Fino a 40 anni fa il Borneo indonesiano era ricoperto di foresta vergine. Oggi, circa metà di quell’ambiente primigenio è andata perduta.
La foresta viene abbattuta e convertita a terreno agricolo, attraverso incendi che possono durare intere settimane.
Al suo posto ora ci sono principalmente monocolture: preziose per l’industria alimentare globale, ma infinitamente più povere dal punto di vista della biodiversità.

Le foreste ferite dell’Indonesia

Fotografie di Paolo Petrignani
Nelle terre del Kalimantan, il Borneo indonesiano, la deforestazione non è rallentata con l’arrivo della pandemia. Anzi, la situazione sembra essere addirittura peggiorata. Ma una speranza per la foresta arriva da alcune coraggiose comunità locali.

18 minuti | 31 Marzo 2021

L’aria è irrespirabile, il cielo grigio e una fitta nebbia si insinua tra le vie della città. La scena apocalittica che si presenta agli occhi di Christian Patrick Ricci, Mirko Sotgiu e Paolo Petrignani durante il loro viaggio in Borneo non lascia dubbi: quello è il fumo delle foreste millenarie dell’isola, in fiamme. L’anno è il 2014, e la nube che ricopre le strade della città di Balikpapan è talmente fitta che solo alcuni timidi raggi del forte sole tropicale riescono ad attraversarla. È la realtà, ma sembra di essere proiettati in un film apocalittico.

Il Borneo, la terza più grande isola del mondo, è ricoperta per oltre 200.000 km2 di foresta primaria, in buona parte inesplorata, ed è uno dei più grandi poli di biodiversità del mondo. Ogni anno migliaia di viaggiatori raggiungono questi luoghi straordinari con l’obiettivo di visitare la giungla, eppure gli uomini ciclicamente appiccano migliaia di nuovi incendi con lo scopo di cancellarla dalle mappe.

Il land grabbing, la sottrazione di terra alla foresta per usi umani, qui raggiunge i suoi livelli più estremi e drammatici. Prima arrivano i bulldozer, che abbattono gli antichi alberi, in seguito sono le ruspe a rovesciare la torbiera. Infine, le fiamme si impossessano del legname abbandonato, quello di scarso interesse economico, e della torba essiccata. Le conseguenze ambientali sono devastanti: il carbonio che si è accumulato in migliaia di anni nel sottosuolo e nei tronchi degli alberi viene rilasciato nell’atmosfera sotto forma di anidride carbonica. Gli incendi a volte si protraggono per settimane e spesso si estendono anche alla foresta non ancora abbattuta, dove gli animali che vi abitano vengono decimati.

La foresta ormai distrutta dagli incendi, per riconvertire il terreno in zone agricole e per la piantumazione di palme da olio.
Kalimantan Centrale, il taglio della foresta avanza a piccoli passi. I tagli illegali sono molto diffusi nel Borneo. Oltre a essere un problema giuridico-ambientale, costituiscono anche un danno economico per lo spreco di materiale legnoso e il suo deprezzamento sul mercato.
Kalimantan Centrale: un operaio trasforma in tavole piane un enorme tronco di quello che fu un bellissimo albero di Shorea faguetiana o meranti giallo, tra gli alberi più alti al mondo.
Terminata la cancellazione della foresta, arrivano le coltivazioni. Avanzando per decine di chilometri si osservano solo palmeti artificiali, coltivati dagli uomini per produrre l’olio di palma, destinato a essere utilizzato in centinaia di prodotti dalle industrie alimentari di tutto il mondo.

Dopo essere rimasti bloccati per cinque ore all’aeroporto di Balikpapan a causa della scarsa visibilità, i tre italiani possono finalmente partire in direzione della giungla. Procedendo lungo la strada, dopo aver incontrato le tracce evidenti del disboscamento, la spedizione si imbatte nel risultato di questo cambio di paesaggio. L’antica foresta, che era l’habitat di migliaia di specie animali e casa per le etnie locali del Borneo, i Dayak, non c’è più. Al suo posto, immense monocolture che si spingono fino all’orizzonte, con l’ipnotica monotonia dei loro ordinati filari.

