ANATOMIA DI UN INCENDIO

Testo di Gianluca Liva
Fotografie del Corpo forestale regionale del Friuli-Venezia Giulia

La gestione degli incendi boschivi in Italia, tra paradossi, necessità di pianificazione e incertezza.

31 Marzo 2021

Tempo di lettura: 9 minuti

Un lariceto ridotto in cenere, fotografato nel 2017, a quattro anni di distanza dall’incendio che ha colpito nel 2013 la Val Raccolana, una vallata delle Alpi Giulie italiane, posta nel comune di Chiusaforte, in provincia di Udine.

Il clima cambia, l’essere umano abbandona le aree rurali in favore della città, e i boschi italiani non bruciano più come una volta. Gli incendi boschivi – in Italia così come in tutto il mondo – sono un fenomeno in evoluzione, influenzato anche dal nostro modo di vivere l’ambiente. Dal 2000 al 2017, nel bacino del Mediterraneo, gli incendi hanno percorso 85.000 chilometri quadrati di territorio, più o meno la superficie dell’Austria. Nel contesto di questi eventi, 611 persone hanno perso la vita. In Italia, secondo la media annuale degli ultimi quattro decenni, bruciano oltre 1000 chilometri quadrati ogni anno.

Finora, il 2017 è stato l’anno peggiore dal 2000 a oggi per quanto riguarda la gravità degli incendi europei. Solo in Italia, nel corso di quasi 8000 eventi, le fiamme hanno interessato 1600 chilometri quadrati, il 70% dei quali era occupato da foreste. Il restante 30% riguardava praterie e macchia mediterranea.

Parlare di incendi boschivi pone di fronte a molti fattori di incertezza. Le numerose analisi sulle dinamiche di propagazione delle fiamme hanno fatto emergere alcune novità. In Italia, le cause degli incendi sono variabili, sfuggenti ed estremamente diverse a seconda del territorio. Nella maggior parte dei casi, la causa scatenante di un incendio è ricondotta all’azione umana, sia essa mossa dall’inconsapevolezza, dall’interesse in malafede oppure da un comportamento del tutto irrazionale.

«Se si osserva il rapporto tra superficie bruciata in aree boschive e quella complessiva, come i pascoli o qualsiasi territorio che non sia forestale, si nota come questo sia aumentato nel tempo. Oggi gli incendi forestali sono, in media, predominanti rispetto a una volta. È una tendenza dietro a cui si celano dinamiche molto complesse», spiega Davide Ascoli, ricercatore in pianificazione forestale e selvicoltura all’Università di Torino, «Dalla metà del ventesimo secolo, a causa dell’abbandono delle zone agricole marginali e ai vari fenomeni di urbanizzazione, il bosco ha ricolonizzato zone che una volta erano classificate come pascoli. Oggi la superficie forestale rappresenta circa il 36% dell’intera superficie del Paese. A metà del secolo scorso questa percentuale si attestava intorno al 20%. Di conseguenza, oggi, è molto più probabile che un incendio possa interessare un’area boschiva».

Nella maggior parte dei casi, la causa scatenante di un incendio è ricondotta all’azione umana, sia essa mossa dall’inconsapevolezza, dall’interesse in malafede oppure da un comportamento del tutto irrazionale.


I boschi italiani non sono cresciuti solo nella superficie. È cresciuta anche la loro età. «Un’economia rurale che fa largo uso del legno come fonte energetica comporta che i boschi vengano tagliati con una certa regolarità e che si mantengano “giovani”», racconta Davide Ascoli, «l’economia, però, è cambiata e i boschi sono invecchiati, e hanno accumulato biomassa. Rami, tronchi e alberi cadono e si accumulano. Dopo secoli in cui la crescita del bosco era condizionata dall’essere umano, oggi assistiamo a una sostanziale crescita naturale che pone un problema inedito rispetto ai decenni precedenti. La biomassa che si accumula può aumentare di molto il pericolo di propagazione dell’incendio. Paradossalmente, negli anni ‘70 c’erano situazioni in cui era più facile spegnere le fiamme, nonostante le minori risorse disponibili per la lotta attiva. Oggi gli incendi possono farsi sempre più estesi, le azioni di spegnimento possono risultare meno efficienti e per gli operatori gli interventi sono sempre più pericolosi».

