IL RITORNO DELLA LONTRA

Testo di Gianluca Liva
Fotografie e video di Renato Pontarini

Bella, sfuggente, fragile e importantissima. A metà del secolo scorso, la lontra europea, Lutra lutra, era diffusa in gran parte del continente. Appena trent’anni dopo era quasi scomparsa, ma oggi sta tornando. Anche in Italia, dobbiamo augurarci il suo rientro stabile e prepararci a un futuro in cui condivideremo gli spazi con questo animale.

24 Febbraio 2021

Tempo di lettura: 12 minuti

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Lontra fotografata con fototrappola nel Tarvisiano.

Le Lutrinae sono mustelidi dalle abitudini semi-acquatiche, predatori opportunisti che vivono in prossimità di corsi d’acqua e laghi. Al mondo ne esistono 13 specie, suddivise in sei generi. Fino agli inizi del XX secolo, la lontra europea era largamente diffusa sul territorio italiano. Nei decenni successivi la popolazione ha vissuto un drammatico declino, che va attribuito alla persecuzione diretta a opera dell’essere umano, alla distruzione degli ambienti acquatici e ad alcuni agenti inquinanti.

Si possono rintracciare molti resoconti che ne testimoniano la presenza passata, come quello del celebre naturalista Alessandro Ghigi. Nel 1911 riporta che «tasso, lontra e faina si trovano dovunque nel continente, più o meno frequenti a seconda delle località, dei mezzi di sussistenza che sono a loro disposizione e della caccia che si dà loro. La faina, come è noto, frequenta l’abitato; la lontra gli specchi e i corsi d’acqua ricchi di pesce tanto al piano che al monte». Anni dopo, nel 1939, mentre Ghigi pubblicava per Zanichelli il volume Problemi biologici della razza e del meticciato, la lontra veniva inserita nel listino degli animali nocivi; elenco nel quale rimase ascritta fino al 1971, e che ne autorizzò la caccia indiscriminata.

[Negli anni Settanta] la popolazione di lontra era di circa 100 esemplari; vale a dire a un passo dall’estinzione sul territorio nazionale.


La prima indagine sulla distribuzione della lontra in Italia risale alla metà degli anni ‘70, ed evidenziò un areale ridotto e frammentato al nord, ma ancora ampio e persistente al sud. Pochi anni dopo, la situazione era già peggiorata e un monitoraggio dei fiumi dell’Italia meridionale aveva riscontrato la lontra in 16 dei 188 siti censiti.

Nei due anni successivi, il WWF compì il primo censimento nazionale. La lontra risultava scomparsa dalla gran parte d’Italia, con solo alcuni gruppi che resistevano in Campania, Basilicata, Toscana e Lazio. Secondo le stime dei ricercatori la popolazione di lontra era di circa 100 esemplari; vale a dire a un passo dall’estinzione sul territorio nazionale. Il censimento permise di creare anche la prima banca dati sulla lontra e di avviare il progetto Lontra Italia, oggi uno strutturato collettivo di ricercatori, appassionati e comunicatori esperti nella lontra eurasiatica.

Secondo diverse ricerche, è probabile che la causa principale della sua scomparsa sia stata l’uso di alcuni composti utilizzati come pesticidi, in particolare i policlorobifenili (PCB). Si tratta di composti organici, inquinanti persistenti e dall’alto livello di tossicità. Il loro utilizzo è coinciso con il crollo delle popolazioni. A fine secolo, le lontre erano rimaste confinate soltanto in Basilicata.

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Ambiente del Tarvisiano, tipico habitat della lontra.

Le cose però stanno cambiando. In seguito alla messa al bando dei PCB, all’avvio di una tutela legale e a numerose iniziative da parte di ricercatori e ricercatrici, negli ultimi decenni si sta verificando una generale inversione di tendenza. L’areale è in espansione in numerosi Paesi Europei, sia a seguito della naturale ricolonizzazione, sia tramite interventi di reintroduzione. La lontra è stata inserita in due allegati della Direttiva 92/43/CEE (“Direttiva Habitat”) con cui è stata istituita la rete europea Natura 2000.

