Come il cervo sardo ha ripopolato la Sardegna

Illustrazioni di Daniela Germani
Il declino e la rinascita del cervo sardo, un piccolo cervo endemico della Sardegna salvato dall'estinzione dai progetti di conservazione.

7 minuti | 28 Ottobre 2022

Ci sono storie che hanno il sapore della vittoria. Storie che se ci guardi dentro vedi il buio dell’estinzione e la tenacia della rinascita. Con la rubrica “Per un pelo”, la naturalista e giornalista scientifica Francesca Buoninconti ci racconterà alcune delle più incredibili storie di animali scampati all’estinzione grazie a visionari progetti di conservazione.

 

In questo quarto appuntamento torniamo in Italia: andiamo nella terra celebrata per il colore turchese del mare, dove la sabbia si tinge di rosa e l’aria profuma di mirto. Andiamo in Sardegna, tra le dune vive più alte d’Europa a scoprire la storia di declino e rinascita del cervo sardo (Cervus elaphus corsicanus), dagli ultimi 100 individui rimasti negli anni Sessanta, agli oltre 10.000 di oggi.

 

Dove i cervi incontrano il mare

Lungo il profilo della Sardegna sudoccidentale, nel comune di Arbus, restano gli ultimi lembi di un ecosistema unico. Tanto antico, quanto fragile. Una delle più grandi meraviglie dell’intero Mediterraneo, patrimonio Unesco dell’umanità. Sono le dune di Piscinas: una distesa di 28 chilometri quadrati di “colline” sabbiose che raggiungono i 100 metri d’altezza. Le attraversano le acque rosse del rio Piscinas, che scorrono tra tamerici e lentischi, insinuandosi tra le piante pioniere che ancorano la sabbia, fino a gettarsi nel mare cristallino. Qui, tra le dune vive più alte d’Europa, dove l’aria profuma di macchia mediterranea, si può ancora avere la fortuna di assistere a uno spettacolo unico nel suo genere: un cervo che fa capolino dalla vegetazione e affonda i suoi zoccoli nella sabbia.

Si tratta del cervo sardo (Cervus elaphus corsicanus): una sottospecie del cervo europeo (Cervus elaphus) endemica di Corsica e Sardegna, che abbiamo rischiato di perdere per sempre. E che oggi è tornata a ripopolare le due isole grazie ad un ambizioso progetto di conservazione.

 

Le origini del cervo sardo

Le origini del cervo sardo si perdono nel tempo: non sappiamo quando e come questa sottospecie si sia evoluta a partire dalla specie nominale – il cervo europeo – arrivando poi a popolare le due maggiori isole tirreniche. Ma abbiamo due ipotesi.

Probabilmente durante la glaciazione wurmiana, nel periodo di massima regressione marina, un piccolo gruppo di cervi europei provenienti dalla Toscana sarebbe riuscito a raggiungere la Corsica e la Sardegna autonomamente, approfittando di un tratto con acque poco profonde e facilmente guadabili. Oppure, in epoca preistorica, l’introduzione di cervi europei in Sardegna sarebbe avvenuta per mano dell’essere umano. E qui, nel corso del tempo, per via dell’isolamento geografico, la sottospecie Cervus elaphus corsicanus si sarebbe differenziata dal Cervus elaphus, adattandosi alla vita isolana e alle particolari condizioni climatiche dell’ambiente mediterraneo.

 

Riconoscere il cervo sardo

Sono piccole differenze che rendono il cervo sardo unico nel suo genere e diverso dal cervo europeo, un animale che è da sempre simbolo di eleganza e magnificenza. Tanto per cominciare, come spesso avviene sulle isole, il cervo sardo è più piccolo: i maschi raramente raggiungono i 130 kg e un’altezza al garrese di un metro, mentre le femmine non superano i 70-80 kg e gli 80 cm di altezza. Per chi non è avvezzo alle dimensioni dei cervi, i maschi di cervo sardo sono più piccoli persino delle femmine di cervo nobile europeo. Inoltre gli arti sono più corti, le grandi orecchie incorniciano gli occhi ovali ed espressivi, il manto è più scuro e rossiccio di quello del cervo europeo, con una stria nerastra particolarmente evidente in estate, che percorre il dorso dalla testa alla base della coda. 

Sono piccole differenze che rendono il cervo sardo unico nel suo genere.