L’aumento di biomassa, però, in tempi lunghi, non sempre comporta un aumento del pericolo di incendio. Quando si decompone, la biomassa aumenta lo spessore del suolo e dell’humus, creando una sorta di “effetto spugna” e quindi in grado di aumentare la capacità di trattenere l’umidità e di migliorare la resistenza del bosco al fuoco.

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Incendio in prossimità della frazione di Borgo Povici, in Val Resia (UD). Si tratta di un incendio anomalo, avvenuto nel maggio 2011, e scatenato da un fulmine. Gli incendi per cause naturali non sono così comuni.

Domare gli incendi

Le gestione degli incendi boschivi è regolata dalla Legge quadro n.353 del 2000. Alle Regioni e alle Province autonome spettano le iniziative di previsione, prevenzione e lotta attiva agli incendi. I governi locali sono responsabili dell’attivazione delle sale operative e delle squadre per lo spegnimento a terra. Il Dipartimento della Protezione Civile per le attività Antincendio Boschivo (AIB) attraverso il Centro Operativo Aereo Unificato (COAU), coordina i mezzi della flotta aerea antincendio dello Stato. A disposizione ci sono i Canadair CL-415 e vari tipi di elicottero. L’intera operazione deve tenere conto di dinamiche solo in parte prevedibili.

«A seguito della segnalazione di un incendio, una persona assume il ruolo di DOS – Direttore delle operazioni di spegnimento – e compie una prima valutazione sulle possibilità che l’incendio assuma dimensioni notevoli o diventi incontrollabile. Questa valutazione si basa soprattutto su indicazioni meteorologiche», spiega Maurizio Buttazzoni, maresciallo del Corpo forestale regionale del Friuli-Venezia Giulia, che prosegue: «una prima chiamata alla sala operativa attiva l’intervento dell’elicottero. Se si presume già che le condizioni siano critiche, si prenota già il decollo di un secondo elicottero e si convocano più squadre di operatori antincendio. Impieghiamo elicotteri dotati di benna antincendio: un particolare contenitore elitrasportato utilizzato per il trasporto del liquido».

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È bene sottolineare che in certe stagioni, anche in montagna, può esserci notevole carenza idrica. A seconda della stagione e delle caratteristiche del territorio, la disponibilità di acqua non è così scontata. In alcune Regioni sono stati predisposti punti di pescaggio, bacini idrici artificiali, vasche di pescaggio interrate o pozze ricavate negli alvei dei fiumi tramite piccoli sbarramenti. A volte, però, questi giacimenti preziosi si trovano a una discreta distanza dal luogo in cui l’incendio è in corso. Di conseguenza, i tempi di rotazione degli elicotteri si allungano.

«Per sopperire alla carenza d’acqua, in determinate situazioni, l’opzione che abbiamo adottato da anni consiste nello sbarco del personale specializzato tramite elicottero direttamente in prossimità dell’incendio. In zone impervie, spesso è solamente l’intervento a terra del personale che assicura lo spegnimento. Di frequente, infatti, le gettate d’acqua dall’alto non sono sufficienti», chiarisce Buttazzoni. «Negli incendi di tipo radente non dobbiamo trascurare i mezzi meccanici di spegnimento come il soffiatore e il battifiamma o flabello. Si tratta di strumenti tanto rudimentali quanto efficaci se impiegati a dovere. Con il battifiamma si colpiscono le fiamme radenti e con l’effetto frusta si produce un’azione di soffocamento delle fiamme. Lo stesso discorso vale per il soffiatore, che è uno strumento a motore, simile a quello che si usa nei giardini per smuovere le foglie. Va usato con cautela e perizia, dato che il rischio è quello di ottenere l’effetto contrario a quello desiderato» prosegue l’esperto.

