FRANCO ANDREONE, IL PASSATO E IL FUTURO DELLA CONSERVAZIONE

di Alfonso Lucifredi

Un’intervista con lo zoologo torinese Franco Andreone sulle sfide che deve affrontare chi si occupa di biodiversità e della sua conservazione. Una vita spesa tra l’amore per gli anfibi, la passione per il Madagascar, i musei di storia naturale e l’arte intesa come potente mezzo divulgativo.

5 Novembre 2021

Tempo di lettura: 22 minuti

Franco Andreone

Franco Andreone sull’Ankaratra nel 2006. Questo massiccio, il secondo in altitudine del Madagascar (2642 m s.l.m.), è soggetto a deforestazione e alterazione ambientale estremamente aggressive. Nei frammenti residui di foresta sopravvivono alcune specie endemiche e minacciate criticamente, come l’anuro Boophis williamsii. Fotografia di Franco Andreone.

La zoologia è una scienza in continua evoluzione. Poco però è rimasto delle storiche e rischiose esplorazioni in terre esotiche di avventurieri armati di taccuini da viaggio, attrezzature rudimentali e tanto coraggio. Oggi, tra analisi genomiche, foto-trappole e localizzatori GPS, la zoologia è a tutti gli effetti una scienza all’avanguardia. Non bisogna però dimenticare le imprese portate avanti dai coraggiosi pionieri dell’Ottocento: le loro qualità sono cruciali anche per gli zoologi del XXI secolo. 

Molte attività di una volta assumono oggi nuove declinazioni, soprattutto quando si parla di tassonomia, di conservazione e di musei di storia naturale. Ne ho parlato con Franco Andreone, conservatore al Museo regionale di Scienze naturali di Torino. Tra i più noti e apprezzati zoologi ed erpetologi del panorama internazionale, lo scienziato è convinto che il recupero di alcune metodiche e tradizioni della zoologia possa contribuire al futuro della ricerca e della conservazione. Dalla riscoperta dei “taccuini di viaggio” come strumento di divulgazione alla descrizione di nuove specie, dalla conservazione in paesi tropicali agli anfibi come vertebrati fragili la nostra chiacchierata ci porta a ricordare utili pratiche d’altri tempi e l’importanza dei musei di storia naturale. 

Tra le maestose sale del museo torinese, cariche di fascino antico, e le lussureggianti piante dell’orto botanico cittadino, il racconto parte dalle colline dietro la città sabauda fino ad arrivare alle remote foreste tropicali del Madagascar, terra a cui Andreone ha dedicato parte cospicua della sua attività di ricerca e di carriera professionale.


La tua carriera è in gran parte legata allo studio degli anfibi. Come hai visto evolvere la loro conservazione in questi anni? Cosa si potrebbe fare per migliorarla?

«Ho iniziato a occuparmi di anfibi (nonché di rettili, non scordiamolo!) fin da quando ero ragazzino, come talora capita. Mi sono trovato “appassionato” di animali da un giorno all’altro e desideroso di diventare uno zoologo sin dalla più tenera età. Ho sempre considerato gli anfibi dei veri e propri “animali fantastici”, perché sono i rappresentanti di un mondo magico, al confine tra terra e acqua. Si tratta dei vertebrati terrestri maggiormente minacciati al mondo, con oltre il 40% delle specie inserite nella Lista rossa dell’Unione Internazionale per la Conservazione della Natura (IUCN). 

