IL RITORNO DEL SENTIERO ITALIA

di Francesco Martinelli

Origini, declino e rinascita del cammino più lungo del nostro paese.

7 Maggio 2021

Tempo di lettura: 9 minuti

sentiero italia

Il rifugio alpino di Pian di Cengia, sulle Dolomiti, si trova all’interno del Parco Naturale delle Tre Cime, a più di 2500 metri di quota. Sullo sfondo il picco chiamato Croda dei Toni. Foto di Sara Furlanetto (Va’ Sentiero)

«Muoversi lentamente, osservando il paesaggio, gli ambienti naturali, i boschi e i fiori, i segni lasciati nel corso dei secoli dal lavoro e dalla creatività dell’uomo.
Muoversi lungo i percorsi della transumanza, lungo le antiche vie selciate su cui si svolgevano gli scambi fra le valli alpine o che collegavano i borghi dell’Appennino.
Incontrare lungo il percorso fitti boschi e ampi pascoli, antiche pievi e solitarie abbazie, resti di fortezze e vetusti muri a sostegno di campi terrazzati».

Con queste parole inizia il documento di presentazione del progetto “Sentiero Italia”, lanciato nel 1991 dall’omonima associazione insieme al Club Alpino Italiano.
Un progetto enorme e ambizioso per inserire l’Italia nel contesto dei cammini europei, dotandola di un percorso che all’epoca prevedeva 5000 chilometri articolati in 350 tappe e che si proponeva, si legge nel documento, “di collegare la nostra penisola e le isole maggiori col filo sottile di un itinerario che si snoda lungo il crinale degli appennini e l’arco della catena alpina”.
Un percorso spezzato dal mare, che inizia a Santa Teresa di Gallura, attraversa Sardegna e Sicilia e infine l’Italia continentale per terminare a Muggia, in Friuli-Venezia Giulia.
La prima scintilla del progetto si era accesa dieci anni prima, mentre Riccardo Carnovalini e Cristina Di Bono erano impegnati in un cammino nel sud Italia.

«La storia è nata nel 1981, quando insieme alla mia compagna di allora, Cristina, stavamo risalendo a piedi l’Appennino. L’obiettivo era partire dalla Calabria e in quattro mesi raggiungere il Colle di Cadibona, sopra Savona» ricorda Carnovalini, fotografo che oggi vive nelle Alpi Graie, non lontano da dove passa il Sentiero Italia.
«Non c’erano sentieri segnati, tranne qualcosa di molto locale nelle zone di Abruzzo e Gran Sasso e qualche tratto di sentiero CAI 0 più a nord, i posti tappa erano una cosa sconosciuta e il nostro fu un viaggio in totale autosufficienza: sacco a pelo, tenda, fornellino e cibi liofilizzati per essere autonomi per più giorni di seguito. Fu un viaggio nella bellezza, ci colpì la dorsale appenninica meridionale e si fece largo il pensiero era che tutto quel patrimonio non poteva essere a esclusivo appannaggio nostro e di pochi altri» prosegue Carnovalini.

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Un membro della spedizione di Va’ Sentiero sotto l’arco di Fondarca, nei pressi del piccolo borgo marchigiano di Pieia, frazione di Cagli (PU). Foto di Sara Furlanetto (Va’ Sentiero)

Dal punto di vista dei sentieri, in quell’epoca l’Italia era rimasta indietro rispetto al resto d’Europa: mentre le zone alpine avevano circuiti escursionistici organizzati, il resto del paese era totalmente isolato. In Europa erano già presenti lunghi cammini come il sentiero E1, che all’epoca si snodava dalla Danimarca a Genova e oggi, nella sua interezza, va da Capo Nord a Capo Passero, in Sicilia.

«L’idea era un cammino che potesse avvicinare il nostro Meridione all’Europa, una grande possibilità per combattere lo spopolamento della montagna e rinvigorirne l’economia gracile. Il Sentiero può avere un impatto notevole per i territori che attraversa: forse non è in grado di stravolgerne il destino ma i camminatori sicuramente lasciano una traccia economica del loro passaggio. Il problema principale del percorso era quello dei posti tappa, perché sono poche le persone in grado di percorrere lunghi tratti con sulle spalle tende e tutta l’attrezzatura da campo» spiega Carnovalini.