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Un anziano volontario della squadra di Gemona del Friuli (UD), accorre fino all’abitato di Piani di Là, in Val Raccolana, per presidiare il paese durante l’incendio del 2013. Sullo sfondo, il fuoco si diffonde veloce e l’elicottero si affretta a rifornirsi.

A volte, i mezzi aerei antincendio impiegano anche additivi, aggiunti nell’acqua. Si tratta di bagnanti, schiumogeni, ritardanti e gelificanti di varia natura che si impiegano a seconda delle caratteristiche dell’incendio da domare. L’uso di questi additivi comporta dei miglioramenti alle proprietà estinguenti dell’acqua.

Secondo Buttazzoni, «potendo essere impiegati con concentrazioni molto basse non hanno un grande impatto sull’ambiente. Va anche precisato che i prodotti attualmente reperibili sul mercato europeo e commercializzati anche in Italia risultano avere tutte le necessarie documentazioni attestanti la compatibilità ambientale».

Il paradosso del fuoco

Al miglioramento e all’evoluzione della qualità degli interventi a incendio divampato, si è accompagnata un’attività di monitoraggio e prevenzione che ha portato a risultati notevoli ma anche nuove sfide. Il Fire Weather Index è un indice meteorologico di predisposizione agli incendi, elaborato da ricercatori canadesi negli anni ‘70. È un indice di cui si tiene conto in numerose nazioni, tra cui l’Italia. Le autorità competenti nelle Regioni hanno un proprio servizio di previsione delle aree in cui è più plausibile che un eventuale incendio possa propagarsi con facilità.

L’abilità a spegnere gli incendi può rivelarsi un’arma a doppio taglio.


Questo genere di indicatori può essere usato anche a posteriori, per fare confronti tra periodi e studiare meglio l’evoluzione degli incendi boschivi nel tempo. «L’andamento metereologico, più di prima, spiega la variabilità da un anno all’altro nella superficie bruciata negli ultimi due decenni», puntualizza Ascoli, tra gli autori del rapporto Un paese che brucia – Cambiamenti climatici e incendi boschivi in Italia, pubblicato ad agosto 2020. «Abbiamo osservato estremi climatici nel 2007, 2012 e 2017, che hanno comportato incendi in condizioni meteo estreme. Nonostante le nostre capacità di spegnimento siano aumentate nel tempo, è soprattutto la variabilità meteo da un anno all’altro che spiega la superficie bruciata. Questo può essere dovuto ad un aumento degli estremi climatici, ma anche a quello che nel settore viene chiamato il paradosso del fuoco». In stagioni miti siamo bravissimi a spegnere gli incendi. Nel 2018, per esempio, la superficie bruciata è stata la più bassa degli ultimi 50 anni. Questa abilità può rivelarsi anche un arma a doppio taglio.

Secondo Ascoli, «la nostra bravura nello spegnere gli incendi in condizioni meteo miti ci porta a eliminare l’effetto regolatore che gli incendi modesti possono avere nel ridurre la biomassa a scala di paesaggio. A quel punto la biomassa si accumula, come una molla che si carica e che scatta. In questo modo gli incendi assumono impatti più che proporzionali. E lì iniziano i disastri dal punto di vista ecologico, ambientale e di protezione civile. È stato il caso della Val Susa nel 2017: un incendio che ha interessato territori così estesi da mettere a rischio i centri abitati e i servizi che le foreste della valle forniscono, come la protezione del suolo e dalla caduta dei massi. C’è da chiedersi se si possa agire in modo diverso. I dati ci dimostrano che quello che stiamo facendo non si riflette sulla riduzione degli impatti degli incendi estremi, la vera emergenza».

