Raccontare la plastica

Fotografie di Elisabetta Zavoli
Problemi e prospettive di un materiale di cui oggi non possiamo fare a meno.

11 minuti | 30 Ottobre 2020

Raccontare la plastica è difficile. Da una parte c’è l’urgenza di comunicare il problema ambientale legato a questo materiale, dall’altra però, è necessario riuscire a spiegare la complessità di un tema che riguarda tutti. Ponendo attenzione solo sui lati negativi, corriamo il rischio di produrre reazioni più emotive che razionali, che molto spesso sfociano in una demonizzazione del materiale, piuttosto che in una riflessione sulla sostenibilità di un oggetto o di un modello di consumo.

Inventata all’inizio del ventesimo secolo, la plastica è via via diventata un materiale sempre più presente e fondamentale nelle attività umane. A partire dagli anni ‘50 la produzione mondiale ha iniziato ad aumentare senza più fermarsi. Dal 1990 a oggi, la produzione di plastica a livello globale è più che triplicata. Secondo il dossier Plastic – The Facts 2019 di Plastic Europe, l’associazione dei produttori europei di materie plastiche, nel 2018 sono state prodotte 359 tonnellate in tutto il mondo, contro le 348 del 2017. La produzione non è equamente distribuita, il 51% della plastica mondiale viene prodotta in Asia, il 30% nella sola Cina. Con il tasso di crescita attuale, la produzione potrebbe raddoppiare nei prossimi 20 anni.

«Oggi la produzione globale di materiali polimerici, che comprendono materiali plastici, gomme (elastomeri), resine e fibre (tessuti), ammonta a circa 420 milioni di tonnellate all’anno», spiega Loris Giorgini, Ordinario di Scienze dei polimeri dell’Università di Bologna. «Siamo estremamente dipendenti dai materiali polimerici, ci hanno permesso un avanzamento tecnologico incredibile in settori come il biomedicale, o l’alimentare», prosegue Giorgini, «attualmente i problemi si concentrano principalmente sui materiali plastici per un motivo semplice: resine, gomme e fibre hanno una vita più lunga, mentre i materiali plastici sono per il 70% usa e getta. Il vero problema sono quei materiali che usiamo con un tempo di vita estremamente breve e per forza si accumulano».

Negli ultimi anni si sono moltiplicate le iniziative per limitare l’utilizzo di plastica monouso sostituendola con altri materiali, magari compostabili, ma sempre usa e getta.

Secondo uno studio pubblicato su Nature, la quota di rifiuti plastici che non vengono gestiti correttamente, i cosiddetti MPW (Mismanaged Plastic Waste) nel 2015 era di 60-99 milioni di tonnellate. Senza interventi concreti, questi numeri potrebbero triplicare entro il 2060, in particolare per lo sviluppo di paesi africani e asiatici in cui nei prossimi anni la produzione e l’utilizzo di plastica saranno sempre più massicci. In uno scenario simile, la persistente durevolezza della plastica non farebbe altro che aggravare ulteriormente quello che è già un problema mondiale. Ed ecco che, negli ultimi anni, si sono moltiplicate le iniziative per limitare l’utilizzo di plastica monouso, spesso però sostituendola con altri materiali, magari compostabili, ma sempre usa e getta.

«Non credo che questa sia la soluzione, perché non intacca il nostro modello di consumo ma semplicemente sostituisce un materiale monouso con un altro. L’idea di risolvere il problema della plastica producendo polimeri biodegradabili rischia di essere fuorviante: un polimero biodegradabile in poco tempo perde le sue proprietà, quindi in poco tempo non possiamo più usarlo. Ora dirò una cosa forte: Dobbiamo produrre materiali meno biodegradabili, renderli più duraturi ed evitare che si degradino».

Death by Plastic, installazione dell’artista svizzero-americana Anne-Katrin Spiess. Navigando i canali di Venezia su una gondola, il suo corpo all’interno di una bara di plexiglas trasparente, Spiess giace coperta da plastica monouso che lei stessa ha raccolto i giorni precedenti nella Laguna di Venezia. Foto di Elisabetta Zavoli.
Quella di Giorgini è forse una lettura atipica della situazione, ma che, a pensarci bene, è decisamente lineare. Il dossier dell’ONU Single-use plastic spiega come nel corso degli anni si sia verificata una progressiva sostituzione delle plastiche a lunga durata con le “usa e getta”. Ovviamente se partiamo dall’assunto che quella plastica finirà dove non dovrebbe finire, è chiaro che il biodegradabile può sembrare la soluzione giusta. Ma probabilmente si sposterebbe soltanto il problema. Negli ultimi anni abbiamo assistito a numerose campagne di sensibilizzazione sul tema, che hanno incentivato l’adozione di comportamenti virtuosi. Il “Plastic Free” è diventato un marchio di cui in molti si sono fregiati, ma che non per forza è sinonimo di maggiore sostenibilità. Più che demonizzare la plastica e sostituirla con altro, lasciando invariato il nostro modello di consumo, occorre avere più controllo sul percorso della plastica e quindi maggiori possibilità di riciclarla.

