Nel 2016 il Sikkim è diventato il primo stato al mondo in cui le coltivazioni sono completamente biologiche.
La rivoluzione biologica ha stimolato un’impennata del turismo verso queste terre inaccessibili, in cui coesistono diverse culture, lingue e religioni.
In Sikkim l’amore verso il mondo naturale deriva dalla necessità, ma si è evoluto nel tempo in una vera e propria filosofia di vita.

La svolta verde del Sikkim

Fotografie di Matilde Gattoni
Un viaggio alla scoperta dello stato indiano del Sikkim, in cui il passaggio a un’agricoltura completamente biologica ha riavvicinato i contadini alle tradizioni dei loro antenati. E ha fatto nascere il settore del turismo sostenibile

15 minuti | 27 Gennaio 2021

Il distretto di Dzongu è immerso in una fitta nebbia mattutina quando il cinguettio degli uccelli segna l’inizio di una nuova giornata. L’umidità evapora lentamente, lasciando trasparire un vivido cielo azzurro, mentre sulle colline boscose risuona una miriade di cascate provenienti dalle montagne circostanti. Il sole emergerà dagli alti pendii solo tra alcune ore, svelando la sagoma innevata del Kanchenjunga, la terza vetta più alta al mondo.

«È la montagna sacra per noi Lepcha», spiega Tenzing Lepcha, 39enne agricoltore e attivista ambientale. «Siamo stati creati dalla sua neve. Ogni volta che uno di noi muore, la sua anima fa ritorno alla montagna». Ritenuti gli abitanti ancestrali di queste terre, i Lepcha erano soliti chiamare il Sikkim Nye-mae-el, “paradiso”. Mai nome fu più appropriato per questo ex-regno indipendente di 610.000 abitanti incastonato tra i picchi dell’Himalaya, al confine tra Nepal, Bhutan e Tibet.

Qualche anno fa, Tenzing sentì il richiamo della sua terra: rinunciò ad una promettente carriera di calciatore a Calcutta – e alle comodità della vita urbana – per tornare a Dzongu e dedicarsi all’agricoltura. «Il mondo industrializzato ha seguito per decenni la via del progresso, ma oggi anche gli Occidentali stanno cercando di tornare alle loro radici», spiega seduto sul portico di legno rialzato della sua casa di famiglia, circondato da appezzamenti di verdure e alberi da frutto. Tenzing è stato tra i primi attivisti a incoraggiare i giovani locali affinché abbracciassero di nuovo la coltivazione della terra e avviassero la commercializzazione dei suoi prodotti. Oggi è uno dei personaggi più rispettati della regione, ed il simbolo del percorso alternativo intrapreso dal Sikkim.

Una vista sulle montagne maestose ricoperte di risaie su entrambi i lati. Bandiere bianche di preghiera sventolano al vento per diffondere le preghiere nella natura.
Alcuni agricoltori sgusciano il riso in una risaia situata alla periferia di Gangtok.
Un contadino trasporta le piante di riso dopo che è stato raccolto, l’erba viene utilizzata per nutrire le mucche.
Nel 2016, il Sikkim è diventato il primo stato completamente biologico al mondo, con l’obiettivo dichiarato di salvaguardare l’ambiente locale e garantire una vita più sana alla sua gente, attraverso la protezione dei fragili ecosistemi e della ricca biodiversità del Paese. La storica decisione è stata il culmine di un processo avviato nel 2003, durante il quale il Sikkim aveva eliminato gradualmente fertilizzanti e pesticidi di sintesi e formato i contadini locali all’agricoltura biologica. Oggi tutti i 76.000 ettari di terreno agricolo del Sikkim sono certificati biologici, e l’importazione e l’uso di input chimici sono severamente vietati.

Il modello del Sikkim, basato sull’interconnessione tra uomo e natura, potrebbe aprire la strada a un futuro più sostenibile.

A lungo elogiata per la sua capacità di sfamare il pianeta a prezzi accessibili, negli ultimi anni l’agricoltura intensiva è sotto esame per i suoi costi sociali e ambientali. Responsabile di un quarto delle emissioni globali di gas serra, il settore contribuisce pesantemente al riscaldamento globale. Fertilizzanti e pesticidi di sintesi hanno ridotto drasticamente il numero di api e altri insetti impollinatori, causando inoltre un massiccio inquinamento delle acque e l’esaurimento dei suoli.

A causa della sua superficie agricola limitata, il Sikkim non sarà mai in grado di sfamare il pianeta. Tuttavia il suo modello, basato sull’interconnessione – piuttosto che sulla concorrenza – tra uomo e natura potrebbe aprire la strada a un futuro più sostenibile, specialmente in un momento in cui il cambiamento climatico sta costringendo il mondo a rivedere le sue priorità. Le autorità locali annoverano tra i primi, incoraggianti risultati della rivoluzione organica un aumento della fauna selvatica e degli insetti, oltre al ringiovanimento dei suoli.

