I progetti per salvare la berta minore, la sirena del Mediterraneo

Tra le più belle isole selvagge del Mediterraneo fa il nido oltre la metà della popolazione globale di berta minore: ma l’inquinamento e le specie invasive minacciano le colonie. Ecco come nuovi progetti di tutela stanno salvando questi uccelli migratori.

9 minuti | 9 Dicembre 2023

Illustrazioni di Daniela Germani
Ci sono storie che hanno il sapore della vittoria. Storie che se ci guardi dentro vedi il buio dell’estinzione e la tenacia della rinascita. Con la rubrica “Per un pelo”, la naturalista e giornalista scientifica Francesca Buoninconti ci racconterà alcune delle più incredibili storie di animali scampati all’estinzione grazie a visionari progetti di conservazione.

Le avevo già viste in mare, molte volte. Ma la prima volta che ne ho incontrata una da vicino è stato a Zannone, in una notte di marzo di molti anni fa, mentre percorrevo il sentiero per tornare a dormire al faro. Era una notte senza luna. Lei era lì, sulla terraferma, camminava con le sue zampe palmate e aveva perso l’eleganza del volo: sembrava un piccolo pinguino goffo, dal piumaggio soffice e gli occhi penetranti. Non posso sapere con certezza cosa facesse lì: sull’isola non era segnalato alcun nido. Ma la sensazione è che fosse tornata a casa…

Questa è la storia delle ultime sirene del mare nostrum e di come sono scampate all’estinzione. ​​In questa nona puntata di Per un pelo, vi racconto gli sforzi messi in campo per salvare la berta minore (Puffinus yelkouan): specie endemica del Mediterraneo, di cui l’Italia ospita circa metà della popolazione globale.

 

Le berte minori, spiriti nel vento

Se vi è capitato di prendere un traghetto per le piccole isole del Mediterraneo e siete rimasti fuori ad osservare il mare, probabilmente le avrete viste: piccole ed eleganti, dalla pancia bianca e il dorso scuro. Sfilano veloci e silenziose tra i flutti, sfiorando la superficie del mare con la punta delle ali. Sembrano spiriti nel vento che soffia sul mare, un miraggio che ogni tanto scompare alla vista, coperto da un’onda poco più alta delle altre. Sono le berte minori (Puffinus yelkouan). Con loro, molto probabilmente, avrete visto anche la “sorella” più grande e imponente, dal becco giallo: la berta maggiore (Calonectris diomedea), regina del Mediterraneo e dell’Atlantico. Con un po’ di fortuna, avrete visto anche i piccoli uccelli delle tempeste. 

Ma questa è la storia delle berte minori, capaci di viaggi incredibili nel Mediterraneo, in migrazione quasi perenne per tornare poi alla propria isola, come Ulisse alla sua Itaca. Le berte infatti trascorrono la maggior parte dell’anno in mare aperto, a caccia di pesci, crostacei, seppie e calamari. E tornano sulla terraferma solo per riprodursi. Il loro nido è un cunicolo scavato nel terreno, un anfratto nella roccia delle falesie costiere che precipitano a picco sul mare. Un nido con vista, nelle colonie sparse tra le più belle e selvagge isole del Mediterraneo. Le berte minori sono infatti uccelli coloniali, fedeli al loro sito riproduttivo, dove ogni anno maschio e femmina si ritrovano per rinnovare la promessa del ritorno.

Se tutto va come deve andare, a marzo la femmina depone un unico grande uovo bianco, che dopo 50 giorni di incubazione darà vita all’unico discendente della coppia. Una piccola palla piumosa, nera e spelacchiata, terrà impegnati entrambi i genitori in un continuo pellegrinaggio tra terraferma e mare aperto, per darsi il cambio e nutrire il piccolo almeno fino all’involo, tra la fine giugno e gli inizi di luglio.

 

Le sirene del Mediterraneo

Questo “cambio della guardia” avviene dopo viaggi di alimentazione che portano le berte anche a oltre 500 km dalla colonia. Dopo aver trascorso qualche giorno ad alimentarsi in mare, giungono nei pressi della colonia prima del tramonto. Atterrano sull’acqua a poca distanza dalla costa, galleggiando tra le onde. Fanno rafting, come dicono gli ornitologi. Qui, ferme, aspettano il tramonto: solo con il buio completo spiccano il volo a pelo d’acqua per rientrare in colonia. 

E infine,  nei loro nidi con vista lungo le falesie, cantano con la famiglia: un suono simile al pianto di un bambino, struggente e quasi soffocato, nasale, acuto, aspirato, riecheggia lungo le coste. È un canto che incarna l’anima selvaggia del mare nostrum, la cui storia si fonde col mito più antico: le sirene hanno sempre avuto le ali. Le sirene che tentarono Ulisse, che con il loro canto hanno sedotto schiere di marinai spingendoli verso gli scogli, dritti verso il naufragio, non erano infatti creature metà donna e metà pesce. Erano per metà uccelli: berte. 