La lontra è una specie ombrello […]: se le lontre sono presenti e stanno bene, allora l’acqua è pulita.


Nel 2000 è stato trovato un nuovo nucleo di lontre che occupava alcuni fiumi molisani, isolato rispetto alla popolazione residuale dell’Italia meridionale. Da allora si è assistito a una progressiva espansione. Attualmente c’è un unico areale che occupa una zona compresa dalla Calabria all’Abruzzo, passando per Basilicata, Puglia e Molise. La lontra del meridione vive completamente isolata dal resto delle popolazioni europee e non ha ancora raggiunto la “popolazione di sicurezza”: il numero di esemplari che potrebbe garantire la sua sopravvivenza nel lungo periodo. Oggi, secondo i risultati presentati da Lontra Italia a gennaio 2021, in Italia meridionale vivono poco più di 900 lontre. La popolazione minima vitale dovrebbe attestarsi sui 5400 esemplari. Questo primo successo è il frutto dell’impegno di chi, per anni, ha monitorato le alterne vicende della Lutra lutra italiana, e ha fatto sì che si venisse a creare un mosaico di fondamentali oasi protette.

Questi sforzi sono confluiti nel Piano d’Azione Nazionale per la Conservazione della Lontra (PACLO), pubblicato a gennaio 2010. Il rapporto, tra le altre cose, rispondeva a uno dei quesiti fondamentali che vengono posti quando si parla di questo animale: perché mai ci dovremmo interessare proprio alla lontra?

La lontra è una “specie ombrello”, ha un areale ampio e, essendo un predatore, svolge un ruolo importante nella regolazione degli equilibri del suo habitat. Un concetto che spesso si semplifica e riassume in modo un po’ improprio con l’affermazione “se le lontre sono presenti e stanno bene, allora l’acqua è pulita”. A distanza di più di dieci anni dalla prima pubblicazione, gli esperti sono concordi nella necessità di aggiornare il PACLO e delineare le prossime azioni da intraprendere. La situazione, infatti, sembra migliorare anche nell’arco alpino, dove negli ultimi anni si è assistito a un progressivo ritorno della lontra. In particolare, in Friuli è stata di recente accertata la presenza della lontra con alcuni gruppi riproduttivi; un passaggio fondamentale in vista del suo ritorno stabile nella zona.

Installazione di una fototrappola nel Tarvisiano.

Piccola ed elusiva. Alla ricerca della lontra.

Fare ricerca sulla lontra non è facile. È un animale attivo nelle ore crepuscolari e passa una buona parte del giorno nella propria tana. È solitaria e sfuggente. Per marcare il territorio, le lontre sfruttano ghiandole perianali ben sviluppate, capaci di produrre un liquido molto odoroso. Gli escrementi di lontra si chiamano spraint e hanno un odore caratteristico, simile a quello di miele e gamberetti.

È proprio andando alla ricerca di questi peculiari escrementi che è possibile avviare un’indagine sulla presenza di lontre in un dato territorio. Il metodo impiegato nelle survey sulla lontra prende spunto delle tecniche illustrate in una pubblicazione del 1984 da Sheila Macdonald e Chris Mason, ricercatori dell’Università dell’Essex. Il metodo consiste, in estrema sintesi, nella suddivisione della mappa del territorio in un reticolato di celle di dieci chilometri quadrati. A quel punto ci si reca alla scoperta di spraint o di altre tracce di lontra nelle zone in cui è più probabile trovarle: sotto ai ponti, in prossimità di un corso d’acqua. Individuata una marcatura è poi possibile ottenere immagini dell’animale tramite una fototrappola. La foto non aggiunge alcun elemento di validità alla marcatura, ma può consentire osservazioni sul numero di esemplari o su eventuali riproduzioni.

A sinistra: Spraint di lontra: le “perle” dorate sono in realtà uova di pesce non digerite. 

A destra: Orma di lontra adulta su fango, dimensioni di circa 7 cm. Si notano i segni delle 5 dita e le unghie, corte e coniche, che non lasciano quasi mai il segno. 