Quando ho iniziato a studiare gli anfibi, ho avuto la sensazione che fossero più abbondanti di adesso, impressione confermata in seguito da molti ricercatori. Negli ultimi decenni molte specie sono scomparse per vari motivi (antropizzazione del territorio, patologie, raccolta, inquinamento) e altre si sono trovate in pericolo di estinzione. Per questo il loro studio è importante. All’inizio della mia carriera, negli anni ’80 del secolo scorso, mi sono soprattutto dedicato all’erpetofauna italiana, conducendo ricerche su varie specie di tritoni, fra cui tritoni crestati, punteggiati e alpestri, di cui ho approfondito aspetti interessanti della loro biologia. Per esempio, sono stato tra i primi ricercatori italiani a studiare le migrazioni dei tritoni crestati, il comportamento riproduttivo e la neotenia nei tritoni alpestri appenninici, che ho anche avuto l’onore di riscoprire sulla Collina di Torino: praticamente dietro l’angolo di casa. Mi sono anche interessato alla loro conservazione perché ho capito fin da subito quanto fosse cruciale studiare la loro biologia per proporre azioni di salvaguardia. 

Ho sempre considerato gli anfibi dei veri e propri “animali fantastici”, perché sono i rappresentanti di un mondo magico, al confine tra terra e acqua.


Una delle specie “faro” di cui mi sono occupato in quegli anni è stato il pelobate fosco (
Pelobates fuscus), un animale di fatto “mitico” della Pianura Padana poiché già allora era molto raro e minacciato dall’antropizzazione. Proprio per questo ho lanciato il “Progetto Pelobate” sotto l’egida del WWF Italia, che è stato uno dei primi programmi di conservazione dedicati agli anfibi italiani, in seguito imitato da molti altri progetti. Per anni ho studiato questo piccolo rospo fossorio in giro per la Pianura Padana e ho anche realizzato il primo piano d’azione dedicato. Oggi tutti si interessano al pelobate, che è diventato una vera star fra gli anfibi.

I progetti LIFE a esso dedicati si susseguono l’un l’altro. Spero che almeno alcuni di questi, che di fatto proseguono il piano d’azione, contribuiscano alla salvaguardia di queste e di altre specie. Devo dire che ho percepito fin da subito quanto l’impatto dell’uomo nei confronti degli anfibi fosse negativo. Da lì è di fatto iniziata la mia carriera di biologo della conservazione. In tal senso ho anche coordinato il Progetto Atlante erpetologico del Piemonte e della Valle d’Aosta e collaborato come coautore al volume della “Fauna d’Italia”.

Ho anche avuto l’onore di scoprire e descrivere specie di notevole interesse, in primis la salamandra di Lanza (Salamandra lanzai), presente in una limitata area delle Alpi Cozie nonché uno dei pochi vertebrati endemici dell’arco alpino. La conseguenza è stata impegnarmi nella divulgazione naturalistica, nella ricerca e nella promozione di azioni di conservazione degli anfibi. Tutti ne parlano ed è oggi diventato molto di moda, direi. Però ancora adesso è difficile riuscire a mettere in piedi azioni concrete di conservazione, perché alla fin fine di rane, raganelle, rospi e salamandre non è che in realtà importi molto al grande pubblico.»

Salamandra di Lanza

Salamandra di Lanza, Salamandra lanzai. Specie di urodelo descritta nel 1988 da Franco Andreone e coautori e dedicata al grande erpetologo fiorentino Benedetto Lanza. Si tratta di una delle ultime specie di vertebrati scoperte in Europa occidentale. Fotografia di Franco Andreone.

Sei legato da tanti anni al Madagascar: come è nato questo amore? Quali sono i principali problemi dal punto di vista ambientale di quella terra e come si svilupperanno in futuro, secondo te?

«L’attrazione per il Madagascar è iniziata da lontano, probabilmente su libri di avventura e su enciclopedie degli animali negli anni ’70. Le immagini mi sono entrate nell’anima. Inoltre, da ragazzo allevavo molti animali in acquari e terrari, principalmente pesci, anfibi e rettili, diversi dei quali provenivano proprio dal Madagascar. Per me era una specie di “terra intermedia”, fra l’Africa e l’Asia. E così in effetti è, anche da un punto di vista biogeografico e culturale, con popolazioni umane che hanno la loro origine sia in Indonesia sia in Africa. Per tale ragione ho sempre nutrito un interesse particolare per questa terra e ho cominciato a sognarla sempre più spesso. 