L’obiettivo era, ed è tuttora, quello di trovare una struttura ricettiva a fronte di una giornata di cammino. Ciò richiede di pensare ad un itinerario che, a volte, sia disposto a scendere di quota per trovare nei paesi infrastrutture idonee. «L’anno dopo [1982, ndr] la rivista Airone pubblica un mio servizio sull’alta via dei monti liguri. In coda all’articolo, in un box intitolato Professione camminatori, ho parlato per la prima volta di questo progetto di grande sentiero. Due anni più tardi, in occasione della presentazione della nascente GEA (grande escursione appenninica) ne parlo con un gruppo di giornalisti, scrittori e appassionati di montagna. Si forma prima un comitato e poi l’Associazione Sentiero Italia, che grazie a una sponsorizzazione trova i finanziamenti per presentare il progetto a associazioni e istituzioni» riprende Carnovalini.

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Cavalli liberi pascolano sul Monte Nerone, nella zona di Piobbico, nelle Marche. Foto di Sara Furlanetto (Va’ Sentiero)

La popolarità del progetto cresce, grazie a una serie di attività di sensibilizzazione che culminano con l’evento Abbracciamo l’Appennino del 28 maggio 1989, durante il quale più di duemila persone si sono unite per mano in una catena umana tra il versante romagnolo e quello toscano dell’Appennino.

Nel 1991, dopo un tavolo aperto con vari soggetti, si consolida la collaborazione tra l’Associazione Sentiero Italia e il CAI. Iniziano così i lavori per creare concretamente il percorso: prima di tutto, occorre individuare il tracciato, liberare alcuni sentieri e in qualche caso crearne di nuovi, sistemare la segnaletica, studiare le tappe. Un lavoro enorme e reso estremamente complicato dell’eterogeneità del territorio, dall’estensione del sentiero e dalla necessità di una rete capillare di collaboratori in grado di agire sui singoli segmenti del cammino.

Nel 1995, viene organizzato il Camminaitalia, un viaggio di otto mesi dalla Gallura fino a Muggia, documentato nell’omonimo libro edito da Mondadori, per verificare lo dello stato dell’arte dei lavori del sentiero.
Tuttavia, malgrado gli enormi sforzi, e nonostante il grande successo del progetto in termini di visibilità e comunicazione, la popolarità del Sentiero Italia non aveva generato un flusso di camminatori soddisfacente.

Nella seconda metà degli anni ‘90 l’interesse nei confronti del Sentiero Italia inizia a calare e, alla fine dello stesso decennio, CAI e Associazione Sentiero Italia smettono di occuparsene. È la fine di un ciclo. Da allora, e per vent’anni il Sentiero Italia è rimasto in attesa, tenuto però in vita da tutti quei camminatori e camminatrici che sporadicamente lo hanno percorso.

Dal punto di vista mediatico il cammino è tornato alla ribalta nel 2019 grazie a Va’ Sentiero, il progetto di sette ragazzi e ragazze che stanno percorrendo il Sentiero Italia da nord a sud. Un totale di quindici mesi di cammino, condotti a più riprese (anche a causa della pandemia), che hanno dato grande visibilità non solo al percorso ma anche alle comunità che lo popolano: decine di paesi e borghi piccoli e spesso isolati che rappresentano uno dei patrimoni più importanti dell’Italia interna. Il progetto di Va’ Sentiero, aperto e partecipativo, ha visto più di 1500 persone unirsi alla spedizione e prosegue proprio in questi giorni per completare l’itinerario in Sicilia, Sardegna, Campania, Basilicata ed infine Calabria. Il progetto ha raggiunto numeri incredibili e sta contribuendo concretamente al rilancio del Sentiero Italia negli ultimi anni.

Nello stesso periodo, il CAI ha ripreso in mano il progetto e riavviato i lavori, dando così inizio a quella che è a tutti gli effetti la seconda vita del Sentiero Italia, oggi ampliato nelle dimensioni e rafforzato dal fatto che la popolarità di viaggi a piedi e lunghi cammini è in costante aumento.

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Illustrazione di Daniela Germani

Attualmente quello che molti considerano il sentiero di montagna più lungo al mondo si snoda per 7200 chilometri suddivisi in 514 tappe. Resistono ancora alcune criticità, dovute soprattutto a caratteristiche intrinseche del nostro paese: il Sentiero attraversa luoghi sperduti e spesso poco popolati, per cui è complicato garantire una quantità di punti accoglienza tali da ospitare flussi notevoli di camminatori.