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È esattamente ciò che è successo in Friuli, dove la lontra è ricomparsa da poco. A svolgere gran parte del lavoro sul campo sono i membri dell’Associazione culturale di ricerca Progetto Lince Italia, nata negli anni ‘80 per lo studio di particolari animali carnivori, dalla lince eurasiatica all’orso bruno, dallo sciacallo dorato al gatto selvatico. «Sapevamo della nuova presenza della lontra in Friuli da oltre 10 anni, tramite alcune segnalazioni. Ma non eravamo mai riusciti a documentarla», spiega Renato Pontarini, ricercatore dell’associazione e autore degli scatti che accompagnano questo articolo «dal 2014 in poi abbiamo cominciato un’attività di fototrappolaggio e ne abbiamo constatato il ritorno. Ho documentato anche il fatto che sono presenti esemplari femmine con i propri cuccioli. È la prova definitiva che ci sono gruppi riproduttivi ed è un dato unico in Italia settentrionale. Nella zona del Tarvisiano [nell’estremo a nord-est del Friuli n.d.a.] osserviamo già la saturazione del territorio. Le nostre lontre tarvisiane stanno colonizzando il resto della regione e saremo pronti a documentare questo percorso».

Registrazioni da fototrappole nel Tarvisiano.

Luca Lapini è zoologo naturalista del Museo Friulano di Storia Naturale di Udine. È colui il quale ha documentato l’estinzione locale della lontra dal nord est italiano a metà degli anni ‘80. Ora ne sta osservando il ritorno. Di recente ha pubblicato uno studio assieme ad alcuni colleghi, in cui si fa il punto sul ritorno della specie in Friuli, avvenimento che risale con buona probabilità al 2006. La prima prova concreta della presenza è tuttavia successiva: si tratta di un investimento avvenuto sulle colline moreniche friulane nel 2011. Le indagini biomolecolari eseguite sul corpo della lontra hanno indicato l’origine austriaca. Gli ultimi dati parlano di una popolazione in crescita in tutto il Friuli, soprattutto nelle zone alpine, fino ai confini con il Veneto.

È ancora difficile, però, stimare il numero di esemplari effettivamente presenti. «Proporre una stima del numero di esemplari minimo per assicurare una buona vitalità alla popolazione friulana potrebbe apparire utile in una prospettiva gestionale futura. Ma in realtà il calcolo andrebbe fatto tenendo conto di una miriade di fattori che conosciamo soltanto in parte», spiega Lapini, «nei fiumi del Tarvisiano si stima una popolazione di circa sei lontre, che si riproducono ogni anno, e ogni anno perdono almeno un esemplare per investimento stradale. Visto che il reticolo idrico di superficie di questa area montana è di circa 60 km, sembra lecito ipotizzare una lontra ogni dieci km di asta fluviale. Ma in questi fiumi e laghi montani la produttività di salmonidi, trote fario e salmerini, è molto elevata. Questi dati non possono essere facilmente generalizzati, perché certi fattori condizionanti non si riescono a misurare. Uno di essi, nel caso della lontra, è il disturbo antropico, che si esplica in mille modi differenti, non sempre quantificabili».

Questa nuova espansione della lontra va accolta positivamente. Tuttavia, è bene prestare attenzione fin da subito a quelle che potrebbero essere le minacce per una stabilizzazione della specie.

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Lontra maschio investito nel tarvisiano. Gli investimenti stradali sono oggi la principale causa di mortalità della lontra.

Le lontre sono animali in dispersione, la popolazione aumenta e i “nuovi” arrivati hanno bisogno di spazi: questo li spinge verso habitat che di solito non frequentano. Gli eventi estremi, come le siccità o le esondazioni, rappresentano un pericolo. A ciò si devono aggiungere gli investimenti stradali. Dal 2009 al 2019 sono state raccolte 75 segnalazioni di lontre rinvenute in strada. Si tratta, però, solo di una frazione del totale di animali investiti.