Casualmente poi, nel corso delle mie prime ricerche fra le collezioni del Museo di Zoologia dell’Università di Torino (che sarebbe diventato con il tempo il Museo regionale di Scienze naturali, dove avrei poi occupato il posto di conservatore zoologico) sono incappato in alcuni estratti a colori della rivista “Bijdragen tot de Dierkunde”. Si trattava di un contributo bibliografico di una zoologa olandese, Rose M. A. Blommers-Schlösser, che stava all’epoca studiando dal vivo gli anfibi di quel paese (fino a quel momento gli anfibi del Madagascar erano noti solo come esemplari conservati nelle collezioni storiche).»

«Quelle immagini a colori di varie specie appartenenti ai generi Mantella, Boophis e Mantidactylus mi fecero immediatamente sognare il Madagascar e immaginare un viaggio. Che in effetti di lì a pochi anni programmai e realizzai. Nel 1988 potei recarmi finalmente (nel corso di una specie di vacanza-avventura autogestita) sull’isola-continente per ammirare i suoi biomi eccezionali, soprattutto le foreste pluviali, da sempre nel mio cuore. 

In quell’occasione rimasi colpito dalla bellezza degli ambienti, dalla ricchezza della biodiversità, ma anche dalle problematiche al confine fra conservazione della natura e sviluppo delle popolazioni locali. Ho pensato che potesse essere utile studiare sul posto animali che fino a quel momento non erano così noti. Mi accorsi anche che studiare gli anfibi significava di fatto entrare all’interno di una biodiversità senza precedenti e senza paradigmi. In quegli anni anche altri avevano iniziato a studiare l’erpetofauna del Madagascar: fu l’occasione per instaurare una proficua collaborazione con ricercatori tedeschi, inglesi e statunitensi, fra cui Miguel Vences, Frank Glaw, Christopher J. Raxworthy e Ronald A. Nussbaum. Tutti campioni della conservazione, dello studio della specie, della filogenesi e della tassonomia integrata. In quell’occasione percepii chiaramente che le foreste dell’isola stavano scomparendo. Si stavano letteralmente volatilizzando, portando con sé fantastici animali: non c’erano solo i lemuri da conservare ma anche molti altri organismi. Mi sono quindi detto: “perché non lanciare un progetto di conservazione sugli anfibi del Madagascar”? Ed è proprio da lì che, partendo da una pura passione, ho sviluppato progetti che nel tempo sono poi diventati la mia professione.»

Franco Andreone

Foresta pluviale di Nahampoana, nel Madagascar sud-orientale, in un’immagine del 1990. Questa foresta è stata distrutta nell’arco di pochi anni. Attualmente l’area omonima è rappresentata da essenze vegetali introdotte. Molte foreste del Madagascar ospitano specie endemiche, probabilmente portate all’estinzione prima della loro descrizione.  Fotografia di Franco Andreone.

Franco Andreone

Franco Andreone in occasione della sua missione di ricerca sul Massiccio dell’Andringitra, Madagascar meridionale, novembre 2018. Fotografia di Javier Lobon Rovira.

Boophis anjanaharibeensis

Boophis anjanaharibeensis, una delle prime specie scoperte e descritte da parte di Franco Andreone nel corso delle missioni di ricerca in Madagascar, proveniente dall’area di Anjanaharibe-Sud nel Nord-Est dell’isola. Fotografia di Franco Andreone.

Costituire collezioni naturalistiche è ancora molto importante, perché […] i reperti conservati rappresentano una sorta di “biblioteca alessandrina” della biodiversità.


«Ho incominciato a scrivere dei progetti per ottenere fondi destinati alla conservazione e, quando sono diventato conservatore al Museo di Torino, nel 1991, ho portato la ricerca zoologica in Madagascar “in dote”. Al Museo ho anche messo insieme un’importante collezione erpetologica, fra le più ricche in Europa. 