«A oggi, siamo in grado di riciclare solo una piccola parte della grande quantità di rifiuti plastici che produciamo. E questo dipende anche dalla varietà di polimeri che abbiamo sul mercato», dice Giorgini. «L’obiettivo è invece utilizzare un minor numero di materiali polimerici e iniziare a ragionare in ottica monomateriale. Sacrificando in parte l’estetica e alcune caratteristiche dei materiali, si faciliterebbe enormemente il recupero. Sempre in quest’ottica, si sta cominciando a progettare i materiali e i prodotti pensando già agli utilizzi successivi. Un esempio: si può progettare il paraurti per un’auto in modo tale che sia facilmente separabile dal resto, così saremo in grado di riutilizzare la plastica di quel paraurti per le condotte di climatizzazione, dandole una seconda via. E poi una terza utilizzandola per gli interni e una quarta per farci una moquette. In questo modo la stessa quantità di materiale viene riutilizzata per decenni anziché finire in discarica o al termovalorizzatore dopo pochi anni, come succede ora».

Un approccio di questo tipo potrebbe aiutare a risolvere diversi problemi, che tuttavia non sono gli unici. È anche necessario progredire con le tecnologie per il riciclo. In questo ultimo periodo si sta parlando spesso di Chemical Recycling, che consiste nel ritrasformare i polimeri grandi e complessi dei rifiuti plastici in molecole più piccole da riutilizzare per produrre altri materiali. Una pratica che non riscuote consenso unanime, perché considerata troppo dispendiosa dal punto di vista energetico e della produzione di CO2.

«In sostanza si tratta di una pirolisi, un processo ben noto da decenni ai chimici, ma che fino a poco tempo fa era ritenuto troppo costoso per essere industrializzato. Il petrolio costava meno e non era conveniente. Ora questo processo è addirittura ritenuto necessario. Mi aspetto che tra pochi anni prenderemo al distributore benzina che in parte è prodotta anche con plastiche riciclate. Questo ridurrebbe contemporaneamente la dipendenza da petrolio e l’ingombro dei rifiuti plastici», spiega ancora il chimico di Bologna.

Nel processo di affrancamento dalla dipendenza dal petrolio, spicca un dato: la plastica “consuma” solo il 4% del petrolio che utilizziamo, la restante parte è dedicata alla produzione di combustibili.

Continua Giorgini: «La transizione energetica in corso, si spera nei prossimi anni possa alleggerire la pressione del consumo di carburante per produrre energia. Quindi credo che il petrolio per la plastica ci sarà. Consideriamo che più del 99% dei polimeri che produciamo oggi arriva da industria petrolchimica. La restante parte è costituita da biopolimeri, quindi prodotti a partire da materie rinnovabili. Personalmente credo che i biopolimeri faticheranno ad avere uno sviluppo massiccio, perché sono costosi sia dal punto di vista energetico che economico. Tuttavia per certe applicazioni possono rivelarsi importanti, ma solo se non consumano suolo e risorse che dovremmo usare per l’alimentazione. Biopolimeri, biodegradabili e non, si possono produrre utilizzando scarti, legname, sfalci».

Death by Plastic, installazione dell’artista svizzero-americana Anne-Katrin Spiess. Navigando i canali di Venezia su una gondola, il suo corpo all’interno di una bara di plexiglas trasparente, Spiess giace coperta da plastica monouso che lei stessa ha raccolto i giorni precedenti nella Laguna di Venezia. Foto di Elisabetta Zavoli.
Sul tema delle bioplastiche e dei polimeri compostabili e biodegradabili c’è ancora molta confusione. Le bottiglie in PLA – pubblicizzate come “degradabili in 80 giorni” – hanno tratto in inganno decine di consumatori poco attenti. Il compostaggio deve avvenire in impianti attrezzati ma questo, complice una comunicazione poco chiara da parte delle aziende, non è stato capito da tutti. Al di là di questo, a livello di dimensioni, il filone dei biopolimeri sembra rimanere comunque marginale rispetto alla totalità del problema dei rifiuti plastici, che è legato prevalentemente al nostro modello di produzione e di consumo, più che al materiale in sé.