Nella mitologia, il loro corpo ibrido è stato talvolta raccontato come il frutto della vendetta di Afrodite, criticata per i suoi amori; altre come un aiuto per cercare meglio la perduta Persefone. Altre volte ancora, le berte sono state indicate come la reincarnazione dei compagni di Diomede, condannate a piangere per sempre il loro condottiero. Di certo il loro canto terrifico e sublime, di notte, segnalava la presenza della terraferma e di temutissimi scogli e secche.

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Una, nessuna, centomila berte… 

Descritta per la prima volta nel 1827 dal naturalista italiano Giuseppe Acerbi, fino a pochi decenni fa la berta minore mediterranea era considerata una sottospecie della berta minore atlantica (Puffinus puffinus). Oggi invece, grazie alle indagini genetiche, sappiamo che è una specie ben distinta dalla berta minore atlantica, come pure dalla berta delle Baleari (P. mauretanicus), anche lei considerata a lungo una sottospecie di quella atlantica. Di colpo, quindi, si è capito che l’intera popolazione globale di berta minore vive si riproduce e si sposta solo all’interno del bacino del Mediterraneo. Italia, Francia, Grecia, Croazia e Albania, fino alla Turchia, passando per Malta, Tunisia e Algeria. 

La berta minore è dunque una specie endemica del mare nostrum, che negli ultimi vent’anni ha scalato la lista rossa dell’IUCN, passando dall’essere classificata “a rischio minimo” al diventare “vulnerabile”.

Secondo l’ultima stima ufficiale, ad oggi la popolazione globale di berta minore conta tra le 21.000 e le 36.000 coppie, ovvero oltre 100.000 individui. Certo, sono stime da prendere con le pinze: i grandi erratismi e i lunghi viaggi alla ricerca di nuove aree di foraggiamento, soprattutto al di fuori del periodo riproduttivo, creano non poche difficoltà ai ricercatori nell’ottenere una stima affidabile. 

Quello che sappiamo, però, è che di queste circa 30.000 coppie, tra le 12 e le 19.000 nidificano in Italia. Il nostro paese ospita quindi oltre la metà della popolazione globale di berta minore: ogni anno, migliaia di coppie tornano a nidificare nell’Arcipelago della Tavolara in Sardegna e nell’isola di Linosa. Anche altre isole sarde e siciliane – l’arcipelago toscano, le isole pontine e le isole Tremiti in Adriatico – fanno parte degli ultimi rifugi della berta minore nel nostro paese. Ultimi, perché sembrano accertate le scomparse di alcune colonie, sia in tempi storici come a Creta e sull’isola di Lavezzi, in Corsica; sia più recenti, sempre in Corsica e a Malta.

 

…e altrettanti problemi

Tornate alla loro Itaca, infatti, le berte minori devono affrontare una serie insidie proprio nel periodo per loro più delicato. Tra le pareti rocciose si nascondono i pericoli più subdoli: i ratti neri (Rattus rattus) che predano uova e pulcini azzerando di fatto il successo riproduttivo delle coppie. Sull’Isola di Tavolara – che ospita migliaia di coppie – il successo riproduttivo della berta minore si è ridotto a zero nel 2006, proprio per la predazione da parte dei ratti. E purtroppo, questa che è una delle 100 specie aliene invasive più dannose al mondo è diffusa e abbondante in quasi tutte le isole che ospitano colonie di berta. 

Ai roditori, poi, si aggiungono i gatti padronali o rinselvatichiti che fanno incetta di pulli e i cani, mentre almeno un altro temibile predatore ha cambiato abitudini: l’essere umano. Sulle piccole isole del Mediterraneo era diffusa l’usanza di utilizzare le uova di berta a scopo alimentare, così com’è stato per altre specie di uccelli marini coloniali in nord Europa. Tuttavia oggi l’uomo è foriero di un’altra tipologia di insidie. Lo sfruttamento turistico sempre più invadente di aree naturali anche a ridosso delle colonie e la progressiva urbanizzazione di interi tratti di costa, hanno profondamente deteriorato gran parte dell’habitat riproduttivo della specie. 

Senza contare l’impatto dell’inquinamento acustico e luminoso: rumori forti, imbarcazioni da diporto, musica ad alto volume come quello delle discoteche estive in spiaggia disturbano e possono causare stress alle berte che nidificano sulle scogliere. Allo stesso tempo le luci intense lungo la costa confondono le giovani berte che lasciano il nido per la prima volta: all’involo, abbagliate dalle luci, potrebbero prendere la direzione sbagliata e non trovare la strada verso il mare.

 

Un mare poco accogliente

Anche il mare nostrum è cambiato e non è più la casa sicura che è stata per millenni per questi uccelli. Nei loro viaggi di alimentazione le berte minori spesso sono soggette al bycatch: ingeriscono ami e lenze, attratte dalle esche dei palamiti, o possono rimanere intrappolate nelle reti da pesca in attività, sia nelle cosiddette reti fantasma, ovvero reti abbandonate in mare che diventano un cimitero per moltissime specie. E poi c’è l’inquinamento: dallo sversamento di petrolio in mare alla plastica. 

