Ogni notte è illuminata

Oggi l’inquinamento luminoso è così diffuso che il cielo stellato è invisibile in gran parte del nostro paese: avere notti più buie ci farebbe ridurre i rischi per la salute, oltre a farci rivedere le stelle. Ne abbiamo parlato con Fabio Falchi, autore dell’Atlante mondiale dell’inquinamento luminoso.

6 minuti | 8 Gennaio 2021

Illustrazioni di Eliana Odelli
Chissà se un odierno Dante, alzando lo sguardo verso la volta celeste, concluderebbe ancora la sua Commedia citando le stelle. Nel miraggio della sicurezza e del risparmio promesso dalle lampade a Led, nell’ultimo mezzo secolo il cielo notturno del nostro Paese è divenuto tra i più brillanti del pianeta, ponendoci come fanalino di coda, insieme alla Corea del Sud, del gruppo dei G20. L’inquinamento luminoso si concentra nella Pianura Padana, che presa singolarmente risulta tra le regioni in assoluto più inquinate. Tuttavia, anche nel resto del Paese non ce la passiamo bene. «Fatta eccezione per alcune regioni rimaste relativamente buie come l’Alto Adige e la Sardegna, l’inquinamento luminoso è diffuso anche nel resto dello Stivale. In particolare, la valle dell’Arno e le aree metropolitane di Roma e Napoli brillano come fari nella notte» spiega Fabio Falchi, ricercatore dell’Istituto di Scienza e Tecnologia dell’Inquinamento Luminoso e autore dell’Atlante mondiale dedicato.

Più dell’80% del mondo e più del 99% di statunitensi ed europei vivono sotto cieli inquinati dalla luce. La Via Lattea è nascosta a più di un terzo dell’umanità, compreso il 60% degli europei e quasi l’80% dei nordamericani. Uccelli migratori disorientati, animali elusivi che diventano facili vittime dei predatori, insetti calamitati dai lampioni.

Il problema non è solo l’insonnia: nel 2007 l’Organizzazione Mondiale della Sanità ha definito lo sconvolgimento del naturale ciclo sonno-veglia come probabilmente cancerogeno.

Quello luminoso è un vero e proprio inquinamento, un elemento destabilizzante non solo per la fauna selvatica ma anche per la nostra fisiologia di animale diurno, capace di scombinare l’orologio biologico attraverso l’esposizione alla luce blu di cui sono ricchi i LED e i gli schermi dei moderni dispositivi elettronici. Il problema non è solo l’insonnia: nel 2007 l’Organizzazione Mondiale della Sanità ha definito lo sconvolgimento del naturale ciclo sonno-veglia come probabilmente cancerogeno. I primi studi epidemiologici risalgono agli anni ‘70, quando si osservò nei lavoratori notturni un aumentato rischio per alcune tipologie di cancro, come quello della prostata e del seno. Ma anche il decremento della sensibilità all’insulina che favorisce l’insorgere del diabete.

Flusso luminoso pro capite per provincia di alcuni Paesi europei. Fonte: Fabio Falchi.
Il denominatore comune di queste patologie è lo scompenso nella secrezione di ormoni, scandita dalla melatonina prodotta durante le ore notturne. Il sonno ha infatti una componente omeostatica, basata sull’accumulo di stanchezza, e una circadiana. L’esposizione alla luce blu in orario serale inibisce la secrezione di melatonina e quindi ostacola l’assopimento. A differenza dello spettro luminoso della lampadina a incandescenza, ricco nella componente rossa, quello dei moderni LED presenta due picchi, uno nel giallo e uno nel blu. La loro combinazione produce quella che il nostro occhio percepisce come luce bianca, simile per colore a quella delle vecchie lampadine, ma del tutto diversa per qualità e intensità.

Tuttavia, se dentro casa è possibile adottare delle precauzioni, all’esterno non è così. «Capiamoci, nemmeno in natura le notti non sono perfettamente buie, venendo rischiarate dalle stelle e soprattutto, quando visibile, dalla Luna. Tuttavia, i livelli di illuminazione che si misurano lungo le nostre strade sono tra i due e i cinque ordini di grandezza maggiori: la luce sulle strade e sui monumenti è anche 100mila volte più intensa di quella fornita dalle sole stelle» prosegue il fisico.