Costituire collezioni naturalistiche è a mio avviso ancora molto importante, perché consente di mettere benzina nei motori dei musei di storia naturale e perché i reperti conservati (i cosiddetti voucher specimen) rappresentano una sorta di “biblioteca alessandrina” della biodiversità. Lo studio di questi esemplari è ancora oggi fondamentale. Spero che i campioni zoologici da me raccolti rappresentino per le generazioni future di zoologi una banca dati 3D utile per giungere a una migliore comprensione della natura del Madagascar. In effetti, il Madagascar è una delle perle della biodiversità mondiale, ma dove questo tesoro sta scomparendo, sotto la mano severa del “tiranno ecologico”, come mi piace chiamare la nostra stessa specie, Homo sapiens

Proporre la conservazione dei suoi anfibi è stato un passaggio in qualche modo obbligato, un vero momento “epifanico”: ho capito che nel mio piccolo di appassionato erpetologo potevo contribuire alla conservazione di ecosistemi, di biomi, di faune uniche a rischio di estinzione. Inutile dire che mi sono innamorato perdutamente di questo paese e dei suoi panorami e profumi sconfinati. Nel 1996 organizzai la prima survey organizzata in una delle foreste più interessanti dell’isola, denominata Anjanaharibe-Sud. Lì scoprii le mie prime nuove specie e iniziai il percorso zoologico in Madagascar. Ormai sono più di 30 anni che lo visito regolarmente, ed è diventato la mia seconda patria. Però il Madagascar è anche uno dei paesi più poveri al mondo. In questa ricetta c’è la tragica contrapposizione della nostra epoca: da un lato sognare di conservare gli animali e gli ecosistemi, dall’altro avere un rapporto unico con le popolazioni che vivono in quei luoghi.»

Nel 2009 hai ottenuto il prestigioso “Sabin Award for Amphibian Conservation” e poi hai condotto dei progetti di conservazione sulle specie di anfibi dell’Isola Rossa. Ci puoi raccontare di più al riguardo?

«Nel 2005, in occasione del summit per l’Amphibian Conservation Action Plan (ACAP), svoltosi a Washington, venni invitato da due dei più grandi conservazionisti mondiali – Russell A. Mittermeier e Claude Gascon – a sviluppare uno specifico progetto dedicato agli anfibi del Madagascar. Inutile dire che è stato un grande onore e da quel momento mi sono impegnato anima e corpo. Da li è anche iniziato il mio incarico come chair (coordinatore) dell’IUCN SSC Amphibian Specialist Group (ASG)/Madagascar. Ho innanzitutto messo insieme un gruppo di amici e ricercatori che poi ha contribuito a realizzare grandi ricerche. Cito, per esempio, Gonçalo M. Rosa, Denis Vallan, Angelica Crottini, Fulvio Licata e Vincenzo Mercurio. Con molti di loro ho scritto articoli importanti e condiviso momenti speciali di ricerca sul campo. Nel 2006 sono riuscito a mettere insieme una grande iniziativa e a far venire in Madagascar i principali studiosi di anfibi per partecipare a un vero e proprio congresso, intitolato ACSAM, “A Conservation Strategy for the Amphibians of Madagascar”. Da quell’incontro si è originato anche il Sahonagasy Action Plan. “Sahonagasy” è un neologismo che significa per l’appunto “rana del Madagascar” e indica il piano d’azione dedicato alla conservazione degli anfibi. Come conseguenza di questa iniziativa, io e il co-chair dell’ASG dell’epoca, Herilala Randriamahazo, abbiamo ricevuto nel 2009 il “Sabin Conservation Award”, un riconoscimento dedicato a chi si è particolarmente distinto in azioni di salvaguardia per gli anfibi. È stato – anche qui – un grande onore, anche perché nessun altro italiano ha mai vinto questo premio. Nel 2014 ho potuto replicare l’incontro, questa volta denominato ACSAM2. In tale occasione sono iniziati nuovi progetti, nuovi sogni e tante ricerche sul campo. In questo periodo sto seguendo la conservazione di una delle specie maggiormente minacciate, la mantella arlecchino, Mantella cowanii, con uno specifico progetto denominato McAP, Mantella cowanii Action Plan. Per dire: la conservazione continua!»

