UNA CATENA DEL VALORE ALIMENTARE. INTERVISTA A DAVID FOWLER

di Gianluca Liva

Il settore agroalimentare contribuisce al cambiamento climatico, ma ne subisce anche le conseguenze. Le azioni (individuali e non) per rendere più sostenibile il modo in cui mangiamo.

2 Novembre 2020

Illustrazione di Daniela Germani.

Il settore agroalimentare è l’insieme delle attività di produzione agricola, trasformazione industriale, distribuzione e consumo di alimenti. Si tratta di uno dei pilastri della società umana, costituito da innumerevoli intrecci globali di produzione e consumo. Il settore agroalimentare è anche il responsabile del 12% delle emissioni di gas serra in tutto il mondo. Da un lato, quindi, il settore agrifood contribuisce al cambiamento climatico; dall’altro lato, però, ne subisce le conseguenze.

Infatti, l’attuale crisi climatica sta portando sia a una diminuzione delle rese di varie specie agricole, sia a una generale riduzione del valore nutrizionale dei prodotti che vengono consumati in tavola. Per inquadrare l’impatto del settore agroalimentare in tutta la sua complessità, si utilizza l’espressione “catena del valore alimentare” (dall’inglese Food Value Chain, FDC), costituita da tutte le realtà che partecipano alle attività necessarie per la produzione e creazione di valore aggiunto degli alimenti. La catena del valore alimentare tiene conto di tutte le emissioni derivate dalla produzione e dal consumo finale del cibo. Una filiera agroalimentare è sostenibile sono quando non impatta sull’ambiente, è redditizia in ogni sua fase, apporta un beneficio alla società.

Si stima che il settore agrifood possa contribuire per almeno il 20-30% alla riduzione delle emissioni clima-alteranti.


L’attuale catena del valore alimentare globale è ben lontana dall’essere sostenibile. Tuttavia, tramite opportune scelte strategiche, si stima che il settore agrifood possa contribuire per almeno il 20-30% alla riduzione delle emissioni clima-alteranti; un obiettivo da raggiungere entro il 2030.

David Fowler è un ricercatore del Center for Ecology and Hydrology, Edinburgh Research Station, specializzato nei fenomeni di micrometeorologia, nello scambio di gas in tracce e particelle nell’atmosfera terrestre, e negli effetti degli inquinanti sulla vegetazione. Fowler si è interessato al ruolo che ha l’agricoltura nella modificazione del ciclo globale dell’azoto. In questa intervista, David Fowler tratteggia gli elementi distintivi dell’attuale impatto del settore agroalimentare sul clima e descrive quelle che dovrebbero essere le strategie da adottare per raggiungere una catena del valore alimentare sostenibile.

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Perché la filiera alimentare e il clima si influenzano l’una con l’altro?

«Le emissioni di gas a effetto serra (CO2, CH4, N2O) derivati dalla produzione di colture e bestiame – compresi gli apporti all’agricoltura, come la produzione di fertilizzanti – contribuiscono alla forzatura radiativa del clima [il forzante radiativo è una grandezza data dalla differenza tra i raggi solari assorbiti dalla Terra e l’energia irradiata verso lo spazio. N.d.a.]. Allo stesso modo, anche la lavorazione e la distribuzione degli alimenti fanno sì che avvengano le emissioni di gas serra nell’atmosfera. I rifiuti alimentari sono una fonte di emissioni di gas a effetto serra, in particolare il metano proveniente dalle discariche. Le emissioni di gas serra legate al trasporto in ogni fase della catena forniscono un contributo sostanziale. Gli effetti del clima sull’intera catena sono importanti. Prendiamo per esempio l’effetto del clima sulla produzione delle colture agricole; le piante sono molto sensibili sia alle condizioni meteo che al clima. Ogni coltura ha una serie di condizioni prestabilite per garantire una produzione ottimale. Un’estate calda e secca può ridurre sostanzialmente le rese delle colture cerealicole. Un periodo di eventi piovosi estremi può compromettere il raccolto. Contemporaneamente, un’estate calda aumenta la richiesta di energia per la refrigerazione e la lavorazione degli alimenti. Ci sarebbero molti esempi da riportare per spiegare questa concatenazione di fenomeni. Il cambiamento climatico influisce anche sulle emissioni di gas serra di origine non antropica. Mi riferisco specialmente al metano emesso da fonti naturali, come avviene in alcune zone umide».

