Dare l’allarme non basta più

Una nuova generazione di scienziati e scienziate ha abbracciato l'attivismo per il clima e nuove visioni politiche. Con l'idea che limitarsi a dare l'allarme sui dati della crisi climatica non abbia funzionato.

8 minuti | 30 Gennaio 2024

Testi di Marco Boscolo
Fotografie di Michele Lapini

«Serve un cambio di postura. Non ha più senso dialogare con gli stakeholder: i nostri interlocutori privilegiati sono i movimenti dal basso». Come a dire: le istituzioni e la politica sono state sollecitate finora, ma non è servito a molto: ora è il tempo di abbracciare una forma di attivismo più orizzontale che si nutra del movimentismo che ribolle già nella società civile. Niente di nuovo, si potrebbe dire. Se non fosse che la dichiarazione non arriva dall’ambiente dei movimenti o dell’attivismo climatico, ma da un esponente del mondo della scienza: un dottorando dell’Istituto di Scienze dell’Atmosfera e del Clima (ISAC) di Bologna, Matteo Cini.

Cini è solo una delle decine di persone che sono intervenute lo scorso 2 dicembre 2023 all’Assemblea di Officina della Ricerca per l’Ambiente (ORA!) nei locali del CNR di Bologna. ORA! è uno spazio di riflessione sull’ambiente e la crisi climatica nato in seguito alle alluvioni che hanno colpito la Romagna. Dopo quel maggio drammatico, un gruppo di ricercatori e ricercatrici ha sentito la necessità di mettersi in rete tra di loro per favorire una riflessione collettiva, il germogliare di idee e prese di posizioni concrete. La prima azione è stata lanciare un appello pubblico già sottoscritto da oltre 1100 persone che hanno deciso di rispondere alla richiesta di “chiamarsi dentro” in prima persona come ricercatrici e ricercatori.

 

Dare l’allarme non basta

Raggiungo al telefono Cini qualche giorno dopo l’assemblea e gli chiedo di spiegarmi meglio che cosa intendeva con la sua dichiarazione. Mi parla della rassegnazione che ha sentito circolare negli ambienti della ricerca attorno ai temi climatici, perché sono decenni ormai che la scienza lancia allarmi, ma la politica non ha dato risposte adeguate. 

Cini crede che il ruolo di chi fa scienza «non può più essere quello di chi si limita a fare la Cassandra». Di più, «l’idea di stampo illuministico è insufficiente per scongiurare il problema», ovvero la crisi climatica. Non basta più che la scienza dia l’allarme e studi per trovare soluzioni: «deve contaminarsi con altre forme di sapere, deve tenere conto della questione di genere nell’affrontare i problemi, deve interrogarsi sull’integrità del mondo del lavoro anche all’interno dell’accademia». Il punto, per Cini, è che molti dei problemi che colpiscono oggi la nostra società hanno una matrice comune: l’insostenibilità del modello di sviluppo perseguito finora.

 

Un sistema da mettere in discussione 

L’appello di ORA! è nato con un thread di email, come succedeva nelle bacheche digitali dell’Internet delle origini. Me lo conferma una delle organizzatrici dell’assemblea, Francesca De Giorgio, giovane ricercatrice all’Istituto per lo Studio dei Materiali Nanostrutturati (ISMN) dove si occupa di batterie di nuova generazione. «Inizialmente sono circolate delle email interne di riflessione di alcune di noi subito dopo l’alluvione di maggio», mi racconta in una telefonata mentre pedala attraversando la città per andare al lavoro. Da lì, il passo per l’appello è stato breve. E poi: incontri fra giovani del CNR che volevano continuare la discussione, fino a organizzare l’assemblea. 

Un punto di confronto, per esempio, è stato chiedersi se chi fa ricerca non debba interrogarsi sull’opportunità di studiare questo o quell’argomento. Spesso, infatti, quando si comincia un dottorato, non si ha nessuna voce in capitolo. De Giorgio, però, come altri e altre, vuole essere sicura che le industrie del fossile non finanzino il proprio lavoro. «Si tratta di una sensibilità che spinge verso un cambiamento radicale», aggiunge, «che mette in discussione almeno in parte anche come è fatto il finanziamento alla ricerca e pone questioni etiche complesse». Nel suo settore, le batterie, c’è anche il problema dei materiali come il cobalto che vengono estratti da lavoratori sfruttati in contesti disumani. «Che senso avrebbe quindi una batteria che è molto efficiente, funziona benissimo, ma si basa su questo tipo di problemi strutturali?».