Franco Andreone

Particolare della missione di ricerca organizzata sul Massiccio dell’Andringitra a novembre del 2018. Insieme a Franco Andreone i suoi colleghi Gonçalo M. Rosa e Francesco Belluardo. Fotografia di Javier Lobon Rovira.

In Madagascar hai osservato un contrasto fortissimo tra l’imponente ricchezza di risorse naturali e la povertà diffusa nella popolazione, che porta al land grabbing [accaparramento di terre], perdita di biodiversità e distruzione di quelle stesse risorse. Quali sono le origini di questo contrasto e cosa pensi si potrebbe fare?

«In Madagascar riuscire a conciliare la conservazione della biodiversità e lo sviluppo umano non è facile, ma è necessario. Senza una cosa non si ottiene l’altra, e viceversa. Le popolazioni del Madagascar oggi mostrano crescenti problemi economici e sociali anche perché il loro territorio ormai è pesantemente compromesso. Oggi, meno del 10% delle foreste originarie sopravvivono. 

Le azioni di deforestazione accompagnano l’uomo fin da quando è arrivato sull’isola, almeno duemila anni fa. Le foreste vengono continuativamente tagliate dalle popolazioni locali, in quanto ne hanno bisogno per assicurarsi la propria vita quotidiana. Una volta che la foresta è tagliata il terreno lateritico si denuda per le intense piogge ed è molto difficile, per non dire impossibile, ricostruirla. In questo modo molte aree scompaiono ad un ritmo vertiginoso. 

All’inizio degli anni ’90, ho visitato diverse foreste, bellissime, che nessun’altro ha più visto. Cito la foresta pluviale di Nahampoana, nei pressi della cittadina di Tolagnaro nel sud est, posta a bassa quota al margine estremo meridionale dell’isola. Nahampoana ospitava un numero eccezionale di anfibi e oggi non c’è più, divorata dallo sviluppo umano e dall’incuria. È stata letteralmente cancellata dalla faccia della Terra e, di conseguenza, sono scomparse molte specie che vivevano al suo interno. 

Quello che stiamo perdendo in Madagascar è non solo un simbolo, ma una specie di sintesi di quello che sta accadendo sul nostro pianeta. Gli habitat naturali se ne vanno e la sovrappopolazione la fa da padrona. 

È difficile spiegare alle popolazioni locali che non bisogna distruggere le foreste poiché esse sono alla base della loro sopravvivenza: viene tagliata per ottenere legna da ardere, per cuocere il riso e per realizzare, per esempio, delle risaie. Siamo noi stessi ad aver contribuito a questa catastrofe ambientale. È stato anche detto: bisognerebbe disporre di un modello alternativo di sviluppo. Che non c’è o non riusciamo a trovare o vedere. 

In Madagascar la popolazione, rappresentata oggi da oltre venti milioni di abitanti, guadagna mediamente un dollaro al giorno. Le previsioni dicono che entro il 2050 la popolazione raddoppierà: una vera catastrofe annunciata, sia per l’ambiente sia per il popolo. La sovrappopolazione viene in qualche modo benedetta anche dalle gerarchie ecclesiastiche, per quanto progressiste. 

Possiamo facilmente renderci conto di come la cosa appaia critica: uno dei paesi più ricchi di natura, con una incredibile abbondanza di risorse, si trova a dover alimentare il suo popolo con una cifra ridicola, quasi offensiva. Dire “dovete proteggere le vostre foreste, dovete conservare i vostri animali” è spesso paradossale, quasi offensivo. Nonostante tutto, a fronte di queste problematiche, è molto difficile convincere noi stessi “occidentali” a contribuire in qualche modo. L’ho sperimentato di persona accompagnando turisti in visita in Madagascar: nonostante siano disposti a spendere parecchie migliaia di euro per vacanze patinate spesso sono sordi e insensibili a sostenere lo sviluppo delle popolazioni locali o la conservazione della natura.»

