All’ombra degli alberi. Viaggio nell’agroforesta di Zé Ferreira

Fotografie di Gabriela Portilho
Nella foresta atlantica brasiliana, l’agricoltore eremita Zé Ferreira pratica l’agroforestazione, un sistema che integra foresta e coltivazioni per produrre cibo senza disboscare.

17 minuti | 9 Dicembre 2022

La famiglia Ferreira coltiva una foresta da due generazioni. Zé Ferreira, il padre, è uno dei precursori dell’agroforestazione in Brasile. L’agroforestazione è un sistema di coltivazione in cui le colture agricole sono integrate ad alberi perenni: un metodo che sfrutta la diversificazione e le interazioni – ecologiche ed economiche – tra le piante dell’ecosistema. I figli di Zé Ferreira sono cresciuti in una proprietà immersa nella foresta atlantica, dove fin da piccoli hanno vissuto con una profusione di alberi, insetti e funghi. È una fattoria di quasi 3 ettari, situata all’interno del Parco Nazionale Serra da Bocaina a Paraty, a 260 km dalla città di Rio de Janeiro.

Zé Ferreira lavora con il sistema di agroforestazione da 15 anni e attualmente partecipa a progetti di educazione ambientale per migliorare la sostenibilità dei territori. Le conoscenze di Zé, quasi tutte acquisite attraverso la pratica e l’ascolto del sapere naturale, infatti, hanno ben presto attirato l’attenzione dei ricercatori delle università brasiliane. Oggi biologi, agronomi e ricercatori provenienti da tutto il mondo imparano accanto a lui a distinguere le piante commestibili nella foresta, a preparare la potatura e a organizzare la materia organica per la copertura del suolo. 

La fattoria di Zé Ferreira è raggiungibile solo dopo una camminata di un’ora lungo fiumi e cascate, il che rende l’accesso al luogo molto difficile. Non è possibile salire con auto, moto o biciclette. L’intero percorso si può fare solo a piedi o con l’aiuto di animali.

Fattoria São José. Paraty, Rio de Janeiro, 2020.

Ex sede della fattoria São José, negli anni ’90.

Produzione agroforestale di igname e fagioli.

Produzione agroforestale di igname e fagioli.

I pochi che percorrono il sentiero, però, arrivano a una casa che Zé ha costruito seguendo lo stesso rispetto per l’ambiente che ispira il suo lavoro. Per non danneggiare o abbattere la foresta, come materia prima per la costruzione della sua casa ha utilizzato solo alberi morti, sfruttando le conoscenze da capomastro che aveva acquisito quando lavorava nell’edilizia civile. Così, seguendo il corso naturale delle cose, in undici anni ha costruito la sua casa in mezzo alla foresta.

ze ferreira

Zé Ferreira, fondatore della Fattoria São José durante la raccolta della taioba.

L’agroforesta di Zé Ferreira

È solo salendo fin sulla cima della montagna nella proprietà di Zé Ferreira che si può davvero osservare il sistema di agroforestazione per il quale è diventato famoso. Le montagne abbracciano la valle e fanno sembrare la fattoria una radura, quasi un segreto trovato nel mezzo della foresta atlantica. Il paesaggio cambia quando si attraversa la fattoria. Le cime degli alberi iniziano a coprire il cielo, l’aria diventa più umida, il canto delle rane e degli uccelli diventa onnipresente.

Ma la valle non ha sempre avuto questo aspetto. Zé Ferreira racconta che quando arrivò qui, alla fine degli anni ’80, quasi non c’erano alberi né animali selvatici: c’era solo un grande pascolo degradato. All’inizio, lui e la sua famiglia sopravvivevano essenzialmente grazie all’allevamento di bestiame e alla monocoltura di banane.

Zé Ferreira e l’albero di copaíba di 400 anni, l’emblema della sua fattoria.

Fusione tra una poesia scritta da Zé Ferreira e il cupuaçu raccolto nella sua proprietà.

Progetto per la casa principale della fattoria disegnata da Zé Ferreira negli anni ‘90. Prima di dedicarsi all’agricoltura, Zé ha lavorato come capomastro in città.

Casa principale del Villaggio Agroecologico di São José. La casa è stata progettata e costruita da Zé Ferreira nell’arco di 11 anni, utilizzando solo il legno degli alberi morti presenti nel sito.

Solo nel 1999 è entrato in contatto per la prima volta con i sistemi agroforestali, un rinnovamento della tecnica agricola impiantata in Brasile dallo svizzero Ernst Götsch. Il sistema si basa su un’agricoltura che imita i processi naturali della foresta, per coesistere con essa. Invece di riempire un appezzamento di terreno con un’unica specie di una certa altezza, per esempio, il cibo viene prodotto in diversi strati, con alberi e piante che si sovrappongono, in modo simile a quanto avviene in una foresta.

