OPINIONE

PIANTARE ALBERI NON CI SALVERÀ, CREARE ECOSISTEMI (FORSE) SÌ

Testo di Lorenzo Rossi e Giorgio Vacchiano
Fotografie di Giorgio Vacchiano

I benefici del piantare alberi sono ormai riconosciuti. Ma limitarci a piantare molti alberi non ci salverà: occorre sapere cosa, dove e come piantare.

16 Aprile 2021

Tempo di lettura: 9 minuti

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Tundra e foresta boreale, Lake Clark National Park, Alaska, agosto 2018.

Un copricapo di piume di macao gialle sui capelli ormai bianchi. Occhi accesi dentro un volto grinzoso. Un grosso piatto labiale decorativo, sul quale lo sguardo tende inesorabilmente a indugiare. È Raoni Metuktire, capo della nazione dei Kayapó, attivista e voce dei popoli Amazzonici. Alcuni ricorderanno la sua storia raccontata da Marlon Brando in un documentario presentato a Cannes nel 1977. Altri lo rivedranno firmare lettere ai governanti del mondo insieme a Sting, per chiedere di porre fine alla deforestazione. Era il 1989. O ancora, sul podio della conferenza sul clima di Bonn, la COP23 del 2017, «per affermare l’importanza del nostro territorio nella lotta ai cambiamenti climatici, e che […] non siamo un ostacolo allo sviluppo, ma parte della soluzione».

Raoni lotta ancora. Questo significa solo una cosa: dopo oltre quarant’anni, la foresta amazzonica viene ancora erosa dalla deforestazione. Attraversando fasi alterne – dall’azione selvaggia e sregolata degli anni ’90 al parziale successo delle politiche di cooperazione negli anni duemila, fino all’aggressivo sovranismo di Jair Bolsonaro nell’ultimo triennio – la deforestazione dunque continua. Il bisogno di piantare alberi e salvare foreste è più che mai attuale, e non solo in Amazzonia.

Molte sono le iniziative internazionali in questo senso, spesso con nomi roboanti, come la “Trillion tree campaign” promossa dalle Nazioni Unite. In Italia, operazioni come ForestaMI a Milano, Ossigeno Bene Comune a Napoli, Radici per il Futuro in Emilia-Romagna, oltre a innumerevoli campagne locali promosse da cittadini, associazioni e soggetti commerciali, si impegnano a rilanciare il verde nelle nostre città, per aiutarci ad affrontare l’emergenza climatica. Gli effetti benefici di piantare alberi sembrano ormai riconosciuti, internalizzati, e promessi da giunte e governi di (quasi) tutti i colori.
La realtà, però, è più complessa di quanto possa apparire. Limitarci a piantare un gran numero di alberi non ci salverà: è importante capire perché, e ricordarlo a chi promette facili soluzioni.

Quanto carbonio può assorbire un albero?

Quando pensiamo ai benefici delle piante viene subito in mente la parola “fotosintesi”: lo scambio gassoso tra anidride carbonica e ossigeno che ha reso respirabile la nostra atmosfera e che ogni giorno, quasi come una magia, trasforma la CO2 in legno. I grandi “polmoni” della Terra sono le vaste aree boscate dei Tropici e delle zone boreali, che da sole assorbono il 25-30% delle nostre emissioni di gas climalteranti. In Italia, i dieci milioni di ettari di foreste censite dall’Inventario Nazionale delle Foreste e dei Serbatoi di Carbonio assorbono dai 20 ai 30 milioni di tonnellate di CO2 annue (il 5-10% della CO2 che emettiamo), al netto di danni da incendio e dei tagli forestali, con un sequestro annuo di 2 tonnellate di CO2 per ettaro di foresta – l’equivalente delle emissioni prodotte da una automobile in un anno.