Nel corso della tua attività hai scoperto e descritto tante nuove specie di anfibi e di rettili, soprattutto in Madagascar, ma non solo. Credi che la descrizione di nuove specie sia ancora un argomento attuale nella biologia della conservazione?

«Devo dire che mi sono sempre interessato agli aspetti di tassonomia, cioè alle specie e alla scienza della loro descrizione. Ho anche avuto la fortuna di scoprire parecchie nuove specie. In Italia, come detto, ho trovato addirittura una nuova specie di salamandra dietro l’angolo di casa. Salamandra lanzai, tipica delle Alpi Cozie, è stata una delle ultime specie di anfibi scoperte nel nostro Paese e in Europa. È stato un grande piacere per me, perché è una specie presente sul Massiccio del Monviso, il “Re di Pietra” come lo chiamiamo qui in Piemonte. 

Descrivere nuove specie di animali è una delle maggiori soddisfazioni che può provare uno zoologo. In Madagascar ho mantenuto questo “vizio”, scoprendo e descrivendo oltre 80 nuove specie di anfibi e molte nuove specie di rettili.»

Spinomantis brunae

Spinomantis brunae, specie rinvenuta nelle foreste pluviali di Andohahela, Madagascar sud-orientale, descritta nel 1998 e dedicata dall’autore a sua madre. Fotografia di Franco Andreone.

Gephyromantis kintana

Gephyromantis kintana, specie del Massiccio dell’Isalo (Madagascar sud-occidentale), descritta come specie distinta nel 2020 e dedicata dall’autore a sua figlia Kintana Azzurra. Fotografia di Franco Andreone.

Boophis williamsii

Boophis williamsii, specie torrenticola micro-endemica del Massiccio dell’Ankaratra, classificata come Critically Endangered dalla Red List dell’IUCN. Fotografia di Franco Andreone.

«Qualcuno potrebbe anche domandarsi che senso abbia scoprire e descrivere nuove specie nel XXI secolo. Molti pensano che tutte le specie siano già state descritte e dunque non serva più a nulla. Non è così in realtà. Credo invece che questa attività sia cruciale proprio nei giorni in cui Jeff Bezos, Richard Branson ed Elon Musk portano i propri razzi privati nel cosmo. Perché se non conosciamo che cosa andiamo a conservare sul nostro pianeta sarà poi davvero difficile riuscire a proteggerlo. 

Quindi, per risponderti: sì, descrivere nuove specie fa parte integrante della conservazione della biodiversità e ha molta importanza anche al giorno d’oggi. Scoprire per descrivere, descrivere per conoscere, conoscere per conservare, questa è la via maestra. 

Per quanto descrivere tutte le nuove specie sulla Terra sia praticamente impossibile (pare ne conosciamo solo 2 milioni su 8), disporre di un inventario il più completo possibile ci permetterebbe di ragionare su quanto siamo in grado di proteggerle. 

Purtroppo, oggi è sempre più arduo anche perché mancano le persone che se ne occupano, i tassonomi. Inoltre, la descrizione di nuove specie necessita di analisi genetiche e di applicazione di modelli di bioinformatica. E qui mi ricollego a quello che è il mio lavoro, ossia il conservatore zoologo in un museo di storia naturale del XXI secolo: non è più solo una descrizione, come avveniva alla fine dell’Ottocento, delle nuove specie – anche se è qualcosa che si fa anche adesso. Si tratta di conservare le specie e i loro ambienti.» 



Sei un abile fotografo e, più di recente, anche illustratore di natura. Come sono nate queste passioni? Pensi che la fotografia e il disegno possano aiutare in qualche modo a sensibilizzare il grande pubblico sulle tematiche ecologiche?