Tra le minacce ci sono anche nuovi inquinanti, il cui impatto sulle lontre è ancora poco studiato. Per ultimo, sta nascendo un serio problema con la costruzione delle centrali mini idroelettriche sul corso dei fiumi. Queste infrastrutture potrebbero compromettere l’habitat della lontra e porre fine al suo ritorno. È una controversia che sta emergendo, con gradualità, sia in Friuli che in Basilicata. Non tutti gli interventi antropici sui corsi d’acqua sono negativi: per esempio, quelli che formano meandri o pozze sono un vantaggio per la lontra. Mentre hanno impatto negativo tutti gli interventi che scavano l’alveo del fiume e aumentano la velocità dell’acqua.

Un mammifero giocoliere

«Dobbiamo organizzare al più presto una survey nazionale e comprendere meglio la popolazione e la sua composizione», spiega Margherita Bandini, naturalista, etologa e parte dello IUCN-SSC Otter Specialist Group, «le lontre eurasiatiche sono animali solitari e territoriali, formano gruppi familiari che sono madre e figli, finché non si disperdono. È il momento in cui muoiono di più, nelle strade e nei centri abitati». Tra le varie peculiarità della lontra, c’è anche una notevole abilità nell’utilizzo degli arti superiori. Passano molto tempo a sollazzarsi con un piccolo sasso, fatto roteare vorticosamente tra le zampe. È un comportamento curioso e, al contempo, ancora poco conosciuto. Alcune ricerche molto recenti hanno cominciato a studiarlo, proponendo ipotesi più che interessanti.

Il carattere della lontra, unito a un aspetto decisamente grazioso, la rendono una specie bandiera, cioè un animale universalmente apprezzato, capace di coinvolgere e affascinare il grande pubblico.

Questo amore nei confronti della lontra può generare però effetti collaterali. In molti casi, soprattutto nel sud est asiatico, le lontre vivono in ambiente domestico, alla stregua di un animali da compagnia. «La lontra arriva nelle case dopo essere stata trafficata illegalmente, strappata alla madre quando è cucciola. L’alimentazione che viene fornita è spesso del tutto inadeguata. Inoltre, nel momento in cui raggiunge la maturità sessuale, possono nascere dei seri problemi di convivenza», racconta Margherita Bandini, «in nord Europa ci sono casi di persone che hanno trovato cuccioli e li hanno allevati. Si tratta di cuccioli che, in realtà, non hanno bisogno di essere salvati. Le madri possono anche lasciare solo il piccolo, allontanarsi per andare a caccia e poi tornare».

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Cucciolo di lontra di circa 3 mesi fotografato nel Tarvisiano.

Le lontre comunicano con odori, feromoni, suoni e, più raramente, con il linguaggio del corpo. Il rilascio di feromoni sugli spraint avviene anche tramite una otter dance, una danza lontresca tanto buffa quanto utile per marcare il territorio.

Nel corso del tempo molti autori hanno tratto ispirazione dalla sua forma affusolata e dai suoi baffetti perfetti, importantissimi sensori durante le nuotate. Libri come Tarka la lontra che racconta la sua lotta per la vita e i suoi incontri con l’uomo di Henry Williamson, da cui è stato tratto anche un film, hanno contribuito a rafforzare il suo delizioso immaginario.

Alla luce della situazione e delle continue minacce che incombono su di essa, è sempre bene approcciarsi con cautela alla lontra. Nel raro e fortunato caso in cui ci si dovesse imbattere in un esemplare, anche stando lontani, è possibile apprezzare la sua bellezza. È un approccio ben descritto in questa poesia di Mary Oliver, capace di cogliere il sentimento che si prova dinanzi a una specie così preziosa: un animale curioso, espressivo, da ammirare a distanza, seduti sulla riva del fiume.

Gianluca Liva è storico e giornalista scientifico. Si occupa di attualità, ambiente e storia della scienza.

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Renato Pontarini è membro del Progetto Lince Italia da circa vent’anni e autore di numerose pubblicazioni scientifiche sulla fauna. Vive a Tarvisio da sempre; fin da giovane è appassionato di fotografia e fauna selvatica.

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