La quantità di carbonio incorporata nel legno, tuttavia, varia in funzione dell’età della foresta (generalmente culmina dopo qualche decennio e poi diminuisce), della specie e del tipo di gestione forestale attuata nel bosco. Un albero di media grandezza può assorbire, nelle condizioni migliori, 10-20 kg di CO2 ogni anno; questo valore però solo quando l’albero diventa adulto! I quindici miliardi di alberi presenti nei boschi d’Italia assorbono in media solamente 2 kg di CO2 a testa ogni anno – perché non sono tutti adulti, non crescono tutti nelle migliori condizioni, e un certo numero di essi muore ogni anno a causa di eventi naturali o dello stress climatico.

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Rimboschimento di conifere montano, Colle del Monginevro, giugno 2014.

A scala globale, anche mille miliardi di alberi, piantati ovunque sia possibile (cioè su un territorio disponibile stimato in circa un miliardo di ettari, escludendo i terreni inospitali, quelli coltivati e le aree urbane), riuscirebbe a sequestrare “appena” 2-3 miliardi di tonnellate di CO2 in più all’anno – a fronte di emissioni antropogeniche di gas serra che hanno ormai raggiunto i 40 miliardi di tonnellate l’anno.

Sempre ammesso che le foreste del mondo continuino a fotosintetizzare al ritmo attuale. Il monitoraggio dei satelliti e dei sensori a terra che misurano in tempo reale l’attività della vegetazione terrestre ci fa infatti temere un rallentamento della capacità di assorbimento di CO2 delle foreste, dovuto allo stress climatico. E in alcune regioni, la capacità delle foreste di sequestrare carbonio si è già azzerata, come ha mostrato la prima mappa globale dei sink di carbonio forestali, pubblicata nei primi mesi del 2021.

Le insidie di piantare alberi

Oltre ai limiti fisiologici dell’assorbimento di carbonio, piantare alberi può nascondere altre insidie, come suggeriscono due nuovi studi pubblicati su Nature Sustainability. Il primo, promosso da ricercatori delle università di Santa Barbara, Santiago del Cile e Stanford, svela come gli incentivi alla riforestazione, se mal progettati o male applicati, possano risultare in una perdita di carbonio e biodiversità invece che in un loro aumento. È il caso del Cile, dove dal 1974 al 2012 l’afforestazione (cioè l’impianto di nuovi boschi) è stata fortemente sovvenzionata con contributi finanziari ai privati. Questo modello è stato considerato a lungo un esempio da imitare. Lo studio, però, ha scoperto che molti proprietari terrieri, per poter usufruire delle sovvenzioni e massimizzare il profitto, hanno sostituito la foresta nativa con piantagioni di alberi da frutto. Questo programma ha sì aumentato la superficie forestale, ma ha ridotto la superficie di foresta nativa, uno dei più grandi serbatoi di carbonio e biodiversità del pianeta.

La capacità di scegliere le specie giuste […] è il primo fondamentale requisito per far crescere una foresta in salute


Un’altra iniziativa contraddittoria è la “Bonn Challenge”, un programma internazionale promosso nel 2011 dall’Unione Internazionale per la Conservazione della Natura, con l’obiettivo di ripristinare 350 milioni di ettari di foreste degradate entro il 2030. Su oltre l’ottanta per cento delle aree oggetto d’intervento sono state piantate monoculture di alberi da frutto o da gomma, con conseguente perdita di biodiversità rispetto alla foresta nativa, aumento della vulnerabilità agli estremi climatici e diminuzione del carbonio sequestrato negli alberi e nel suolo.

E proprio questo è il tema principale: non conta solo piantare, ma cosa piantare. La capacità di scegliere le specie giuste, possibilmente native, da piantare in mescolanza, è il primo fondamentale requisito per far crescere una foresta in salute, che resista alle pressioni climatiche e svolga al meglio le sue funzioni ecosistemiche a beneficio dell’ambiente e della società.

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Prove di germinazione di seedball con semi di Pino nero, Università degli Studi di Milano, luglio 2019.