«Ritengo che divulgare la scienza significhi anche utilizzare, per quanto possibile, tutti gli strumenti a disposizione. In questo mi ispiro sempre un po’ ai grandi zoologi del passato, Michele Lessona in primis. Lessona, all’epoca direttore del Museo di Zoologia di Torino, era un grande divulgatore, oltre che politico e traduttore delle opere di Darwin. Nella sua opera faceva uso di tutti i mezzi che aveva sottomano: scriveva, traduceva, faceva conferenze e penso che, se vivesse al giorno d’oggi, utilizzerebbe anche i social media. 

Quindi sì, vanno benissimo i più aggiornati strumenti moderni, ma allo stesso tempo conviene continuare a utilizzare anche sistemi antichissimi. Tanto per dire, ho sempre pensato che l’attività di ricerca vada accompagnata da un’appropriata iconografia. Fin dall’inizio della mia attività mi sono portato dietro la macchina fotografica che ho utilizzato appena possibile. Ritengo però che per questo scopo possano essere utilizzati anche altri strumenti: realizzare dei video, per esempio, è molto importante e serve non solo per documentare comportamenti particolari di determinate specie, ma anche per promuovere le attività che si stanno conducendo. 

Spesso ho anche utilizzato registratori per documentare aspetti del repertorio bioacustico degli anfibi, perché molti di questi animali, e in particolare rane, raganelle e rospi, hanno canti specifici. Li ho registrati e li ho utilizzati per descrivere nuove specie, ma anche per fornire informazioni e chiavi di riconoscimento. 

Durante le mie spedizioni in Madagascar ho anche amato tantissimo registrare la voce della foresta, quelli che si definiscono in gergo tecnico soundscapes, vale a dire dei paesaggi sonori.»

«Negli ultimi tempi sono anche tornato a quella che è una mia vecchia passione, cioè il disegno naturalistico “old style”, con acquerello e guazzo. Sono sempre stato affascinato dai ricercatori del passato che riuscivano a realizzare bellissime tavole colorate ad acquerello degli animali che studiavano.»

Triturus carnifex

Acquerello di tritone crestato italiano, Triturus carnifex. Di questa specie Franco Andreone ha studiato negli anni ’80 la dinamica di migrazione e l’eco-etologia. Disegno di Franco Andreone.

«A Torino, per esempio, ha lavorato Lorenzo Camerano, un grande zoologo, genero e successore di Lessona al Museo di Zoologia. Camerano, esperto di anfibi, nematomorfi e ungulati, aveva iniziato la sua attività al museo proprio come illustratore, formatosi nella prestigiosa Accademia Albertina di Belle Arti di Torino. Quando ho visto i suoi bellissimi acquerelli ornare le monografie scientifiche sono rimasto stupito e ho pensato con ammirazione che era riuscito, con successo, a unire l’arte e la scienza. Inseguendo il suo esempio, mi sono trovato a fare un po’ la stessa cosa in occasione della mia missione in Madagascar nel 2018 sul massiccio dell’Andringitra. 

All’interno della foresta e ho realizzato qualche schizzo all’ombra di un grande Canarium. Disegno che alla fine non è poi venuto così male! Quindi, mi sono fatto prendere dall’entusiasmo e mi sono detto: perché non raffigurare le specie di questa missione, come se fosse un vero cahier de voyage? Ho messo insieme i vari disegni e sono persino riuscito a pubblicare un volumetto che si intitola “In Madagascar, fra le rane e altri animali” ed è stata una specie di celebrazione dei miei trent’anni di ricerca in Madagascar. È un libretto a leporello, cioè con i disegni che si susseguono su pagine a fisarmonica.»

Com’è a tuo parere la situazione dei musei di storia naturale in Italia? Pensi che sarebbe ancora necessario un museo nazionale/istituto centrale di biodiversità? Quale è secondo te il ruolo dei musei nella conservazione della natura?