«Dai nostri studi è emerso che il mar Mediterraneo e il mar Nero sono tra le aree del pianeta a maggior rischio di ingestione delle plastiche per uccelli pelagici come le berte e i piccoli uccelli delle tempeste», afferma Jacopo Cecere, ricercatore Ispra tra gli autori di una valutazione, a livello globale, del rischio di ingestione di plastica per berte, petrelli e uccelli delle tempeste, uscito su Nature Communication a luglio scorso. «Il mar Nero, in particolare è davvero un hotspot di plastiche e microplastiche e per la berta minore che vive tutta la sua vita tra Mediterraneo e mar Nero – sono uccelli longevi che vivono anche 20/30 anni – il rischio di ingerire plastica è altissimo, soprattutto durante il periodo non riproduttivo, quando molti individui si spostano verso il mar Nero». 

 

Salvare la berta minore

Conoscere le principali minacce è il primo passo fondamentale per tutelare la berta minore. Così come, in un mare su cui si affacciano da tre continenti e più stati, l’adozione di regole condivise e di obiettivi comuni sono indispensabili per garantire un futuro alla berta minore.

Oggi, grazie all’inanellamento di pulli e adulti in colonia e all’uso di data logger e GPS, conosciamo molto meglio le abitudini delle sirene del Mediteraneo. E parallelamente in tutto il mare nostrum sono stati portati avanti diversi progetti internazionali per la tutela di questa specie, per ridurre le minacce in mare e sulla terraferma. Progetti Life come PanPuffinus, ma anche piani d’azione transfrontalieri che coinvolgono più paesi, si sono focalizzati sulla sensibilizzazione dei pescatori, per l’attuazione di protocolli che aiutano a mitigare il bycatch e a prevenire le catture accidentali di berte minori nelle reti e con i palamiti. 

Così come sono state portate avanti azioni di sensibilizzazione per la riduzione del disturbo acustico e luminoso nei pressi delle colonie di berta minore, sia via terra, che dalle imbarcazioni in mare. Specialmente nel periodo primaverile-estivo, con i barconi turistici che passano sottocosta illuminati a festa, con musica ad alto volume.

Per ridurre il problema del disturbo luminoso alle colonie, per esempio, in Italia si fa ricorso a luci meno attrattive: per le ZPS italiane con colonie uccelli marini, il DM 17/10/2007 prevede l’obbligo di utilizzo di lampade a vapori di sodio o di lampade a led con caratteristiche analoghe, di punti luce schermati e di dispositivi automatici di accensione al passaggio, per ridurre il disturbo specialmente nelle prime tre ore dopo il tramonto e durante il periodo di involo dei pulli.

 

Agire sulle specie invasive

Inoltre, in moltissime piccole isole italiane che ospitano colonie di berte minori sono stati portati avanti progetti di derattizzazione, eradicazione delle specie aliene invasive e creazione di sistemi di biosicurezza nei porti principali e nei punti di sbarco, che impediscano la re-invasione delle isole, una volta eradicati i ratti. 

Così dall’isola di Tavolara, che è stata liberata dal ratto nero nel 2017 con il progetto Life Puffinus Tavolara, i piccoli di berta minore sono tornati a spiccare il volo. Se nel 2006 il successo riproduttivo si era ridotto a zero, nei 2 anni successivi all’intervento di eradicazione dei ratti si sono involate 10.684 giovani berte minori. Anche a Montecristo, dal 2013, a seguito dell’eradicazione, il successo riproduttivo della berta minore è esploso. L’85% dei piccoli arriva all’involo, con picchi del 95% negli anni migliori. 

E ancora, grazie al lavoro svolto dal progetto Life Ponderat, le berte minori sono tornate a nidificare anche nell’arcipelago pontino. A Ventotene, dove da anni cantano le berte maggiori, nel 2022 è stato trovato il primo nido di berta minore dopo anni di assenza. Qualche anno prima, nel 2018, è stata accertata la nidificazione anche a Zannone. Il mio pensiero corre di nuovo a quella notte del 2011, proprio a Zannone: la berta minore che ho incontrato stava davvero tornando a casa. Chissà che quella volta non stesse esplorando l’isola in cerca di un sito idoneo… o magari avesse già nidificato al riparo da occhi indiscreti.

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    Francesca Buoninconti è naturalista e giornalista scientifica. È nella redazione di Radio3 Scienza, il quotidiano scientifico di Radio3 Rai, e racconta la zoologia ai ragazzi su Rai Gulp per La Banda dei FuoriClasse. Scrive di scienza, natura e clima per varie testate, tra cui “Il Bo Live” e “Il Tascabile”. È autrice di “Senza confini. Le straordinarie storie degli animali migratori” (2019) e “Senti chi parla. Cosa si dicono gli animali” (2021), entrambi pubblicati da Codice Edizioni.

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