Gli alberi del caffè e del cacao, per esempio, provengono da foreste tropicali dove vivono accanto ad alberi molto più alti. Quando vengono piantati in agroforeste all’ombra di altre specie, in condizioni simili a quelle in cui si trovano naturalmente, producono di più e meglio. 

Oggi nell’agroforesta di Zé Ferreira coesiste un’ampia varietà di specie autoctone e non autoctone. Frutta, verdura ed erbe si aggrovigliano sul suolo della foresta e crescono ancora più forti, senza l’uso di fuoco, pesticidi o altri agenti.

La fattoria all’imbrunire.

Ritratto di Zé Ferreira durante il lavoro sul terreno a Sítio São José.

Note sulle specie arboree piantate nel sito prese da Zé Ferreira nel 2008.

Sviluppo senza disboscamento

Le agroforeste, o sistemi agroforestali (SAF), promuovono una coesistenza armoniosa tra le varie specie. Ma si sono rivelate anche un’ottima alternativa per promuovere lo sviluppo economico delle aree forestali senza disboscare. È un modello in controtendenza rispetto all’avanzata della frontiera agricola, che disbosca per produrre commodities.

Uno studio condotto dal WWF-Brasile in due riserve estrattive nello stato brasiliano di Acre, nel nord-ovest del paese, ha dimostrato che, oltre alla conservazione dell’ambiente, l’agroforestazione può generare ottimi ritorni economici, raggiungendo il doppio della redditività ottenuta dalla coltivazione della soia dopo 5 anni. In altre parole, l’agroforestazione genera reddito e sostenibilità per le comunità, mantenendo in piedi la foresta.

Ingresso della casa di Sítio São José, dove vive Zé Ferreira.

Ingresso della casa di Sítio São José, dove vive Zé Ferreira.

Secondo il climatologo brasiliano Carlos Nobre, per ogni ettaro di foresta abbattuta in Amazzonia vengono rilasciate nell’atmosfera tra le 400 e le 500 tonnellate di anidride carbonica. Con i sistemi agroforestali, invece, avviene il processo inverso. Gli alberi piantati in territori degradati sequestrano anidride carbonica dall’atmosfera, fornendo un enorme servizio all’ambiente.

Se non bastasse questo loro contributo alla riduzione del riscaldamento globale, le agroforeste contribuiscono anche ad aumentare la fertilità del suolo e la biodiversità, dato che diverse specie possono coesistere e trarre vantaggio l’una dall’altra.

Zé racconta che la scoperta dell’agroforestazione è stata, in realtà, un recupero. Alla base, infatti, ci sono le tecniche agricole ancestrali che i suoi genitori utilizzavano in passato, quando vivevano nell’entroterra dello stato del Pernambuco, sulla costa atlantica del Brasile. «Quello che ho fatto è stato perfezionare queste pratiche, aggiungendovi nuove conoscenze e iniziando a implementare questo sistema nella nostra fattoria».

Sopra, gli strumenti utilizzati nella costruzione del sito che accompagnano Zé nel suo lavoro quotidiano.

Anche la Bibbia, la sua lettura principale, è stata da lui restaurata e rivestita di pelle.

Un ritratto del padre di Zé, Sebastião Ferreira, che lo ha cresciuto nell’entroterra di Pernambuco, il suo più grande riferimento.

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Produzione locale

Oggi, nei suoi quaderni, Zé Ferreira cataloga ancora manualmente le specie che ha piantato lì: juçara, açaí, alberi di latifoglie, alberi da frutto come la grumixama, il cambucá, la jabuticaba, tra centinaia di altri.

Gran parte di ciò che viene consumato in azienda è coltivato in azienda. Dato che non c’è un frigorifero, il cibo viene raccolto fresco o inscatolato qui. Fagioli, mais, patate dolci, cuori di palma, manioca, cupuaçu fanno parte della routine alimentare quotidiana. 

L’abbondanza a tavola, qui, è sempre derivata dai prodotti raccolti dalla terra. Anche le spezie sono prodotte localmente, come il peperoncino, lo zafferano e il colorau (un condimento preparato con i semi dell’annatto). Ed è nel tempo e nel ritmo del forno a legna che Seu Zé prepara tutti i pasti, dalla colazione alla cena. «Oggi il 99% di ciò che mangio proviene da qui, senza agrotossine». 

Assaggiare il cibo di Zé è un’esperienza quasi spirituale. È cibo che nutre anche al di là dei sensi. «Quando mangiamo una manioca piantata qui, non mangiamo solo il cibo, ma tutta l’energia di questo luogo che l’ha fatta esistere», spiega.

Tazza che Zé ha ereditato dalla nonna. 

Posate ereditate dalla nonna. Dall’età di 17 anni, Zé mangia solo con queste posate e le porta con sé in ogni viaggio.

La ricerca dell’indipendenza estrema, nella foresta atlantica

Zé racconta che la distanza e la difficoltà di accesso alla città gli hanno fatto imparare a sviluppare una grande autonomia rispetto a tutto ciò che consuma. «Tutto quello che esiste in questa casa è stato fatto da me e dai miei figli. Ogni tavola di legno che fa parte di questa casa è stata intagliata da noi. Se avevamo bisogno di una pietra, la portavamo rotolando giù per la collina. Cibo, medicine, prodotti per la pulizia, tutto nasce da ciò che ci circonda», dice. 

