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MADAGASCAR, TERRA DELLE DISUGUAGLIANZE

Testo e fotografie di Ed Kashi e Samm Short di Azafady

31 Marzo 2021

Tempo di lettura: 5 minuti

Queste ragazze, di 11-13 anni, usano una pasta fatta con le radici della pianta tsiambara per abbellire la loro pelle a Belay, Madagascar. Di solito la lasciano per 5 giorni e continuano a rifare il trattamento, tranne nei giorni di mercato. La parola locale utilizzata per chiamare questo trattamento significa “non voglio mostrarti”.

Le disuguaglianze sociali sono in aumento, con i più ricchi che accumulano sempre più ricchezze. Ma anche le voci di coloro che non hanno nulla diventano più forti e trovano nuovi modi per farsi ascoltare, in un contesto in cui le preziose risorse da cui dipende la loro esistenza si stanno esaurendo a un ritmo allarmante e insostenibile. In Madagascar gli effetti di questa dinamica disfunzionale sono più evidenti che in qualsiasi altro luogo. Questo progetto fotografico è una risposta diretta al bisogno dell’umanità di fermarsi e prendersi le proprie responsabilità, visto attraverso la dignitosa e vitale gente del sud-est del Madagascar, in una analisi degli intricati legami che li uniscono alla terra.

Per i malgasci, tutto ciò che è necessario per la sopravvivenza proviene direttamente dalla terra. È il loro cibo, il loro riparo, e il più delle volte la loro unica fonte di reddito. E ciò che tiene tutto insieme, in un equilibrio precario, è un sistema forestale incredibilmente impoverito. Sistematicamente saccheggiate nel corso degli anni sia da interventi esterni che dai tentativi degli abitanti dell’isola di sostenere il loro stile di vita, le foreste del Madagascar ora occupano meno del 10% della loro superficie originaria. I piccoli frammenti sparsi delle foreste di un tempo ospitano centinaia di specie endemiche, molte delle quali devono ancora essere descritte, o addirittura scoperte.

Sono queste porzioni di foresta che danno da vivere a più del 70% della popolazione dell’isola. Nonostante le recenti leggi di tutela emanate per proteggere le foreste, la gente del Madagascar continua a rischiare multe e carcere a causa della propria dipendenza dalle risorse forestali, in un sistema di povertà assoluta che toglie il lusso del libero arbitrio.

Il mio lavoro si è sempre basato sulla tutela della dignità dei miei soggetti, qualcosa che i malgasci hanno in abbondanza, e ho trovato in Azafady un approccio che rispecchia molto il mio. In questa selezione di fotografie ho documentato non solo i problemi che il Madagascar affronta, ma anche le complesse e delicate soluzioni che vengono offerte da figure come Azafady.

Nel giornalismo fotografico non è più sufficiente raccontare solo le sfide, abbiamo anche bisogno di aiutarci a vicenda attraverso esempi come questi, per mostrare quanto grande possa essere il potere dell’azione collettiva, e rispondere al grido globale di fermarsi e prendersi la responsabilità. Il mio sentito ringraziamento va al Premio Pictet, ad Azafady e al popolo del Madagascar per avermi dato l’opportunità di farlo. Possa questo esservi di stimolo a fare lo stesso.

Il Tavy è la pratica che consiste nel bruciare la foresta per liberarla e insediare nuove piantagioni. Nella foto se ne vede un esempio, fatto dai contadini di Analavinaky, vicino a Sainte Luce lungo la costa del Madagascar. Il Tavy è illegale, ma gli agricoltori locali continuano a farlo nonostante la massiccia riduzione delle loro foreste.

Il fumo del Tavy si alza sulla valle di Manindry Havia, Madagascar. In lontananza si vede una delle poche foreste native rimaste della regione.