Ma è soprattutto il palco ad aver sviluppato le maggiori differenze. Il palco di un maschio di cervo sardo non ha la caratteristica corona, è meno ramificato e raggiunge al massimo i 70 cm di lunghezza, con un peso di circa un chilo per asta, contro gli 8-10 kg di un palco completo di cervo europeo. Anche il periodo del bramito – il tipico verso gutturale e vibrato emesso dai maschi nel periodo riproduttivo per difendere il loro harem di femmine – è anticipato. Se nel resto della penisola i cervi nobili si accoppiano a settembre, in Sardegna il bramito del cervo sardo comincia a risuonare già a fine agosto, dando il via a una stagione degli amori anticipata.

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Ascesa e declino di un simbolo

Sebbene non sappiamo con esattezza come si sia evoluta questa sottospecie, sappiamo che, in Sardegna, già in epoca nuragica il cervo sardo era tra i più ambiti trofei di caccia. E che successivamente, intorno al VI secolo, è stato introdotto anche in Corsica. Fino alla fine dell’Ottocento, il cervo sardo era comune e abbondante in Corsica e Sardegna, ma nel corso del Novecento ha seriamente rischiato di essere cancellato dalla lista delle specie che popolano le due isole.

In pochi decenni, gli incendi e l’intensa deforestazione permessa dalla prima legge forestale italiana (la legge 3917/1877) hanno frammentato e distrutto l’habitat di questo ungulato. I conflitti con gli agricoltori, la caccia e il bracconaggio (il regio decreto 1016/1939 aveva introdotto il divieto totale di caccia al cervo in Sardegna) fecero il resto, decimando la popolazione. Almeno fino a quando, tra gli anni Cinquanta e Sessanta, ci si rese conto che gli ultimi cervi sardi – forse un centinaio, al massimo 200 – sopravvivevano ormai in tre piccole popolazioni, isolate tra loro, nella Sardegna meridionale: nel Sulcis, nel Sarrabus, e nell’Arburese, ovvero tra le dune di Piscinas. Nel frattempo in Corsica, negli stessi anni, venivano uccisi gli ultimi quattro esemplari, che vivevano nella riserva nazionale di caccia di Casabainda. Di questo passo, ascoltare un bramito sarebbe stato impossibile: anche la “voce” del cervo sardo sarebbe stata eliminata dal paesaggio sonoro delle terre del mirto e dei Mamuthones. 

Un tale rapido crollo demografico fece immediatamente suonare un campanello d’allarme e il cervo sardo venne inserito nelle Red List della IUCN (l’Unione Internazionale per la Conservazione della Natura), che elencano le specie in pericolo critico di estinzione. Un nuovo censimento alla fine degli anni Settanta portò a una stima attendibile di circa 200-250 esemplari. Circa 130 vivevano nel Sulcis, la roccaforte della specie; altri 90 nel Sarrabus e un’altra decina tra le dune di Piscinas, nell’Arburese. Erano numeri sufficienti per provare a salvare il cervo sardo.

 

Il ritorno del cervo sardo

A conti fatti, l’unica speranza per garantire un futuro a questa sottospecie endemica era aiutare il cervo sardo a ricolonizzare l’areale perduto e riconnettere le tre popolazioni rimaste isolate. 

Così, tra gli anni Ottanta e Novanta, cominciarono una serie di interventi di ripopolamento, continuati fino ai primi anni 2000. Dapprima si cercò di far crescere le popolazioni rimaste, creandone di nuove in località meridionali, spingendole poi a colonizzare il centro e il nord della Sardegna. Parallelamente, dal 1998 cominciarono una serie di rilasci anche in Corsica: i primi 24 esemplari di cervo sardo furono trasferiti a Quenza proprio in quell’anno. Da allora fino al 2017, in vent’anni, sull’isola francese sono approdati quasi 330 cervi. Ma a dare nuova linfa al ritorno del cervo sardo e tirare la specie fuori dal baratro dell’estinzione ci ha pensato il progetto europeo Life+ “One deer, two Islands”, cominciato nel 2012 sotto il coordinamento dell’Ispra e conclusosi nel 2019.

Oggi infatti in tutta la Sardegna vivono oltre 10.600 cervi sardi, mentre in Corsica ce ne sono altri 2.500: più di 13.000 in totale, stando ai dati presentati a conclusione del Life+ One deer, two Islands. Tanto che il cervo sardo è ormai considerato “a minima preoccupazione” nella Red List IUCN. Un risultato eccezionale, se si pensa che agli inizi del progetto si contavano appena 3.000 cervi in tutta la Sardegna, e poco più di 60 anni fa i cervi sardi erano appena 200.

Oggi infatti in tutta la Sardegna vivono oltre 10.600 cervi sardi, mentre in Corsica ce ne sono altri 2.500.