«Lavorando da più di 30 anni come conservatore mi sono sempre interessato alla realtà dei musei naturalistici in Italia. Purtroppo, nel nostro territorio manca un grande museo che si occupi di natura e che raccolga le principali collezioni naturalistiche, dettando allo stesso tempo la linea per la ricerca sulla biodiversità. 

È un’assenza importante che si fa sentire. Sono ovviamente presenti tante piccole e medie realtà museologiche che hanno un ruolo importante e non trascurabile. Si tratta di musei che spesso hanno una lunga storia e che hanno contribuito a far crescere la sensibilità naturalistica in Italia. 

Oltre al Museo Regionale di Scienze Naturali di Torino penso, per esempio, al Museo di Storia Naturale di Firenze, al Museo Civico di Storia Naturale “G. Doria” di Genova, al Museo di Storia Naturale di Milano, al Museo Civico di Storia Naturale di Verona (e molti altri). Ognuna di queste realtà ha una propria storia da raccontare, conservatori che hanno fatto l’impresa e collezioni che spesso testimoniano un’attività importante di scoperta del mondo e di comprensione del mondo naturale. 

Però, purtroppo, sono musei che hanno una declinazione locale (o che hanno perso la vocazione nazionale o internazionale che avevano un tempo). C’è stato un periodo in cui uno dei musei succitati avrebbe potuto diventare un museo nazionale, ma poi non se n’è fatto nulla: le divisioni sono state troppo esacerbate e ognuno è rimasto chiuso nella propria realtà locale. 

In seguito i musei sono andati incontro a una serie di problemi, dovuti alla loro dimensione e alla dipendenza da pubbliche amministrazioni locali o da università. L’assenza di un’autonomia (economica e di progetto) invece presente altrove (in Germania, per esempio) ha fatto sì che i musei naturalistici italiani non riuscissero a diventare istituzioni di ricerca impegnate nella scoperta del mondo. 

Oggi, purtroppo, non è facile per i vari musei italiani svolgere le proprie funzioni: gran parte di queste istituzioni posseggono notevoli collezioni scientifiche di grande valore, scientifico e storico. Purtroppo, per gestirle al meglio bisognerebbe digitalizzarle, studiarle e incrementarle. Attività che non sempre sono state possibili. Mancano contributi economici e molti musei italiani patiscono una cronica carenza di personale. Salvaguardare le collezioni esistenti e arricchirle con nuove raccolte oggi è più importante che mai, perché le collezioni sono degli strumenti che servono, fra l’altro, a testimoniare i cambiamenti che avvengono nel nostro mondo. 

È importante disporre di reperti che rappresentino la biodiversità del nostro Paese. Inoltre, ci aiutano a monitorare i cambiamenti in corso dovuti, fra le altre cose, al cambiamento climatico e all’antropizzazione, nonché a testimoniare uno dei gravi problemi che riguardano il nostro pianeta: l’estinzione della biodiversità. 

In parecchi casi i musei sono estremamente importanti anche per documentare le patologie emergenti, come è stato per il Covid-19 o per altre malattie, fra le quali il chitridio degli anfibi. Infine, bisognerebbe aprire le porte a veri ricercatori tassonomi, perché la biodiversità conservata nei nostri musei non appartiene alla singola istituzione, ma è patrimonio dell’intera umanità. Speriamo che i futuri governi italiani si muovano in tal senso e che in un domani non troppo lontano sia realizzata un’istituzione che si occupi della biodiversità e della natura del nostro Paese.»



Un sentito ringraziamento al Museo Regionale di Scienze Naturali di Torino e all’Orto Botanico di Torino per l’ospitalità.

Alfonso Lucifredi è un naturalista e giornalista scientifico. Dal 2018 fa monologhi teatrali sui grandi naturalisti del passato.

Facebook | Instagram | Twitter

Se ti è piaciuto questo articolo, iscriviti alla Newsletter. Potrai partecipare alla crescita di RADAR e riceverai contenuti extra.

CATEGORIE