RENDERE VISIBILE L’INVISIBILE, CON ARTE E SCIENZA

di Erica Villa

Intervista ad Andreco, artista visivo, ingegnere ambientale e attivista di temi sociali e ambientali.

27 Novembre 2020

Tempo di lettura: 4 minuti

Arno Imaginary Topography, dipinto a pavimento che raffigura in forma simbolica il fiume Arno e una topografia immaginifica. NAM, Not A Museum, Manifattura Tabacchi di Firenze, a cura di Caterina Taurelli Salimbeni (MIM), 2020.

Il murales è lungo cento metri e alto sei. Si trova in una città d’arte, Venezia. Non è un atto di vandalismo, anche se copre un palazzo proprio sul Canal Grande, ma è un’opera d’arte; anzi, di arte e di scienza. Si tratta di una impresa unica nel suo genere, considerate le regole rigidissime di protezione e conservazione dei palazzi veneziani. Eppure Andreco è riuscito a fissare in modo indelebile, usando comunque pigmenti naturali a basso impatto ambientale, il suo messaggio ambientalista rappresentando, tra formule matematiche e onde estreme che si fanno arte, l’innalzamento del livello medio del mare provocato dal surriscaldamento globale da qui al 2200.

Andreco (Andrea Conte) è impegnato da vent’anni in ricerche interdisciplinari tra scienza, sostenibilità ambientale, attivismo, urbanistica, antropologia, ecologia, filosofia e simbolismo. Si occupa anche di tecnologie verdi e soluzioni basate sulla natura per la sostenibilità urbana in collaborazione con la Scuola di Ingegneria e Architettura dell’Università di Bologna e la Columbia University di New York. La sua ricerca artistica è incentrata sul rapporto tra uomo e natura e tra l’ambiente costruito e il paesaggio naturale e ha sempre posto grande enfasi sulla destinazione delle sue opere, per sostenere buone pratiche ambientali e combattere il greenwashing.

L’opera apparsa nel cuore di Venezia è parte del Climate Art Project, uno dei suoi progetti sulle azioni per il clima. L’obiettivo del progetto, composto da una serie di interventi svolti in diverse città del mondo, è quello di aumentare la consapevolezza sul riscaldamento globale e diffondere soluzioni basate sulla natura per l’adattamento e mitigazione del cambiamento climatico.
«La ricerca scientifica e quella artistica utilizzano metodi e linguaggi differenti, ma hanno in comune la volontà di rendere visibile l’invisibile e mostrare possibili futuri». Di questo parla spesso l’artista-scienziato nel ciclo di presentazioni che ha chiamato Future Climate. «Il metodo scientifico è rigoroso, fatto di esperimenti verificati e riproducibili, quello artistico è libero, a volte funziona per associazioni visive, non per forza razionali, tanto meno riproducibili», dice Andreco. «Tuttavia l’intuizione è un elemento comune alle due ricerche. L’artista può fornire un punto di vista altro al lavoro dello scienziato, partendo dai dati scientifici può fare un salto nell’immaginifico, nella visione. Questo perlomeno è quello che tento di fare nel mio lavoro».

Drops, gruppo di sculture sulla caduta di una goccia d’acqua e State of Matter, performance. Opere realizzate per la mostra Back to Nature promossa da Roma Capitale, Assessorato alla Crescita culturale, Sovrintendenza Capitolina ai Beni Culturali⁣, a cura di Costantino D’Orazio. Parco dei Daini di Villa Borghese, Roma fino al 13 Dicembre 2020. Foto: Giorgio Cohen Cagli – Studio Andreco.