Una raccoglitrice di tè che lavora alla Temi Tea Estate, una piantagione biologica di proprietà del governo.
Una contadina tiene in mano un frutto di yacon, una specie di margherita perenne tradizionalmente coltivata nelle Ande settentrionali e centrali e recentemente introdotta nel Sikkim. Si ritiene che lo yacon abbia grandi benefici per la salute ed è considerato un superfood.
Un contadino tosta due diverse varietà di semi di cardamomo. A causa del suo alto costo di vendita e delle sue piccole dimensioni, il cardamomo è diventato una delle principali colture del Sikkim.
Alcuni agricoltori si fermano in una pausa pranzo dopo una mattinata trascorsa nelle risaie.
La decisione di trasformare il Sikkim nel regno del biologico fu presa da Pawan Kumar Chamling, il primo ministro che ha governato ininterrottamente lo stato per 25 anni, fino a maggio del 2019. La nuova visione si adatta perfettamente alla regione: a causa del terreno montagnoso e dei piccoli appezzamenti sparsi, il Sikkim non è infatti adatto all’agricoltura industriale meccanizzata. La media dei possedimenti terrieri pro capite è di appena un ettaro, e la maggior parte dei contadini pratica un’agricoltura di sussistenza. Di conseguenza, il consumo di prodotti di sintesi è sempre stato di molto inferiore al resto dell’India.

Questo percorso alternativo non è comunque immune da rischi. L’agricoltura biologica è più complessa rispetto all’agricoltura convenzionale, e le rese sono inferiori e stagionali. Nonostante le autorità abbiano identificato quattro promettenti colture – zenzero, grano saraceno, curcuma e cardamomo – che potrebbero aprire la strada alle esportazioni biologiche del Sikkim, allo stato attuale mancano le infrastrutture – tra cui la catena del freddo, le unità di lavorazione e una rete di trasporti affidabile – necessarie per commercializzare i prodotti in maniera efficace. La maggior parte degli agricoltori è ancora costretta a vendere i propri prodotti attraverso gli stessi canali, e allo stesso prezzo, della frutta e verdura convenzionali.

Potrebbero volerci anni prima di sviluppare una catena logistica adeguata, ma la situazione sta migliorando. Oggigiorno le deliziose arance di Dzongu vengono vendute a Calcutta e Delhi, e diversi investitori provenienti da Medio Oriente, Europa, Sud-Est asiatico ed Estremo Oriente hanno già manifestato interesse per i prodotti locali.

Un ponte sul fiume Teesta. Il fiume è considerato sacro dalle comunità locali in quanto ha origine dallo scioglimento della neve del Kangchenjunga, la terza montagna più alta del mondo.
Fiori usati nelle cerimonie buddiste sono appesi a un albero nel villaggio di Yuksom, la prima capitale del Sikkim.
Una cerimonia di matrimonio Lepcha nel villaggio di Keshel.
Alcune fette di una zucca biologica coltivata localmente, nella cucina di una casa privata.
La rivoluzione biologica ha anche stimolato un’impennata del turismo verso queste terre inaccessibili. Parte dell’India dal 1975, il Sikkim è abitato da diverse comunità – Bhutia, Lepcha, Nepalesi e Tibetani – e vanta un affascinante mix di lingue, culture e religioni. Visitarlo è impresa ardua: la maggior parte delle strade sono semplici tratturi scavati nei pendii delle montagne, e coprire un centinaio di chilometri può richiedere un’intera giornata. Per i più temerari le ricompense sono davvero spettacolari: vette maestose, valli solcate da fiumi cristallini e foreste incontaminate intervallate da templi indù, remoti monasteri buddisti e laghi sacri sono solo alcune delle meraviglie nascoste che vanta il Sikkim.

Lasciare la capitale Gangtok e perdersi nella natura rigogliosa e incontaminata è il modo migliore per esplorare la regione. I visitatori possono alloggiare in homestays – stanze spartane messe a disposizione dalle famiglie locali – e sperimentare la vera vita di campagna. I giorni trascorrono raccogliendo riso, esplorando cascate o partecipando a festival e matrimoni tradizionali. La sera, le famiglie si riuniscono attorno al fuoco per condividere racconti con i loro ospiti e consumare deliziose cene rigorosamente biologiche.