 

Perché far crescere la popolazione non basta

Non si tratta, però, solo di numeri e crescita demografica. Quando parliamo di conservazione serve guardare alla dimensione dell’areale, alla genetica e alle minacce a cui è soggetta la specie. In sette anni il progetto One deer, two Islands è riuscito a incrementare l’areale del cervo sardo di oltre 15.700 ettari. Ha creato due fondamentali corridoi ecologici: il primo tra Monte Arcuentu e Rio Piscinas, dove la specie è abbondante, e Monte Linas Marganai dove il cervo sardo scarseggia. E il secondo tra i Monti del Gennargentu e l’Oasi Faunistica di Taccu (Ulassai). In questo modo i cervi hanno potuto spostarsi verso nuove aree, distribuendosi meglio sul territorio, e sono stati ridotti i conflitti con gli allevatori e gli agricoltori. Molti esemplari, poi, sono stati dotati di radiocollari satellitari in grado di rilevare la loro posizione e inviarla ai ricercatori, che in questo modo hanno potuto studiare la dispersione dei cervi, i loro tragitti e l’uso del territorio. 

In totale, per il progetto One deer, two Islands, sono stati traslocati 153 cervi sardi. Prelevati dalla Costa Verde, dove già erano abbondanti, sono stati trasferiti all’interno di siti Natura 2000 e Siti di Importanza Comunitaria (SIC): 36 sono stati rilasciati sui Monti del Gennargentu; 45 nel Golfo di Orosei; 2 nel SIC Arcuentu e Rio Piscinas. Altri 70 cervi sardi sono stati portati in Corsica nei SIC Chenaie Verte, Massif du Rotondo e Plateau du Coscione.

Trasferire dei cervi sardi non è proprio un’operazione semplice: i cervi catturati sono stati trasportati nei siti di rilascio a bordo di grandi casse, con camion o fuoristrada, anche per 4-5 ore di viaggio. In Corsica addirittura ci si è avvalsi di elicotteri, ma ne è certamente valsa la pena. Oggi il cervo sardo può essere considerato salvo, se si continua a percorrere la strada della convivenza. 

 

L’ultima minaccia al cervo sardo

Sebbene non vi siano predatori di cervi in Corsica e Sardegna, il bracconaggio non è totalmente scomparso da queste isole e continua a minacciare la sopravvivenza del cervo sardo. In Corsica, inoltre, la legislazione francese non distingue la sottospecie isolana da quella continentale, per cui ogni anno il prefetto deve escluderla dalla caccia firmando un arrêté prefectoral

Il “Piano d’azione per la conservazione del cervo sardo-corso” redatto dal progetto One deer, two Islands, però, sottolinea anche che la sopravvivenza di questa specie endemica è legata a doppio filo alla tolleranza umana. Agricoltori e allevatori risentono spesso della presenza di questo ungulato sul territorio: negli ultimi decenni, infatti, i cervi sono entrati in competizione alimentare con animali domestici da allevamento, come pecore, mucche e capre. E si sono resi protagonisti di incursioni ai danni di agricoltori, anche in coltivazioni di pregio.

La sopravvivenza di questa specie endemica è legata a doppio filo alla tolleranza umana.

Così, per garantire una pacifica convivenza con il mondo agricolo-pastorale sono stati finanziati dei prati-pascoli a perdere, per fornire foraggio ai cervi evitando che vadano a cercarlo tra i campi agricoli. Sono stati previsti, inoltre, degli indennizzi che coprono parte dei danni da pascolamento e misure preventive come reti elettrificate o dissuasori acustici per proteggere le colture.

Ora che i numeri di questa specie non destano più preoccupazione, si spera che queste misure basteranno a ridurre i conflitti tra cervi e esseri umani: solo così il bramito del cervo sardo potrà continuare a risuonare dalle dune di Piscinas ai monti del Gennargentu.

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  • Daniela Germani

    Daniela Germani è geologa specializzata in paleontologia e illustratrice appassionata di tematiche naturalistiche e ambientali.
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  • Francesca Buoninconti

    Francesca Buoninconti è naturalista e giornalista scientifica. È nella redazione di Radio3 Scienza, il quotidiano scientifico di Radio3 Rai, e racconta la zoologia ai ragazzi su Rai Gulp per La Banda dei FuoriClasse. Scrive di scienza, natura e clima per varie testate, tra cui “Il Bo Live” e “Il Tascabile”. È autrice di “Senza confini. Le straordinarie storie degli animali migratori” (2019) e “Senti chi parla. Cosa si dicono gli animali” (2021), entrambi pubblicati da Codice Edizioni.
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