In una fornace di mattoni, gli operai avvolti dal fumo si guadagnano da vivere producendo mattoni per l’edilizia locale e per l’uso nei loro villaggi ad Anosibe, Madagascar. Questo è un uso molto inefficiente del legno, che è usato come principale combustibile per cuocere l’argilla per fare i mattoni.

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Un altro esempio di come la terra sia una risorsa per la popolazione locale: alcuni uomini sono impegnati a spaccare pietre per rivenderle come ghiaia per le strade o sassi da costruzione, a Sainte Luce, Madagascar.

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Di prima mattina, nel villaggio di Sainte Luce, i pescatori rientrano con il pescato, che consiste principalmente in aragoste e pesci assortiti. Le aragoste sono destinate all’esportazione verso il mercato europeo. Le catture di aragoste e di pesce sono diminuite e i pescatori devono spingersi più al largo rispetto alla tradizione. Questo ha reso il loro lavoro più pericoloso e rappresenta un crescente problema alla loro sopravvivenza.

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Gli abitanti dei villaggi locali pescano la Saifotsy, una specie di orata, nel lago Anony a Tanandava, un estuario alimentato dall’oceano. Gli abitanti di questo villaggio sono agricoltori, ma a causa della mancanza d’acqua devono ricorrere alla pesca. Per pescare usano le zanzariere fornite dalla USAID (Agenzia degli Stati Uniti per lo sviluppo internazionale), il che significa che catturano tutto, riducendo ulteriormente le riserve di pesce del lago.

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Un corriere del pesce fuori dalla città costiera di Sainte Luce. I corrieri del pesce di solito preparano i loro cesti con le catture fresche del giorno e poi corrono per quasi 5 km per consegnarli ai camion che porteranno il pesce ai mercati della zona.

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Questa è una delle operazione di estrazione della ilmenite, un minerale che contiene ferro e titanio, per conto della multinazionale Rio Tinto, a Fort Dauphin. Lo sfregio del paesaggio è evidente; e questo è solo l’inizio delle operazioni. Enormi strisce di terra saranno trasformate in dune di sabbia se la compagnia non si atterrà al programma di rigenerazione.

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Uno dei tanti punti di raccolta dell’acqua che forniscono acqua pulita ai residenti dei quartieri poveri di Fort Dauphin, Madagascar. La maggior parte della città non ha acqua corrente.

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Gli agricoltori controllano le piantagioni di mais, in sofferenza a causa della mancanza di acqua in questa regione, ad Agnalapatsy. Sempre più agricoltori si stanno convertendo alla pesca, ma anche le riserve di pesce sono diminuite a causa del sovrasfruttamento. Questi fattori contribuiscono alla malnutrizione in questa regione del Madagascar e anche alla mancanza di risorse per la popolazione.

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Abitanti del luogo piantano il riso in campi allagati a Maromitsioky, Madagascar. Il riso è un alimento importantissimo per i malgasci: viene considerato sacro e rappresenta una parte essenziale dell’alimentazione quotidiana.

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Le donne del villaggio raccolgono canne nelle paludi per realizzare stuoie, cesti e cappelli a Analavinaky, Madagascar.

I coltivatori di riso preparano il loro campo per la semina usando gli zebù per ammorbidire la terra fangosa in modo che i giovani germogli di riso penetrino più in profondità nel terreno a Manambaro. Questa antica tradizione malgascia si chiama magnosy.

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Coltivatore di riso mentre prepara il campo per la semina a Manambaro, Madagascar il 19 gennaio 2010.

Ed Kashi è un famoso fotoreporter e regista statunitense, vincitore di numerosi premi fotografici internazionali, che da 40 anni realizza incredibili immagini per documentare le questioni sociali e politiche che definiscono i nostri tempi. Un sguardo sensibile e un rapporto intimo e compassionevole con i suoi soggetti sono le firme del suo lavoro intenso e spietato. In qualità di membro di VII Photo Agency, Kashi è riconosciuto nel mondo per le sue complesse immagini e per la sua interpretazione avvincente della condizione umana.

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