Una giovane donna Lepcha alla finestra della sua casa in un villaggio situato nella giungla.
Una ragazza aiuta la madre nella cucina di casa. Tutte le verdure sono coltivate nel loro cortile e sono rigorosamente biologiche.
Tra le destinazioni più gettonate c’è la fattoria modello di Azing Lepcha, un uomo timido e laborioso di 57 anni, la cui storia esemplifica i risultati che la transizione organica può offrire. Nel 2003 Azing ereditò dal padre cinque acri di terreno nel villaggio di Hatidunga. La fattoria era stata coltivata a mais sin dagli anni ’70, e l’applicazione costante di urea – un fertilizzante azotato comune ed economico – aveva sensibilmente impoverito il terreno.

Azing decise di convertire la terra in un frutteto, piantando i suoi ripidi pendii ad ananas, banane, manghi e papaie, ma gli inizi non furono promettenti. «Nessuno era a conoscenza della mia nuova attività, così l’unica opzione era vendere la frutta al mercato più vicino», spiega. «Per quattro anni feci veramente fatica a mantenere la famiglia». L’uomo non si diede per vinto, e decise di diversificare le sue attività producendo miele e utilizzando la frutta in eccedenza per produrre deliziosi vini analcolici. L’idea funzionò, e la fattoria cominciò ad attirare un flusso costante di visitatori. Azing ha recentemente aperto una homestay, riuscendo a coniugare agricoltura biologica e turismo sostenibile. Oggi accoglie più di 300 visitatori al mese, e i suoi prodotti raggiungono diversi hotel di Gangtok.

Qui, l’amore verso il mondo naturale è il risultato di necessità […]. L’autosufficienza è indispensabile in un ambiente così difficile, e ha insegnato ai Sikkimesi come decifrare i segni della natura.

Azing è diventato una delle principali storie di successo della rivoluzione organica, e ha dimostrato agli altri agricoltori che il nuovo modello può funzionare. La sua fattoria utilizza un mix di residui animali e foglie come fertilizzante, e una miscela di urina di vacca fermentata ed erbe locali come repellente per gli insetti. «Il venti per cento del mio raccolto viene consumato da insetti, uccelli, scimmie e altri animali selvatici, ma a me va benissimo così», continua. «Le feci degli animali nutrono la foresta, che a sua volta fornisce risorse alle mie terre. Tutto è interconnesso in natura».

Qui, l’amore verso il mondo naturale è il risultato di necessità che si sono evolute nel tempo in una vera e propria filosofia di vita. I villaggi locali sono distanti l’uno dall’altro, e nella stagione dei monsoni le frane possono bloccare le poche strade esistenti, isolando intere zone per settimane. L’autosufficienza è indispensabile in un ambiente così difficile, e ha insegnato ai Sikkimesi come decifrare i segni della natura.

Uno dei tanti alveari situati nella fattoria di Azing Lepcha nel villaggio di Hatidunga.
Azing Lepcha, 57 anni, raccoglie i frutti di guava da un albero nella sua fattoria.
I contadini locali sanno che il momento perfetto per la semina coincide con la migrazione primaverile delle gru dal collo nero verso il Tibet, mentre lo sbocciare di alcuni fiori segna il periodo in cui i pesci d’acqua dolce risalgono i fiumi per deporre le uova. Queste tecniche di coltivazione e pesca costituiscono un inestimabile patrimonio. «Sono conoscenze tramandateci dai nostri antenati», spiega Tenzing. «Anche se venissimo tagliati fuori dal mondo, sapremmo cavarcela da soli».

La cura dei campi non è l’unico modo scelto da Tenzing per dedicare la vita alla protezione della natura. Negli ultimi 12 anni, lui e altri attivisti locali hanno condotto una tenace resistenza contro la costruzione di una serie di dighe che avrebbero alterato per sempre gli equilibri tra le montagne e il corso dei fiumi. La loro vittoria, avvenuta al prezzo di arresti e violenze, testimonia cosa significhi anteporre l’amore per la propria terra al profitto personale.

Gli occhi di Tenzing brillano di entusiasmo mentre pensa alle sfide future. Sa bene che la difesa del pianeta è una battaglia quotidiana che non va mai data per scontata: «Non posso costringere i più giovani a seguire il mio esempio, l’impulso deve venire da loro stessi. Quello che posso fare è mostrare loro la via che era stata aperta dai nostri antenati, e che io e i miei compagni abbiamo deciso di perseguire. Spero che le nuove generazioni sentano di dover fare lo stesso».

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  • Matilde Gattoni

    Matilde Gattoni è una fotografa italo-francese che lavora su tematiche sociali, ambientali e dei diritti umani in tutto il mondo. Le foto di questo articolo sono state scattate nel 2016.
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  • Matteo Fagotto

    Matteo Fagotto è un giornalista che si occupa di tematiche sociali, umanitarie e ambientali. I suoi articoli e reportage sono apparsi in più di cento pubblicazioni in tutto il mondo, tra cui TIME, Newsweek, Foreign Policy.
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