Il CAI sta però lavorando per risolvere i problemi principali e rendere il sentiero più accessibile. Nel sito del Sentiero Italia sono disponibili una serie di risorse utili come tracce gps, informazioni sul percorso e sulla storia del Sentiero.

Oltre a questo, il CAI sta anche investendo in progetti di comunicazione, come Linea 7000, in cui il giornalista Gian Luca Gasca, partendo dalle città principali, raggiungerà il Sentiero Italia e alcuni Parchi utilizzando solo mezzi pubblici, altro aspetto cruciale per migliorare la fruibilità del percorso. Per avere un’idea dello stato attuale delle cose abbiamo contattato Antonio Montani, vicepresidente del CAI.

Come procedono i lavori per il rilancio e il completamento del Sentiero Italia?

«Abbiamo ripreso in mano un vecchio progetto che di fatto era stato abbandonato da vent’anni per cui non è stato semplice ripartire. Da un anno a questa parte le cose vanno molto bene. Il sentiero è sostanzialmente tutto percorribile, sono 514 tappe e abbiamo notizia di poco più di una dozzina di tappe che hanno problemi.
Chiaramente, il livello di manutenzione dei vari sentieri cambia: sulle Alpi non ci sono problemi, man mano che si scende verso sud la qualità del percorso è più frammentata sia in termini di segnaletica sia di presenza di vegetazione».

Cosa intendete fare per uniformare il percorso?

«Stiamo mettendo in piedi una rete di referenti per ogni singola tappa, al momento siamo arrivati a 360, e piano piano ne stiamo inserendo altri. L’obiettivo è di tenere monitorata la qualità dei percorsi. Quando avremo completato questa operazione saremo in grado, a fronte di segnalazioni che ci giungono da chi lo percorrerà, di intervenire in tempo reale anche in caso di frane, errori di tracciato o problemi di ogni genere. Ovviamente, su 7200 chilometri di percorso un conto è dirlo, un conto è farlo».

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Una delle numerose faggete del Parco delle Foreste Casentinesi, al confine tra Emilia Romagna e Toscana. Foto di Sara Furlanetto (Va’ Sentiero)

Quali sono le maggiori criticità e quindi le cose principali da sistemare?

«Sicuramente c’è da migliorare la segnaletica, quindi i simboli bianchi e rossi, già presenti nella quasi totalità del percorso, e i cartelli di direzione, che è un lavoro più complesso.
Inoltre, rimane la questione dei punti accoglienza. L’obiettivo è dotare ogni tappa di almeno una struttura per pernottare. Ad oggi siamo arrivati a 170 strutture convenzionate e altrettante non convenzionate ma ci sono ancora 150 località dove è necessario arrangiarsi per dormire e mangiare. Questo è probabilmente il lavoro più complicato: perché si tratta di fare in modo che la richiesta di ospitalità generi un’offerta. Un processo più a medio-lungo termine.

Quando parlo di queste cose mi viene sempre in mente l’esempio del sentiero GR20 in Corsica. Se negli anni ‘80 la stessa situazione era simile a quella attuale della Sardegna, oggi a ogni tappa non trovi un solo punto accoglienza ma almeno 2 o 3. Questo è un esempio di come il flusso escursionistico sia stato in grado di generare economie nonché un esempio per molte regioni del Sud Italia, dove il Sentiero Italia può diventare una fonte di lavoro».

Che attese ci sono per il prossimo futuro?

«Ci aspettiamo un’affluenza importante per la prossima estate e speriamo siano sempre di più gli enti che credono nel progetto. Un esempio è la Regione Sardegna, che sta puntando a un turismo diverso da quella che ha sempre avuto, in grado di spostare i flussi dalla costa verso l’interno e di destagionalizzare rispetto ai mesi estivi. Ci sono posti incredibili dal punto di vista storico e naturalistico che non vengono visitati solo perché fuori mano: si tratta di aprire nuovi scenari e far capire il valore di questi anche in chiave turistica. Per questo motivo stiamo investendo anche in progetti di comunicazione e divulgazione».

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Ruderi militari nell’Altopiano dei tredici laghi, che si trova nel territorio del Comune di Prali, in Piemonte. Foto di Sara Furlanetto (Va’ Sentiero)

Francesco Martinelli è un naturalista e giornalista scientifico. Si occupa di natura e conservazione, con particolare attenzione per la sostenibilità ambientale e culturale dell’entroterra italiano.

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Daniela Germani è geologa specializzata in paleontologia e illustratrice appassionata di tematiche naturalistiche e ambientali.

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