Non solo gli alberi contano, ma anche il suolo

Il secondo studio, coordinato dall’università di Pechino, si è occupato invece del suolo. Spesso dimenticato, il suolo conserva a scala globale il 69% delle riserve di carbonio forestale, in quello che gli addetti ai lavori chiamano “carbonio organico del suolo”, e che noi tutti abbiamo toccato almeno una volta, prendendo in mano una zolla di terra grassa, nera, e spesso brulicante di vita. Piantate su terreni poveri di carbonio organico, le foreste sono in grado di aumentare la sua quantità, arricchendo il suolo con foglie morte, radici, e altri residui organici, ma anche attraverso vie più dirette: rilasciando quelli che vengono chiamati “essudati radicali”. Si, perché le piante “sudano” sostanze zuccherine e mucillaginose dalla punta delle radici, per poter meglio penetrare nel terreno e nutrire funghi e batteri, simbionti fondamentali per la vita dell’albero stesso.

Quando però il suolo è già ricco di carbonio, l’afforestazione (in determinate condizioni) può avere l’effetto opposto e diminuirne la concentrazione, danneggiando sensibilmente il potenziale di assorbimento di CO2 da parte delle foreste. Come è possibile? I microscopici responsabili sono ancora i funghi e batteri del suolo: nutriti all’improvviso da una nuova fonte di carbonio facilmente utilizzabile (gli essudati radicali e i residui organici degli alberi), aumentano la loro attività e il loro volume. Così ringalluzziti, i microorganismi aumentano anche la loro attività respiratoria, e così consumano il carbonio che era prima stoccato stabilmente nel terreno, rilasciandolo in atmosfera.

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Semenzali di faggio a un anno di età, foreste della Val di Susa, Piemonte, giugno 2013.

E se è giusto piantare alberi, dove farlo al meglio?

L’afforestazione, quindi, non può sfuggire neppure alla questione del dove piantare. In altre parole: è necessario considerare attentamente le caratteristiche dei suoli, degli ecosistemi e dei climi, per riuscire a comprendere se l’afforestazione possa avere risultati positivi o meno.

Esaminiamo un mappamondo: riforestare le grandi tundre del nord, enormi, desolate, e sempre più disponibili per la crescita delle piante grazie al riscaldamento delle temperature, potrebbe sembrare una buona idea… fino a quando non si considera l’albedo, cioè la capacità della superficie terrestre di riflettere parte della radiazione solare. Sostituire le praterie (soprattutto se innevate) con foreste di conifere diminuisce l’albedo, aumentando l’assorbimento di radiazioni solari e generando un effetto riscaldante simile a quello che sperimentiamo entrando in un’automobile scura lasciata al sole in un caldo giorno d’estate. L’afforestazione può avere conseguenze negative anche in ambienti aridi o semi-desertici, dove piantare boschi può causare una maggiore intercettazione dell’acqua piovana da parte delle chiome degli alberi, diminuendo la disponibilità idrica a valle.

E gli effetti non si fermano alla scala locale, ma arrivano a influenzare regioni lontane migliaia di chilometri a causa delle “teleconnessioni”, cioè i collegamenti tra climi di aree diverse della Terra. Un recente studio coordinato dall’Università di Pechino ha simulato l’effetto che i vasti programmi di afforestazione in Cina (efficientissimi per la riduzione dell’erosione e il contrasto all’avanzata dei deserti) hanno avuto su scala globale. Secondo il gruppo di ricerca cinese, questa afforestazione ha causato un aumento di temperature primaverili nelle zone artiche russe e a una loro diminuzione in quelle canadesi, a causa delle modifiche nella circolazione atmosferica indotte dall’evapo-traspirazione delle nuove foreste.

Creare foreste, fare greenwashing, o ripensare gli ecosistemi?