Nell’atmosfera impregnata di fumo, la foschia è accentuata dall’umidità. I segni della distruzione sono evidenti: i grandi alberi sono solo un ricordo, alcuni vengono lasciati come segnali sul territorio per individuare da lontano una determinata zona. Le piantagioni di palma da olio possono raggiungere estensioni di centinaia di chilometri, riducendo in maniera irreversibile la biodiversità e la fertilità dell’ambiente circostante. Kalimantan Orientale.

La palma della discordia

Il successo della palma da olio è facilmente spiegabile: la sua coltivazione costa poco, l’olio ricavato ha caratteristiche organolettiche che non modificano il gusto dei cibi, rendendolo un buon sostituto per altri grassi come la margarina e il burro. Ma le palme da olio che vanno a rimpiazzare la foresta vergine hanno ben poco a che fare con l’Indonesia: la specie Elaeis guineensis è originaria di tutta quella porzione di Africa occidentale che si affaccia sul Golfo di Guinea.

Negli altri paesi tropicali in cui viene coltivata si adatta però senza problemi, proprio per la sua affinità a quel tipo di clima. E sta proprio qui la sua pericolosità. Gli avvocati difensori dell’olio di palma sostengono che la sua produzione richieda minore superficie di coltivazione, a parità di produzione, rispetto ad altri olii vegetali. L’osservazione è corretta, ma da sola è ingannevole. La palma da olio, in effetti, è molto più produttiva della colza, del girasole, della soia o dell’ulivo, ma con l’unica, fondamentale differenza che questa specie prospera solo alle basse latitudini. E lo spazio per coltivarla, il più delle volte, deve essere creato eliminando foreste tropicali.

Con il boom del mercato, i coltivatori dell’olio di palma hanno avuto sempre più fame di nuovi terreni dove piantare le palme. Come spesso accade, la povertà ha un ruolo non secondario nel favorire questo processo.

Ma le coltivazioni di palma portano con sé anche altri danni collaterali: il grande caldo impone frequenti irrigazioni, oltre all’utilizzo di anticrittogamici e diserbanti. In questo modo il territorio viene privato delle sue risorse idriche e vengono spesso inquinate le falde dall’utilizzo eccessivo di pesticidi di bassa qualità. Il tutto per perseguire il profitto immediato che arriverà dal commercio dell’olio.

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La perdita delle antiche foreste non è solo un problema ambientale, ma anche sociale. I Dayak, gli indigeni che vivevano nella foresta, si trovano confinati in tetri villaggi costruiti appositamente per loro. Si sono rifugiati qui dopo la vendita dei terreni alle compagnie che producono l’olio di palma, ovviamente a prezzi stracciati.

I villaggi, creati dal governo o dalle stesse compagnie, si trovano in condizioni molto degradate. Costretti ad abbandonare le loro tradizioni, i Dayak si sono dovuti adattare, sfruttando le uniche opportunità disponibili. E, ironia della sorte, queste provengono da un unico mercato, proprio quello dell’olio di palma. Oggi, moltissimi Dayak lavorano per le fabbriche di trasformazione dell’olio, e hanno definitivamente dato addio alla vita nella foresta.

L’ingresso di una delle aziende che coltivano la palma per la produzione di olio, dove una volta era tutta foresta.
Gli operai radunano i residui delle palme Elaeis guineensis che contenevano i frutti.
I frutti rossastri della palma da olio Elaeis guineensis.

Resistenza locale

In tutto questo, però, c’è ancora qualcuno che si oppone a un meccanismo che sembra impossibile da scardinare. La spedizione tricolore è alla ricerca di villaggi tradizionali, dove il commercio dell’olio non è ancora arrivato. Ne esistono ancora, ma non sono facili da trovare.

Il piccolo centro di Merabu è diventato una sorta di icona, il simbolo di una tenace resistenza del mondo indigeno all’avvento del sistema produttivo moderno. Il giovane capo villaggio, Franly Oley, continua a battersi contro le multinazionali del palm oil e non permette la vendita dei suoi territori nella foresta.

I locali rifiutarono di vendere il loro terreno e puntarono sulle piccole attività commerciali, come la raccolta di miele e l’ecoturismo.