Calcolare i rischi

Il calcolo del rischio portato da un incendio deriva da un’analisi complessa che, per forza di cose, è modulata a seconda del territorio, dei suoi abitanti e dei servizi che le foreste svolgono in quel preciso luogo. I criteri tengono conto di tre componenti principali: il pericolo, ovvero la probabilità che si verifichi un incendio di una data intensità; la vulnerabilità di strutture e servizi al disturbo da incendio; l’esposizione, cioè la presenza di servizi e infrastrutture che potrebbero essere danneggiate. Per esempio, un bosco di abete rosso costituisce un “pericolo” ben diverso da una selva di pini marittimi. In generale si può affermare che le aree di maggiore rischio in Italia sono le zone di interfaccia tra bosco e società umana, come i villaggi turistici e campeggi immersi nella macchia mediterranea.

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La scena di un incendio doloso avvenuto nel 2010 nella frazione di Campo di Bonis, nel comune di Taipana (UD). I mezzi dei Vigili del Fuoco hanno iniziato le operazioni di spegnimento.

Uno dei tanti elementi di incertezza che caratterizzano il tema degli incendi boschivi riguarda le cause che danno il via alla propagazione delle fiamme. Nonostante la maggior parte degli incendi derivino da cause antropiche, individuare la responsabilità non è per niente facile. Secondo il Primo Rapporto sullo Stato delle Foreste in Italia, su 7800 incendi avvenuti nel 2017, sono state denunciate per illecito penale solo 563 persone.

A volte, il confine tra incendio colposo e incendio doloso è labile. Nel 22% dei casi, l’incendio non aveva una causa accertata. È abbastanza frequente che un incendio si origini dalla necessità di ampliare o rinnovare un pascolo per favorire la propria attività. Le indagini delle autorità, in particolare nei paesi più piccoli, permettono di individuare con una certa facilità il sospetto. Ciò che è difficile è provarne la colpevolezza.

La regolamentazione dell’uso del fuoco permette di venire incontro a tradizioni pastorali di governo delle fiamme che sono ben più antiche di qualsiasi codice penale.


Le indagini sfruttano il cosiddetto “metodo delle evidenze fisiche” (MEF) che, attraverso una serie di analisi degli elementi combusti, permette di individuare il punto in cui è divampato l’incendio. Una volta rinvenuti i reperti dell’innesco, le forze di sicurezza avviano l’indagine tra le persone che potrebbero essere coinvolte. Spesso le cause si mischiano e si confondono. Bisogna sempre riflettere su ciò che può scatenare questo tipo di comportamento. Le attività di prevenzione, formazione e controllo hanno favorito, in alcune Regioni, una riduzione degli incendi colposi. La “regolamentazione” dell’uso del fuoco permette di venire incontro a tradizioni pastorali di governo delle fiamme che sono ben più antiche di qualsiasi codice penale.

Il discorso cambia quando la causa dell’incendio è dolosa. Ciò che spinge una persona a innescare l’incendio può derivare da un interesse economico, da un’azione criminosa più ampia, oppure da un risentimento nei confronti di qualcosa o qualcuno. In questo caso, le linee di demarcazione tra le motivazioni diventano, se possibile, ancora più sfumate. In alcuni contesti, le persone provocano un incendio senza che ci sia alcuna apparente ragione. Si tratta di fenomeni che rientrano nell’ambito più delicato della salute mentale e su cui non esistono dati puntuali. I piromani non concepiscono la pericolosità del loro agire. Di base, sono spinti da un interesse emotivo e sono privi di un pensiero empatico. La gratificazione si esprime nella visione del proprio operato. Tra fiamme alte e natura ridotta in cenere. Gli incendi per cause dolose che sfuggono alla ragione costituiscono una parte minore del totale, ma i loro effetti possono essere altrettanto devastanti. Si tratta di un ulteriore elemento di complessità da considerare quando si cerca di inquadrare il fenomeno degli incendi boschivi.

I fuochi che percorrono le foreste sono, a loro modo, una delle manifestazioni più evidenti della crisi climatica che viviamo. Nel lungo periodo, il governo degli incendi boschivi deve abbracciare una gestione forestale sostenibile che riduca l’infiammabilità del paesaggio, educhi le comunità alla prevenzione del rischio e intervenga sulle cause profonde dei cambiamenti climatici.

Gianluca Liva è storico e giornalista scientifico. Si occupa di attualità, ambiente e storia della scienza.

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