In molte realtà l’installazione di un nuovo lampione è un palliativo adottato dalle amministrazioni per non affrontare il degrado urbano.

Nel 2010 in Italia erano stati censiti circa 10 milioni di lampioni, la cui illuminazione, secondo i dati Censis, costava un miliardo all’anno. Il nostro consumo annuo pro-capite per l’illuminazione pubblica ammontava a 107 kWh, contro i 71 della Francia, i 50 della Germania, i 42 del Regno Unito e una media europea di 51 kWh. Solo la Spagna aveva un consumo pro-capite superiore a quello italiano, con 116 kWh. Un’esagerazione spesso concepita come deterrente per le aggressioni o come incentivo per la sicurezza stradale, sfuggitaci però di mano. «La percezione di insicurezza non dipende solamente dall’illuminazione ma dal contesto sociale. In molte realtà l’installazione di un nuovo lampione è un palliativo adottato dalle amministrazioni per non affrontare il degrado urbano» sostiene Falchi.

Contributo percentuale per comune all’inquinamento luminoso di Cima Ekar (Asiago), sede del più grande telescopio in Italia. Fonte: Fabio Falchi.
Sebbene l’inquinamento della Pianura Padana sia rimasto più o meno stabile negli ultimi due decenni, il futuro appare tutt’altro che roseo. Anche perché l’Italia si è già giocata la carta della transizione tecnologica. «La sostituzione dei vecchi impianti di illuminazione, che spesso disperdevano anche metà della luce verso l’alto, con altri più efficienti e orientati verso il basso, ha mascherato l’escalation di nuovi punti luce. Nel complesso, la quantità di luce è raddoppiata. Ecco perché serve una regolamentazione organica, come peraltro è prevista per altri inquinanti atmosferici» ammonisce il fisico. In realtà, alcune norme tecniche esistono da tempo, come quella che fissa i limiti minimi di illuminazione per le strade. Inoltre, a cavallo del terzo millennio, la maggioranza delle Regioni ha fissato dei limiti massimi, che tuttavia non sempre vengono rispettati, ma soprattutto rimangono cuciti sulla singola sorgente o installazione e non sull’inquinamento luminoso complessivo.

Grazie ai dati satellitari è infatti possibile condurre un vero e proprio monitoraggio comune per comune […]. E dunque capire dove e quando intervenire.

In un recente articolo pubblicato sulla rivista Royal Society – Open Science, Falchi e il collega Salvador Bará, professore di Fisica applicata all’Università di Santiago di Compostela, propongono una strategia basata su limiti di inquinamento da non superare, in analogia a quanto si fa, per esempio, con le polveri sottili. «Una volta fissato il limite, descriviamo come mantenere l’inquinamento luminoso al di sotto di esso e come recuperare l’oscurità naturale del cielo notturno, distribuendo lo sforzo sui diversi attori: grazie ai dati satellitari è infatti possibile condurre un vero e proprio monitoraggio comune per comune, se non quartiere per quartiere. E dunque capire dove e quando intervenire» riassume Falchi, sottolineando che il metodo descritto può essere utilizzato per proteggere efficacemente l’ambiente notturno e il paesaggio nei parchi naturali, o in qualsiasi regione del territorio, compresi interi Paesi.

Una notte più buia non ci restituirebbe solamente un cielo stellato ma consentirebbe di sincronizzare il nostro orologio biologico, e quello della fauna, con quello naturale. Inoltre, potrà ispirare nuove generazioni di artisti, filosofi e poeti, che rapiti dall’immensità della volta celeste brameranno, ancora una volta, di uscire a riveder le stelle.

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    Davide Michielin è biologo e giornalista. Collabora regolarmente con la Repubblica e Le Scienze occupandosi di temi a cavallo tra la salute e l’ambiente. Attualmente è Senior Scientific Manager presso il Centro Euro-Mediterraneo sui Cambiamenti Climatici (CMCC) e docente al Master in comunicazione della scienza dell’Università Vita-Salute San Raffaele.
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