Andreco utilizza molte tecniche per rappresentare la sua arte, dalle installazioni pubbliche ai video, alle performance, ai dipinti murali e ai disegni, e nel momento in cui un artista diventa attivista basandosi sul metodo e dati scientifici sembra assumere un ruolo significativo anche nella comunicazione su ambiente e crisi climatica. Andreco ha una chiara idea sul ruolo dell’arte nel comunicare la scienza: «L’arte non ci salverà, da sola non ha nessuna efficacia, ma insieme agli altri linguaggi, quello scientifico e quello politico degli attivisti, ha un ruolo nel dibattito culturale e nel processo di cambiamento». E dunque non sarà certo l’arte a salvarci, ma potrebbe essere uno stimolo per pensare, e per pensare diversamente: «Il linguaggio dell’arte è meno esplicito, meno diretto di quello scientifico o politico; non veicola né risposte né soluzioni, tra le righe, pone delle domande». E poi aggiunge «Mi piace dire che le mie opere hanno un significato aperto che si completa in chi le osserva secondo il suo vissuto e il suo background culturale».

Per l’artista-scienziato, l’arte è perfino un atto rivoluzionario: «Questo coinvolgimento del processo cognitivo che induce un ragionamento in chi osserva, potrebbe funzionare come un pungolo che muove la sensibilità e la coscienza delle persone verso il cambiamento. L’arte non è comunicazione né decorazione ma piuttosto è simile ad un atto rivoluzionario come diceva il filosofo francese Gilles Deleuze».

Displacement, performance sui cambiamenti climatici e l’acqua in solidarietà con i migranti climatici, prodotta da Weworld per il Terra di Tutti Film Festival. Piazza Maggiore, Bologna. Foto: Michele Lapini e Marco Panzetti – Studio Andreco.

Il primo lockdown e la situazione di emergenza sanitaria attuale hanno costretto a casa famiglie, studenti, professionisti di ogni settore e anche artisti. Andreco in passato ha viaggiato tantissimo per lavoro, sia come ingegnere che come artista, per fare mostre e opere pubbliche, per incarichi nella cooperazione allo sviluppo o nella sostenibilità ambientale urbana.

Spiega ancora l’artista: «Prima del Covid-19 stavo già cercando di limitare gli spostamenti, anche per impattare meno sulla CO2, facendo talk on-line e selezionando attentamente mostre e progetti da fare all’estero».

«Sono orientato a sviluppare progetti locali globalmente connessi. Fare progetti locali tra arte, scienza ed ambiente, significa anche dare un tempo più lungo al lavoro, stringere rapporti migliori con i partner e avere una migliore efficacia nell’impatto sul territorio. Quando si potrà tornerò a viaggiare ma selezionerò molto gli incarichi e garantirò comunque continuità ai miei progetti locali di Climate Art Project».

Andreco (Andrea Conte), Venezia 2017. Foto di Samantha Casolari.

Andreco è diventato un riferimento per molti giovani artisti, attivisti per l’ambiente. A chi chiede quali sarebbero gli insegnamenti fondamentali che lui impartirebbe a chi desidera intraprendere la sua stessa strada, risponderebbe: «Innanzitutto è fondamentale studiare. Perché le tematiche scientifiche e ambientali sono complesse e bisogna conoscerle a fondo per non trattarle con superficialità o cadere in facili operazioni di greenwashing. La conoscenza delle tematiche è un prerequisito indispensabile. Poi bisogna seguire, una volta che si conoscono a fondo gli argomenti, il proprio istinto e cercare terreni inesplorati, sperimentare liberamente, senza copiare o emulare i predecessori. In questo modo si fa ricerca e si crea innovazione. Una volta che si è arrivati a concepire qualcosa di innovativo, suggerirei di non svenderlo all’attuale sistema economico neoliberista, che renderebbe vano tutto il lavoro fatto. Al contrario, una tale scoperta andrebbe usata come una leva per il capovolgimento di questo sistema economico e produttivo estrattivista: il principale nemico della sostenibilità ambientale, dell’economia circolare e degli ecosistemi in cui viviamo».

Erica Villa ha una laurea in biologia e un master in comunicazione della scienza. Dopo aver lavorato alla comunicazione del Centro Nazionale Trapianti approda a Science Gallery Venice, parte del network mondiale di gallerie di arte e scienza, per la quale è responsabile della programmazione.

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