Un’ultima domanda da porsi, quando si vogliono “creare” foreste, è: cosa si farà con queste foreste? Basta osservare la cassettiera dei nonni che molti di noi hanno nella loro casa: non ci pensiamo spesso, ma quella cassettiera è composta dello stesso carbonio che, decenni o secoli or sono, un albero ha “fissato” dall’atmosfera e stoccato sotto forma di cellulosa, lignina e composti organici (al netto di qualche grammo finito nell’apparato digerente di un tarlo e reimmesso in atmosfera). Se quegli stessi alberi fossero invece stati tagliati subito e bruciati per generare calore o energia, il carbonio sarebbe stato reintrodotto in atmosfera tempo addietro, limitando il beneficio climatico al solo “effetto di sostituzione” rispetto all’energia climalterante ricavata da combustibili fossili.

Insomma, non conviene fidarsi delle soluzioni troppo facili. Quando qualcuno urlerà “piantiamo un triliardo di alberi per salvare il pianeta!” bisognerà essere attenti a chiedergli “quali alberi? Dove intendete piantarli? E come li gestirete una volta piantati?”. L’attenzione dell’opinione pubblica può prevenire fenomeni di greenwashing, che promettendo soluzioni totali al global warming (piantare alberi) rischiano di favorire gli interessi di aziende o gruppi economici di parte, a ulteriore danno dell’ambiente e dell’uomo (in termini di sequestro di carbonio, biodiversità, accesso all’acqua).

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Bosco di neoformazione spontanea con latifoglie miste, Verres, Valle d’Aosta, luglio 2020.

Un “riassunto” di buone pratiche per piantare alberi a regola d’arte è stato proposto dagli scienziati del Royal Botanic Gardens e del Botanic Gardens Conservation International; in Italia, la Fondazione Alberitalia ha come mission la lotta al cambiamento climatico con alberi e foreste, e suggerisce principi e stategie per scegliere “il posto giusto per l’albero giusto”.

L’afforestazione inoltre non è il semplice atto di piantare alberi, ma il più profondo e complesso compito di creare ecosistemi. Come è avvenuto al Bosco in Città, la prima foresta urbana d’Italia, voluta da Italia Nostra e formata oggi da un bosco perfettamente in grado di riprodursi da solo e vivere come le antiche foreste di querce e carpini che ricoprivano la Pianura Padana. Gli ecosistemi sono un insieme di equilibri e connessioni tra tutti gli elementi che li compongono, e sono connessi a loro volta con tutto quello che li circonda. In prima battuta con noi stessi, che al loro interno viviamo e che di queste connessioni possiamo prosperare o crollare.

Un’afforestazione che insegua solamente un numero record di alberi da piantare è destinata a fallire, perché non prende in considerazione le numerose connessioni e i possibili effetti che la creazione di un ecosistema può avere. È importante, quindi, che questi progetti siano portati avanti da personale tecnico e politico formato, multidisciplinare, e capace di cogliere le conseguenze complesse che ogni situazione può comportare. Una afforestazione coerente il luogo, il clima, il suolo, e la vita delle popolazioni che vivono all’interno dei sistemi socio-ecologici non risolverà da sola tutti i nostri problemi climatici ed ambientali. Ma di certo sarà un buon inizio.

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Foresta di abete rosso, parco naturale di Paneveggio Pale di San Martino, settembre 2019.

Giorgio Vacchiano è ricercatore in gestione e pianificazione forestale presso l’Università Statale di Milano. La sua ricerca ha come oggetto lo sviluppo di modelli di simulazione in supporto alla gestione forestale sostenibile, la mitigazione e l’adattamento al cambiamento climatico e ai disturbi naturali nelle foreste temperate europee. Si occupa di didattica e di comunicazione della scienza.

Lorenzo Rossi è assegnista di ricerca presso l’Università degli Studi di Milano. È specializzato nel dominio delle scienze del suolo, dove si occupa di interazioni suolo-pianta, con particolare attenzione al ciclo del carbonio e al soil carbon storage. Collabora a progetti per lo stoccaggio di carbonio nelle foreste e per la massimizzazione di servizi ecosistemici in ambito naturale e ingegneristico.

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