«Più che di Plastic Free sarebbe opportuno parlare di Plastic Waste Free, dobbiamo dare più importanza ai materiali polimerici e considerarli più preziosi. Come Università di Bologna abbiamo da poco dato vita, insieme ad altri partner a un progetto che si chiama Ri-circola. L’idea è di produrre contenitori alimentari più resistenti e di incentivare i consumatori a riportarli al supermercato. Una forma di reso che, ci auguriamo, contribuirà a ridurre la produzione di rifiuti e quindi il rischio che questi vengano dispersi nell’ambiente».

Spesso riassunto in slogan sintetici (e anche molto efficaci), il ragionamento è molto più complesso di così e coinvolge il costo energetico per la produzione del materiale, il trasporto, e come viene gestito quel materiale quando diventa rifiuto. Processi che sono però difficili da racchiudere in uno slogan o in una campagna di comunicazione in grado di penetrare e conquistare il grande pubblico. Per ovviare al problema, negli ultimi anni si è chiaramente optato per sottolineare principalmente gli aspetti negativi e questo ha portato probabilmente dei risultati.

Death by plastic, installazione dell’artista svizzero-americana Anne-Katrin Spiess. Si stima che i rifiuti plastici trovati nella Laguna di Venezia siano cinque volte superiori rispetto al resto del Mare Adriatico. Foto di Elisabetta Zavoli.
Il problema della plastica ha penetrato a fondo la sensibilità comune. La sfida più difficile rimane quella di far percepire le caratteristiche e la potenziale pericolosità di un materiale che, per il suo basso prezzo, tendiamo a considerare di poco valore. Un materiale democratico, come lo definisce Katrin Ann Spiess, l’artista che nel 2019 si è rinchiusa in una bara di plexiglass piena di rifiuti plastici usa e getta e si è fatta trasportare su una gondola per i canali di Venezia. La sua è una lettura che è frutto di una ricerca artistica e scientifica, finalizzata alla creazione di una narrazione in grado di colpire forte l’opinione pubblica.

Spiess spiega le sue motivazioni: «Leggo bollettini ambientali giornalmente e sono in contatto con diverse organizzazioni che ricercano alternative alla plastica monouso o i report di produttori di plastica. Ho da poco completato un corso insegnato da Judith Enck con la Bennington University intitolato Beyond Plastic Pollution».

Per l’artista di origini elvetiche, ma che ora vive e lavora negli Stati Uniti, la plastica è perfino un prodotto democratico: «La ragione per la quale la plastica è democratica è che è estremamente a buon mercato da produrre e da acquistare. Prima della plastica si usava l’avorio, e poi la bakelite – la plastica ha rivoluzionato come creiamo prodotti di qualsiasi tipo».

«Ma la mia intenzione non è solamente scioccare. Cerco piuttosto di ispirare tutti noi a indagare soluzioni e alternative».

E quindi perché la scelta di comunicare la plastica in toni forti, che non lasciano spazio al “lato buono” della plastica? Spiega Spiess: «Il problema principale con la plastica è la plastica monouso – i milioni di contenitori monouso che vengono gettati giornalmente in tutto il mondo. Di questi imballaggi solo una piccola percentuale viene riciclata, e come sappiamo tutti, grandi quantità di plastica vengono bruciate o finiscono nei mari e negli oceani».

Il pubblico non è certo rimasto impassibile, di fronte al lavoro di Spiess: «Siamo tutti costantemente bombardati da informazioni e dati deprimenti sull’ambiente che spesso sono estremamente astratti. Molti di noi sono estremamente frustrati dai dati negativi che spesso sono difficilmente visualizzabili. Alcune delle immagini che sono recentemente circolate per il mondo, come quelle di rifiuti di plastica trovati nello stomaco di una balena morta, la cannuccia nel naso di una tartaruga, e forse il corpo umano ricoperto di plastica di Death by Plastic, esprimono messaggio del problema della plastica senza l’uso parole e di dati. Esprimono la disperazione e l’urgenza del problema della plastica. Ma la mia intenzione non è solamente scioccare. Cerco piuttosto di ispirare tutti noi a indagare soluzioni e alternative».

Death by Plastic, installazione dell’artista svizzero-americana Anne-Katrin Spiess. L’artista ha in programma di portare la performance in diversi luoghi in tutto il mondo per attirare l’attenzione sull’uso eccessivo della plastica nella nostra società e incoraggiare i designer di imballaggi e i produttori di beni a sviluppare tipologie di imballaggio meno dannose per l’ambiente. Foto di Elisabetta Zavoli.

Articolo prodotto grazie al supporto di Ecomondo

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  • Elisabetta Zavoli

    Elisabetta Zavoli è una fotografa documentarista specializzata nelle tematiche ambientali e nel rapporto tra esseri umani e ambiente.
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  • Francesco Martinelli

    Francesco Martinelli è un naturalista e giornalista scientifico. Si occupa di natura e conservazione, con particolare attenzione per la sostenibilità ambientale e culturale dell’entroterra italiano.
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