Nel 2012
, quando i bulldozer arrivarono a spianare la foresta nelle vicinanze del loro villaggio, gli abitanti di Merabu furono comprensibilmente scioccati: il loro interesse per il mondo esterno era sempre stato limitato. La loro piccola comunità risiedeva in un anfratto della foresta, isolata dal resto del mondo da un corso d’acqua e una corona di montagne carsiche. Con l’arrivo della deforestazione però iniziarono a comprendere la minaccia incombente e due anni dopo Merabu fu il primo villaggio nel distretto di Berau a ottenere una tutela legale della foresta circostante, in quanto fonte di reddito e di risorse naturali per i suoi abitanti. I locali rifiutarono di vendere il loro terreno e puntarono sulle piccole attività commerciali, come la raccolta di miele e l’ecoturismo.

Questo cambio di paradigma oggi mostra i suoi effetti benefici sulla foresta: in alta stagione, il villaggio viene popolato da numerosi backpacker che si avventurano nel fitto della giungla, sulla vetta del vicino monte Ketapu o alla scoperta delle acque cristalline del lago Nyadeng. In cambio, pagano un piccolo contributo che viene destinato al sostentamento del villaggio, che non deve più sacrificare parti della sua giungla per necessità economiche.
La tutela legale della foresta ha rappresentato così l’inizio di una battaglia più grande, che poco per volta sta interessando altre comunità indigene e che oggi si sta diffondendo. Ma è una battaglia lunga e difficile da vincere, e sicuramente di minoranza.

Raccolta dei frutti di Elaeis guineensis.

Operai a lavoro caricano sui camion i frutti della palma destinati all’industria per la lavorazione e raffinazione dell’olio.

Camion attraversano le folte piantagioni nel Kalimantan Orientale, con il loro prezioso carico di frutti di palma.

Il vero costo dell’olio in indonesia

Questa situazione va avanti da anni, ormai. L’Indonesia è nell’occhio del ciclone per l’inarrestabile avanzamento della deforestazione illegale, e gli sguardi preoccupati delle associazioni ambientaliste sono sempre più puntati sul paese asiatico. Secondo Global Forest Watch, nel periodo che va dal 2002 al 2019 l’Indonesia ha perso circa il 10% del totale delle sue foreste primarie.

Il Borneo indonesiano in particolare, il Kalimantan, è il principale scenario di questa repentina cancellazione. Fino a quarant’anni fa questo immenso territorio, esteso come circa due volte e mezza l’Italia, era ricoperto di foresta vergine per la sua quasi totalità. Oggi, circa una metà di quell’ambiente primigenio è andata perduta. Al suo posto ora ci sono principalmente monocolture, infinitamente più povere dal punto di vista della biodiversità. Ritornare alle condizioni originarie è praticamente impossibile, quantomeno in tempi brevi.

La perdita di foreste tropicali e torbiere è un disastro dal punto di vista ambientale, dato che si tratta di aree ad altissima biodiversità (la cui conoscenza scientifica è, tra l’altro, ancora molto superficiale) oltre che di serbatoi di carbonio che non contribuisce all’effetto serra perché stoccato nelle formazioni vegetali e nel sottosuolo.

Le torbiere, in particolare, sono cruciali dal punto di vista del sequestro del carbonio dall’atmosfera: stando ai dati di IUCN, questi depositi di materia organica sono il più grande serbatoio naturale di carbonio sulla terraferma; l’area coperta da torbiere in tutto il mondo è superiore ai tre milioni di km2 e cattura 370 milioni di tonnellate di anidride carbonica (CO2) all’anno, immagazzinando più carbonio di tutti gli altri tipi di vegetazione terrestre messi insieme. Si tratta quindi di ambienti la cui tutela è cruciale nell’ottica del contrasto al cambiamento climatico.

Alla drammatica perdita di piante e animali si aggiunge un’immissione in atmosfera di enormi quantità di anidride carbonica, generata dalla combustione di legno, foglie e torba.


Per i coltivatori di palma da olio la prospettiva è radicalmente diversa: il sistema più rapido ed economico per liberarsi di queste “scomode” foreste, come abbiamo visto, è il fuoco. L’accensione di incendi controllati permette all’uomo di guadagnare terreno sulle antiche foreste minimizzando gli sforzi, ma questa pratica causa un duplice danno: alla drammatica perdita di piante e animali che abitano questi ambienti vergini si aggiunge una immissione in atmosfera di enormi quantità di anidride carbonica generata dalla combustione di legno, foglie e torba.