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La risposta è la mobilitazione

Chi ha già fatto azioni molto concrete è Leonardo Rebeschini, fisico che ha studiato all’Università di Padova. Lo rincorro per diversi giorni, e quando riusciamo a sentirci mi chiede scusa per non avere risposto alle mie chiamate del giorno precedente: «sono stato fino a tardi in questura a Roma», tra i fermati per una dimostrazione ambientalista. Era il 18 dicembre 2023 e un gruppo di Ultima Generazione, uno dei movimenti ambientalisti più attivi negli ultimi mesi, aveva bloccato la via Salaria per richiamare l’attenzione degli automobilisti sulla crisi climatica.

Rebeschini ha cominciato frequentando un altro movimento, Extinction Rebellion, deluso dallo scarso ascolto da parte delle istituzioni. «Ho percepito la frustrazione dei ricercatori di fronte a questo muro», racconta, «e ho quindi sentito il bisogno di impegnarmi nella disobbedienza civile». Al momento ha messo in pausa la sua carriera di ricercatore proprio per partecipare da attivista al maggior numero possibile di azioni, non solo in Italia. «Sono stato anche in Germania, tra Berlino e Monaco», racconta, «per partecipare a una decina di azioni». 

Segno di una internazionalità dei movimenti, come ha testimoniato anche la prima assemblea mondiale sulla giustizia climatica che si è tenuta a ottobre 2023 a Milano. Altre persone, magari non a tempo pieno come Rebeschini, si sono strette attorno al gruppo Scientist Rebellion, che vuole «portare in prima linea chi non ha la possibilità di farsi sentire», spiega. Proprio come mi aveva raccontato Cini, echeggiando le posizioni di Greta Thunberg: nonostante gli sforzi fatti finora, gli allarmi e gli appelli della scienza non sono stati ascoltati. Ergo: mobilitiamoci.

 

Una nuova generazione di scienziati attivisti

A Rebeschini chiedo se la via dell’attivismo militante trova sponda solo tra le persone più giovani all’interno del mondo della ricerca. «In Italia siamo per la maggior parte giovani», risponde, confermando come questa sensibilità attecchisca maggiormente tra ragazzi e ragazze appena dopo la laurea. Ma attenzione, all’estero ci sono anche scienziati e scienziate senior.

Me lo conferma Warren Cairns, chimico ambientale incardinato all’Università di Venezia e all’Istituto per la Dinamica dei Processi Ambientali del CNR. «Io ho 53 anni ed è vero che la maggior parte dei colleghi della mia età non è attivo sul fronte della crisi climatica», mi racconta in italiano con un musicale accento inglese. «Ma è anche vero che nel Regno Unito, da dove vengo, ci sono molti scienziati in pensione che sono molto attivi». Cairns racconta che ha notato come alcuni dei giovani attivisti di Extinction Rebellion sono studenti delle scuole superiori che ha incontrato in qualche evento organizzato dalle scuole. «Chissà, magari ho dato un contributo in questo senso».

La questione generazionale è venuta fuori anche durante l’assemblea del 2 dicembre. Diversi ricercatori e ricercatrici più senior che hanno preso la parola hanno sottolineato la differente sensibilità che le nuove generazioni hanno portato alla discussione. Non che prima chi fa scienza non fosse impegnato sul fronte della crisi climatica, ma mancava questa spinta a unirsi anche con movimenti e istanze che sono nate e cresciute nella società civile, lontano dalla scienza e dall’accademia. 

 

Autonomia o compenetrazione?

Per capire meglio questo aspetto telefono a Antonello Pasini, climatologo tra i più noti e autorevoli in Italia. Pasini, classe 1960, è un esempio perfetto dell’attività pubblica di un ricercatore della sua generazione: attivissimo nei mezzi di comunicazione come divulgatore sui temi climatici e fino a fine 2023 con un blog – Il Kyoto fisso – sul sito di LeScienze. «In tanti mi hanno tirato per la giacchetta nel corso degli anni», mi racconta, «ma per mia volontà non mi sono mai iscritto ad associazioni o partiti». 