Quali sono le emissioni prodotte dalla filiera alimentare che hanno un impatto sul clima?

«I principali contributi sono l’anidride carbonica (CO2), il metano (CH4) e il monossido di diazoto (N2O). L’emissione di anidride carbonica in atmosfera deriva dall’utilizzo di combustibili fossili in tutte le fasi della catena del valore alimentare. Il metano viene prodotto nelle risaie e da animali ruminanti (come le mucche o le pecore). Queste due fonti sono le principali responsabili delle emissioni globali di metano prodotto dall’essere umano. Inoltre, anche i rifiuti alimentari nelle discariche comportano l’emissione di metano. Il monossido di diazoto, infine, viene prodotto dal comparto agricolo, principalmente nei campi coltivati. Il settore agricolo è il principale responsabile dell’aumento di monossido di diazoto atmosferico avvenuto negli ultimi 200 anni».

La catena alimentare è uno dei principali responsabili delle emissioni di metano e di monossido di diazoto.


Si può considerare l’attuale filiera, dal produttore al consumatore, come una delle cause dell’attuale crisi climatica?

«La catena alimentare è uno dei principali responsabili delle emissioni di metano e di monossido di diazoto; nonché fornisce un apporto significativo alle emissioni globali di anidride carbonica. L’utilizzo del suolo e l’abbattimento delle foreste per destinare altro spazio ai terreni agricoli – due fenomeni che avvengono a livello globale – vanno inclusi nel quadro dell’impatto della catena di valore alimentare sul clima e sull’ambiente».

Che potenziale potrebbero avere queste “buone pratiche” per ridurre l’impatto generale del comparto?

«Poiché l’agricoltura è la principale fonte antropica di monossido di diazoto, sono potenzialmente importanti tutte le misure che ne riducono il rilascio dal suolo. L’uso di fertilizzanti azotati è vitale per sostenere le alte rese delle colture agricole. Tuttavia, gran parte dell’azoto inorganico applicato come fertilizzante si perde nell’acqua di drenaggio, in quanto l’azoto è altamente solubile e facilmente lisciviabile dall’acqua piovana. L’azoto può anche essere rilasciato nell’atmosfera sotto forma di azoto molecolare, ossido nitrico (NO), così come il monossido di diazoto (N2O). Le tempistiche con cui vengono sparsi i fertilizzanti sono vitali per minimizzare le perdite. Le moderne pratiche agricole utilizzano sistemi di precisione con cui spargere i fertilizzanti su terreni; questi sono stati testati e mappati per verificare il tipo e la quantità di nutrienti presenti nel suolo. La frazione di azoto sparso sul terreno che viene rilasciato sotto forma di monossido di diazoto è estremamente variabile; in genere è compresa tra lo 0,1 e l’1% dell’azoto impiegato. Grazie all’adozione di pratiche agronomiche migliori, si può ridurre l’emissione di monossido di diazoto del 20-30%. Una riduzione delle emissioni di metano è possibile, invece, solo se è la popolazione che compie delle scelte, come quella di ridurre il consumo di carne, in particolare di manzo. Si tratta di scelte nello stile di vita, e non sono facili da attuare. Per quanto riguarda le emissioni globali di anidride carbonica, che sono il principale motore della forzatura radiativa del clima, la catena di valore alimentare è un contributore minore. Le emissioni di monossido di diazoto e metano rappresentano la priorità su cui intervenire nella catena di valore alimentare. Tutte le altre fasi della filiera possono fare la loro parte attraverso una lavorazione, distribuzione e commercializzazione dei prodotti alimentari più efficiente dal punto di vista energetico. I programmi per mangiare cibo prodotto localmente ed evitare la movimentazione del cibo possono fornire un contributo importante alla riduzione delle emissioni di anidride carbonica».