Le nuvole di fumo originate da questi incendi, principalmente sulle isole di Sumatra e del Kalimantan, assumono proporzioni talmente estese da diventare un problema anche per le nazioni limitrofe: nell’autunno del 2015, ad esempio, i cieli di Thailandia, Cambogia, Singapore, Malaysia, Vietnam e Filippine sono stati raggiunti dalle imponenti nubi di fumo degli incendi indonesiani, intossicando migliaia di persone e causando la chiusura delle scuole e la cancellazione di voli aerei. Ma si tratta di un problema che si ripresenta ogni anno in maniera più o meno drammatica a seconda di vari fattori come temperature, piogge, venti dominanti.

La foresta pluviale di Wehea, parte di una concessione certificata FSC, a un’altitudine di 800 m sul livello del mare, rappresenta il tipico paesaggio incontaminato del Borneo indonesiano. Est Kalimantan, Berau (Indonesia).
Fra le specie seriamente minacciate di estinzione c’è l’orango del Borneo (Pongo pygmaeus). Qui una femmina col suo piccolo. Parco Naturale Tanjung Puting – Kalimantan Centrale, Tengah (Indonesia).
Un giovane maschio di orango del Borneo (Pongo pygmaeus). Parco Naturale Tanjung Puting – Kalimantan Centrale, Tengah (Indonesia)

Gli effetti della pandemia

Stando alle ricerche condotte da Mongabay, sembra che il lockdown causato dalla pandemia di COVID-19 abbia, sorprendentemente, peggiorato le cose, allentando i controlli su deforestazione illegale e bracconaggio. Questo perché i blocchi a viaggi e spostamenti hanno rallentato il lavoro di guardaparco e forze dell’ordine. La crisi economica e il crollo del turismo ha inoltre spinto molti locali a cercare nuove fonti di sostentamento, e il bracconaggio ne ha giovato.

Inoltre, un massiccio intervento legislativo portato avanti dal governo per rilanciare l’economia, il cosiddetto “Omnibus bill”, ha di fatto deregolamentato vari aspetti legati allo sviluppo economico delle aree rurali, allentando i vincoli su chi porta avanti progetti che potrebbero mettere a rischio le foreste e gli ambienti più sensibili. Anche le pene per chi compie crimini ambientali sono, di fatto, alleggerite.

Le soluzioni sono difficili da trovare finché il sistema produttivo funzionerà in questo modo, avendo dalla sua un alleato agguerrito come la povertà.

Infine, l’utilizzo di olio di palma per la produzione di biocarburanti potrebbe portare a un’ulteriore limitazione dei controlli sulla deforestazione. Buona parte delle recenti campagne di promozione di un olio di palma sostenibile e proveniente da territori non deforestati illegalmente sono legate al suo utilizzo in campo alimentare, ma per la produzione di biodiesel gli standard sono molto meno restrittivi, sia dal punto di vista ambientale sia da quello dei diritti umani. Se portati avanti, i progetti del governo indonesiano sulla produzione di biocarburanti causerebbero un ulteriore incremento della deforestazione, nonostante le politiche europee e di molte aziende cerchino di eliminare o ridurre le importazioni di olio di palma.

C’è ancora molto lavoro da fare. La sensibilizzazione del grande pubblico sull’impatto dell’olio di palma è cruciale, ma da sola non è sufficiente a combattere la deforestazione illegale e i rischi per le grandi foreste. Le soluzioni sono difficili da trovare finché il sistema produttivo funzionerà in questo modo, avendo dalla sua un alleato agguerrito come la povertà. Ma un barlume di speranza esiste, e viene da tutte le piccole realtà indigene che cercano un nuovo modo di sostenersi, conservando e proteggendo quelle foreste che per millenni hanno rappresentato la loro casa.

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  • Alfonso Lucifredi

    Alfonso Lucifredi è un naturalista e giornalista scientifico. Dal 2018 fa monologhi teatrali sui grandi naturalisti del passato.

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  • Paolo Petrignani

    Paolo Petrignani è un fotografo documentarista. Ha documentato spedizioni in grotte, foreste e deserti messicani, fiumi sotterranei dell’Asia Meridionale, ghiacciai della Patagonia, Islanda e Antartide. Dal 2001 collabora con National Geographic Italia. Le foto di questo servizio sono state scattate nel 2014.
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