di natura psicologica, e deriva dalla capacità di offrire un diverso punto di vista per considerare il problema e modellare l’immaginario scientifico del pubblico. 

Sul piano didattico, il planetario aiuta a mettere in prospettiva le scale temporali del cambiamento climatico di oggi rispetto alle variazioni naturali del clima e alle loro cause: l’attività del Sole, i moti millenari della Terra, tutti troppo lenti per essere decisivi nello spiegare il riscaldamento globale in atto. 

Infine, la potenza di calcolo e di visualizzazione dei planetari digitali consente di raffigurare ed animare enormi quantità di dati che raccontano l’evoluzione dei parametri climatici, aggiornandoli continuamente agli ultimi dati disponibili. Il pianeta Terra può così diventare una mappa navigabile ad alta risoluzione degli scenari climatici presenti, passati e futuri. 

In altre parole, un planetario digitale può essere pilotato come una “macchina dello spazio e del tempo” o come un simulatore di volo cosmico. Si presta meglio di qualunque altro sistema di proiezione a visualizzare e a raccontare la crisi climatica, mettendo a disposizione di tutti la scienza del clima in modi fortemente coinvolgenti. Sarebbe un delitto non farlo. Da lassù si capisce al volo, osservando gli effetti dell’azione umana sul pianeta, quanto sia cruciale assumerci con urgenza la responsabilità di essere custodi della Terra per chi verrà dopo di noi. E guardandoci intorno nello spazio, è evidente che non esiste alcun Pianeta B dove l’umanità possa sperare di rifugiarsi.

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Per una coscienza ecologica cosmica

Sono fortemente convinto che questa prerogativa dei planetari li rivesta oggi di una funzione sociale di fondamentale importanza, per diffondere la narrazione scientifica della crisi del clima. Per la loro stessa struttura le cupole favoriscono l’interazione e il dialogo: i planetari possono rappresentare le nuove agorà tecnologiche, i punti d’incontro della società moderna. Per esempio, perché non offrire una visita al planetario anche ai leader del G20 riuniti a Roma a fine ottobre? In fin dei conti, il Planetario di Roma dista appena due isolati dalla Nuvola di Fuksas, sede del vertice. In Italia ci sono 120 planetari, di cui circa 40 digitali, con cupole più o meno capienti. Sarebbe opportuno creare un progetto nazionale con questo specifico obiettivo, con il supporto degli enti di ricerca, dei musei scientifici e delle associazioni ambientaliste. I planetari potrebbero rivelarsi una delle migliori risorse di cui la società moderna disponga per diffondere una consapevolezza trasversale sui problemi del clima e dell’ambiente. 

Nella comunità scientifica degli astronomi esistono già organizzazioni professionali – come Astronomers for Planet Earth – che operano per far crescere la consapevolezza della popolazione riguardo alla crisi climatica, incoraggiando le proprie comunità territoriali all’azione e all’attivismo. Anche storicamente, l’esplorazione spaziale ebbe un ruolo importante nella formazione di una coscienza ambientale ed ecologica globale. Era la vigilia di Natale del 1968: dall’orbita lunare, gli astronauti dell’Apollo 8 videro apparire la Terra oltre il profilo del nostro satellite e scattarono la celeberrima immagine Earthrise. Era la prima volta che l’umanità poteva ammirare la propria casa da un altro mondo, realizzando così il sogno di Keplero, di Scipione e dei loro predecessori. Sulla rotta per la Luna, l’equipaggio dell’Apollo 17 si affacciò verso la Terra che si rimpiccioliva, e il 7 Dicembre 1972 la immortalò nell’inconfondibile ritratto Blue Marble, che ancora oggi è l’immagine più cliccata sui siti della NASA. 

I planetari potrebbero rivelarsi una delle migliori risorse di cui la società moderna disponga per diffondere una consapevolezza trasversale sui problemi del clima e dell’ambiente.


La potenza evocativa di quelle immagini, ormai indelebili nella nostra memoria collettiva, contribuì alla nascita dei primi movimenti ecologisti negli Stati Uniti. È un’eredità tutt’altro che secondaria del programma Apollo: plasmò la medesima sensibilità che ritroviamo oggi nella generazione di Greta Thunberg e dei ragazzi di Fridays for Future in tutto il mondo. 

Io sogno che i planetari, col sostegno delle istituzioni, possano dare il loro contributo alla lotta al cambiamento climatico ispirando con la loro ineguagliabile forza narrativa le generazioni di giovani e adulti di oggi, e promuovendo la diffusione capillare di una coscienza ecologica cosmica, che diventi parte del sentire comune di una società consapevole e determinata alla salvaguardia del nostro unico pianeta.

Stefano Giovanardi è astronomo e curatore scientifico del Planetario e Museo Astronomico di Roma, dove si occupa di didattica e divulgazione dell’astronomia. È autore di oltre 300 fra programmi, spettacoli ed eventi astronomici. Ha svolto attività di ricerca negli Stati Uniti presso lo Space Telescope Science Institute di Baltimora e la Columbia University di New York. Ha conseguito il Master in Comunicazione della Scienza della SISSA di Trieste. Ha lavorato all’Istituto Nazionale di Astrofisica, collaborato con riviste specializzate e partecipato a numerose trasmissioni radiofoniche, televisive e festival scientifici. Nel 2019 è diventato Dark Sky Ambassador per l’Unione Astronomica Internazionale. È co-scopritore dell’asteroide 1994QC, il primo pianetino Near Earth scoperto in Italia.

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