Una dieta equilibrata, con un minore consumo di carne, fornisce una riduzione delle emissioni di gas serra ed è anche più salutare.


Che contributo può avere un cambiamento nello stile di vita e nelle abitudini alimentari?

«In generale, le persone vegetariane sono responsabili di un contributo minore nella produzione di gas serra, a differenza di chi si ciba di carne. Ciò è dovuto al fatto che la produzione zootecnica è associata a grandi apporti di fertilizzanti e di energia per unità di prodotto alimentare consumato a persona. Il consumo umano di cereali, frutta e verdura ha un impatto minore. Il bestiame è una delle principali fonti globali di metano attraverso la fermentazione enterica [il processo di digestione dei carboidrati nei bovini e negli ovini. N.d.a.]. La produzione globale di fertilizzanti consuma una grande quantità di energia, che contribuisce all’1% delle emissioni di anidride carbonica. Una parte sostanziale di fertilizzanti è utilizzata nelle colture che poi verranno impiegate per nutrire il bestiame: una piccolissima parte (qualche punto percentuale) dell’azoto sparso in queste colture finisce nella carne di cui ci si nutre. Considerate anche le preoccupazioni globali per il consumo eccessivo di cibo nel contesto di diete che contribuiscono all’obesità e all’insorgenza di problemi di salute, una dieta equilibrata con un minore consumo di carne fornisce una riduzione delle emissioni di gas serra ed è anche più salutare».

Che ruolo hanno i rifiuti prodotti da questo sistema di produzione e consumo?

«I rifiuti alimentari prodotti lungo la catena di valore alimentare rappresentano un fattore sostanziale. I valori sono altamente variabili, ma si collocano comunemente tra il 20-30% della produzione primaria di colture e bestiame, il 20-40% della lavorazione e della vendita al dettaglio, e infine un 20-35% da parte delle famiglie. Non sarebbe quindi irragionevole affermare che almeno la metà delle emissioni complessive di gas a effetto serra derivanti dalla filiera alimentare provenga dai rifiuti. Anche il modo in cui vengono gestiti questi rifiuti è importante. Per molti anni, le emissioni di metano dalle discariche sono state i principali contribuenti nei bilanci nazionali dei gas serra. Sempre più spesso, nei paesi sviluppati le emissioni delle discariche sono controllate o catturate per poi ricavarne energia, ma rimangono comunque una fonte emissiva a cui prestare molta attenzione».

Dietro allo spreco di cibo c’è un altro problema: l’eccesso di domanda. Per funzionare, il sistema della grande distribuzione ha bisogno di più cibo di quello di cui il consumatore finale ha realmente bisogno. Come si cambia questo modello?

«In questo caso dobbiamo parlare di economia agroalimentare su larga scala. Non sappiamo se le grandi aziende alimentari tendano a ridurre gli sprechi per via di decisioni interne oppure di regole imposte dai governi. Le tendenze sociali da parte dei consumatori possono anche comportare un aumento della produzione locale e la riduzione della movimentazione del cibo, così come la riduzione dell’uso di alimenti altamente processati. Si tratta però di tendenze ai margini del mercato di massa e sembra improbabile che portino a un grande cambiamento. Forse, a lungo termine ci saranno dei cambiamenti anche perché ciò che può essere coltivato e prodotto in diverse regioni cambierà a causa del cambiamento climatico».

Articolo prodotto grazie al supporto di Ecomondo.

Gianluca Liva è storico e giornalista scientifico. Si occupa di attualità, ambiente e storia della scienza.

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Daniela Germani è geologa specializzata in paleontologia e illustratrice appassionata di tematiche naturalistiche e ambientali.

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