Con la saggezza delle piante secolari che lo circondano, come il gigantesco albero di copaíba di 400 anni che regna al centro della fattoria, Ferreira cerca l’indipendenza come garanzia di libertà. Oltre alla sua residenza, costruì anche un mulino e una casa della farina per preparare il beiju (la farina ottenuta dalla manioca) per garantire l’autosufficienza nelle forniture. 

Anche l’elettricità che alimenta la fattoria di notte è prodotta da una piccola diga idroelettrica costruita dall’agricoltore. «Qualche anno fa volevano mettere qui i tralicci dell’elettricità, ma io non volevo. Quando arriva il cosiddetto progresso arrivano anche i problemi». 

L’unica spesa fissa mensile che Zé ha oggi è il segnale internet, che ha installato in modo che il figlio più piccolo potesse fare i compiti. «La ricerca della mia vita è stata quella di poter vivere in modo indipendente. Non si tratta di negare il bisogno di denaro, ma anche di non esserne schiavi, ed è quello che ho trovato qui, in mezzo alla natura. Per me questa è la vera libertà».

Una fusione tra una poesia scritta da Zé Ferreira e il tronco di una copaíba, il suo albero preferito. Zé non è mai andato a scuola e si è alfabetizzato solo da adulto, quando ha lavorato come capomastro.

Zé Ferreira durante la raccolta della taioba.

Stivali utilizzati da Zé Ferreira per lavorare.

Zé Ferreira, conservatore di memorie

Quando Zé arrivò qui negli anni ’80, si chiedeva come le sue giornate potessero ridursi al solo lavoro in un cantiere. Questa indignazione verso lo stile di vita che gran parte della società conduce non lo ha mai abbandonato. Tra l’altro, sentiva di perdere ciò che nella vita apprezzava di più: il contatto con i figli e con la natura. Voleva vederli crescere, insegnare loro le cose della terra, proprio come aveva imparato dai suoi genitori, emigranti del Nordest, anch’essi agricoltori.

Questo ricordo è rimasto, come una carica magnetica, nei suoi pochi e utili oggetti, come gli attrezzi che usa quotidianamente: ascia, falce, mazza e scalpello. O l’orologio da taschino, la lampada, la tazza di metallo, oltre a forchetta e cucchiaio, ereditati dalla nonna quando a 17 anni lasciò casa per lavorare in città. Zé afferma di portare con sé queste posate ovunque. «Non mi piace mangiare se non uso le mie posate. Mi piace il peso che hanno in mano». 

L’agricoltore Zé Ferreira si reca con il suo falcetto a iniziare un’altra giornata di lavoro a Sítio São José.

Zé è un uomo della terra, della concretezza delle cose. In ogni cosa che lo circonda è possibile vedere il riflesso dei valori solidi di chi trasforma le parole in azioni. Zé è un custode della natura e uno spettatore privilegiato. Di notte, spegne il generatore e si lascia avvolgere dal canto degli uccelli, dalla sinfonia delle rane e degli animali notturni. Alcuni appaiono, anche se è sempre più raro vederli. «Gli anziani dicono che in questa regione, decenni fa, si vedeva di tutto: paca, cervi, ocelot. Ma con l’installazione della vicina centrale nucleare, i grandi animali sono scomparsi. È molto raro che ci si imbatta in qualcuno».

In una cartella, Zé conserva una raccolta variegata: diari di molti anni con riflessioni, cataloghi degli alberi che ha piantato nel corso degli anni, schizzi delle strutture che ha progettato per la sua casa e poesie sull’agroforestazione e sul suo rapporto con la natura. Scrivere era il modo che aveva trovato per evitare di perdersi nel groviglio dei pensieri. Perché, nella boscaglia, Zé Ferreira non si perde.

Vista dall’alto dell’agroforesta di Zé Ferreira.

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  • Gabriela Portilho

    Gabriela Portilho è una fotografa documentarista e giornalista che vive tra São Paulo e Rio de Janeiro. Portilho esplora la relazione tra gli esseri umani e i loro territori, sia nella sua dimensione sociopolitica (con attenzione alle questioni ambientali e di genere), sia in quella simbolica.
    I suoi lavori sono stati pubblicati su testate tra cui New York Times, National Geographic, Vogue, The New Yorker, New York Magazine, Wallpaper Magazine, Capital Magazine, Causette, De Volkskrant, El País, Estado de São Paulo, UOL TAB, Plaza Pública, Crisis.
    Portilho fa parte del gruppo Women Photograph and Native Agency. Fa anche parte del collettivo latinoamericano Ruda ed è una delle fondatrici di Doroteia, un collettivo brasiliano che si occupa di storie femminili poco raccontate in Brasile.

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