Pasini ha scelto di lavorare in una istituzione pubblica, l’Istituto sull’Inquinamento Atmosferico del CNR, stando alla larga da condizionamenti di qualsiasi tipo. «Credo sia ancora oggi una scelta vincente», spiega, che serve a mantenere l’indipendenza necessaria per «garantire l’autorevolezza della scienza». Echeggia l’idea della scienza illuminista di cui mi ha parlato Matteo Cini, una scienza separata dalle istanze politiche, dalle dinamiche sociali e che si ritaglia il ruolo di fornire le “verità scientifiche” che dovrebbero aiutare alle scelte collettive, politiche e sociali. Pasini vede questa autonomia della scienza come un valore che permette di dire come stanno le cose e indicare cosa ha senso fare e cosa non ce l’ha. 

Su questo punto, Cini e De Giorgio, Rebeschini e gli altri hanno un’opinione differente. Dopo che gli allarmi dell’IPCC e della comunità scientifica si sono persi nel vento, chi lavora nella scienza – in particolare su temi legati alla crisi climatica – deve “sporcarsi le mani”, confrontandosi e talvolta compenetrandosi con i movimenti.

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La crisi climatica che spinge a studiare le scienze

È un mondo variegato, in cui alcuni esponenti più giovani della comunità scientifica hanno deciso di uscire dalla torre d’avorio dell’accademia lanciando acqua e cacao contro la basilica di San Marco a Venezia o manifestando dietro a uno striscione. Ma c’è anche chi ha fatto il percorso contrario. Chi, cioè, è partito da una militanza giovanile nei movimenti e lì ha deciso che avrebbe studiato i processi decisionali attorno alla crisi. È la storia di Letizia Molinari, che ora sta completando il proprio percorso di studi a Sciences Po, la scuola di studi politici di Parigi, in Environmental Policy. «Al liceo e durante i primi anni di università», mi racconta, «ho frequentato Fridays For Future», il movimento che proprio Thunberg ha fondato con i suoi scioperi dalla scuola del venerdì. 

Questa militanza giovanile ha acceso il suo interesse per comprendere meglio i percorsi decisionali, soprattutto dal punto di vista psicologico, e le dinamiche del dibattito pubblico sui temi ambientali. Per esempio, «c’è molta ecoansia tra le generazioni più giovani», mi spiega, «ma è un argomento molto poco presente nel discorso pubblico». Nel caso di Molinari, la poca attenzione questi argomenti ha portato a una sua necessità di azione concreta, da cui l’attivismo, e «una necessaria radicalità per agire sul fronte politico: prima di tutto dobbiamo capire com’è fatta la società per poter intervenire per cambiarla». Molinari parla apertamente di capitalocene, una visione critica del mondo di oggi che vede nell’esasperazione capitalistica l’origine di molti dei problemi legati alla crisi climatica. «Un tema centrale, per esempio, è quello delle disuguaglianze: la crisi climatica non colpisce tutto il mondo in maniera omogenea».

Forse è ancora presto per capire se da queste riflessioni uscirà una generazione di scienziati e scienziate con una prospettiva diversa sul rapporto tra scienza e società. Nel frattempo è molto stimolante immergersi in questo humus che parla tanto di tipping point quanto di disobbedienza civile, di misure di adattamento e mitigazione quanto di filosofia politica.

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  • Marco Boscolo

    Marco Boscolo è giornalista e science writer con la passione per i dati. I suoi contributi appaiono su Le Scienze, il BoLive, il Tascabile, Aula di Scienze Zanichelli e altrove. Con Elisabetta Tola ha scritto “Semi ritrovati” (Codice 2020). Ha realizzato reportage per Radio3Scienza, Radio Popolare e Radio France Internationale. Con Michele Catanzaro ha vinto il Premio Colombine 2021 per una serie di reportage sulle scienziate africane. È socio di formicablu, agenzia di comunicazione e giornalismo scientifico.

  • Michele Lapini

    Michele Lapini è un fotogiornalista freelance di base a Bologna. Il suo lavoro si caratterizza per un profondo interesse verso le questioni ambientali, sociali e politiche. Ha pubblicato su Stern, Internazionale, El Pais, L’Espresso, The Guardian, Die Zeit, Nature e altri. Nel 2021 ha vinto l’Environmental Photographer of the Year nella categoria “Paesaggi futuri” e l’Italian Sustainability Photo Award come miglior fotografia singola.

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