STORIA DELLA PLASTICA, UN FALLIMENTO DI SUCCESSO

Testo di Davide Michielin
Fotografie di Elisabetta Zavoli

Come siamo arrivati a dover mettere al bando la plastica? Breve storia di un materiale miracoloso, che dalla sua invenzione è stato compagno inseparabile (nonché artefice) del nostro sviluppo economico.

2 Luglio 2021

Tempo di lettura: 7 minuti

plastica

L’artista svizzero-americana Anne-Katrin Spiess durante la sua installazione Death by Plastic a Venezia, il 7 novembre 2019.

Nel 2050 ci sarà più plastica che pesce. È questo è lo scenario che prospettava per i nostri mari un rapporto pubblicato nel 2016 dalla fondazione Ellen MacArthur, lanciando l’allarme sulle conseguenze di un inquinamento atipico, bollato come secondario rispetto a problematiche ambientali più stringenti. Da allora, il problema dell’inquinamento da plastica è esploso in tutta la sua dolorosa urgenza. 

Dalla sua invenzione, la plastica è stata compagna inseparabile nonché artefice del nostro sviluppo in virtù delle sue straordinarie caratteristiche. Prima tra tutte – tanto da imporle il nome – la capacità di acquisire e conservare qualsiasi forma. Ma non solo. Perché la plastica è economica, leggera e colorabile; idrorepellente, resistente alla corrosione e isolante. Un materiale perfetto e soprattutto democratico, che ha cambiato per sempre la nostra vita. In meglio. Guardatevi attorno e quindi addosso: la plastica ha reso possibili i viaggi nello spazio e ha rivoluzionato la medicina. Ha reso più leggeri automobili e aeroplani, abbattendo consumi e inquinamento mentre le pellicole aderenti conservano efficacemente gli alimenti, riducendo lo spreco di cibo. Dai vestiti alle bottiglie, passando per cosmetici, penne, smartphone e imballaggi, viviamo immersi in un mondo di plastica, formato da una moltitudine di oggetti di durata effimera se non monouso. 

Un materiale perfetto e soprattutto democratico, che ha cambiato per sempre la nostra vita.


Eppure, ironia della sorte, la durata del loro utilizzo è inversamente proporzionale al tempo, potenzialmente infinito, in cui essi persistono nell’ambiente. La plastica è composta da polimeri, cioè lunghe catene di molecole identiche tra loro. Per decenni, l’industria è stata impegnata nella ricerca di una sempre maggiore durevolezza, forgiando materiali sempre più resistenti. Da qui ha origine la montagna di rifiuti che oggi invade il pianeta. Infatti, la plastica non è biodegradabile.
Tuttalpiù, esposta ai raggi ultravioletti del sole, si decompone lentamente in piccoli pezzi, dispersi nell’ambiente che ci circonda. Buona parte di essa finisce negli oceani dove si accumula. I frammenti di questo inquinamento pulviscolare, impossibile da rimuovere, possono essere scambiati per cibo e ingeriti da pesci, molluschi e crostacei, accumulandosi nei tessuti. E da qui, raggiungere i nostri piatti, con effetti del tutto sconosciuti.

Il capostipite di tutte le plastiche

La storia della plastica affonda le sue radici nel XIX secolo quando, tra il 1861 e il 1862, l’inglese Alexander Parkes isolò il primo materiale plastico semisintetico brevettandolo, con una certa dose di umiltà, come parkesina. Questo composto, ottenuto aggiungendo al fulmicotone della canfora, rappresentò il capostipite di tutte le plastiche e trovò un discreto utilizzo nella produzione di manici e scatole ma anche di oggetti più flessibili come polsini e colletti delle camicie.

Alcuni anni più tardi un imprenditore statunitense, John Wesley Hyatt, brevettò la celluloide, un composto a base di cellulosa, presente in tutte le piante. Oltre a salvare la vita di parecchi elefanti, la celluloide fece sì che il biliardo si trasformasse da passatempo aristocratico a gioco che poteva essere praticato anche nei bar frequentati dagli operai: sviluppata per sostituire il raro e costoso avorio utilizzato nella produzione di palle da biliardo, tasti per pianoforte e ninnoli di ogni genere, essa riscosse un immediato successo anche tra i dentisti, che lo impiegarono nelle impronte dentarie. Sfortunatamente, la celluloide era inadatta per essere lavorata con tecniche di stampaggio ad alta temperatura in quanto molto infiammabile. Il problema fu superato con l’avvento del nuovo secolo, quando fu sviluppato il diacetato di cellulosa, sufficientemente ignifugo da prestarsi a rinforzare e impermeabilizzare le ali e la fusoliera dei primi aeroplani, nonché a produrre le pellicole cinematografiche. 

Oltre a salvare la vita di parecchi elefanti, la celluloide fece sì che il biliardo si trasformasse da passatempo aristocratico a gioco che poteva essere praticato anche nei bar frequentati dagli operai


Nel 1910, il belga Leo Baekeland ottenne la prima resina termoindurente di origine sintetica. La
bachelite godette di un successo travolgente, tanto da imporsi per diversi anni come la materia plastica più diffusa e utilizzata. L’inizio del XX secolo fu l’epoca d’oro per le invenzioni di materiali plastici: appena due anni più tardi, il chimico tedesco Fritz Klatte teorizzò il processo per la produzione del cloruro di polivinile (PVC), sintetizzato accidentalmente dal connazionale Eugen Baumann nel 1872, senza tuttavia trovarne un’applicazione commerciale. Nel 1913 fu la volta del cellophane, la prima plastica flessibile, trasparente e impermeabile, inventata dallo svizzero Jacques Brandenberger, che avrebbe avuto largo impiego come imballaggio.

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Death by Plastic è un’installazione dell’artista svizzero-americana Anne-Katrin Spiess che, all’interno di una bara di plexiglas trasparente, giace coperta da plastica monouso che lei stessa ha raccolto i giorni precedenti nella Laguna di Venezia.

Largo al petrolio

Gli anni ’30 del secolo coincisero con il raggiungimento della maturità dell’industria plastica: il petrolio scalzò i numerosi composti di origine vegetale fino ad allora utilizzati, imponendosi come materia prima. Inoltre, si realizzarono decisi miglioramenti nella filiera, adattandola alla produzione di massa. Nel 1935 Wallace Carothers sintetizzò il nylon, la prima vera fibra tessile sintetica, che avrebbe trovato una quantità sterminata di applicazioni, dalle calze da donna ai paracadute. Basandosi sulle intuizioni di Carothers, passato nel frattempo a miglior vita, nel 1941 i britannici Rex Whinfield e James Tennant Dickson brevettarono il polietilene tereftalato, il cui acronimo lo troviamo stampato su tutte o quasi le bottiglie di plastica oggi in commercio. Leggero, resistente agli urti e trasparente, il PET fu tuttavia adottato nella grande distribuzione solamente nel 1973. 

Dagli uffici alle abitazioni, la plastica semplificò un’infinità di attività quotidiane, colorando le case, rivoluzionando abitudini consolidate da secoli e contribuendo a plasmare lo stile di vita moderno.


L’adagio popolare secondo il quale la necessità stimola l’ingegno trovò conferma durante la seconda guerra mondiale, quando accelerò lo sviluppo di nuovi materiali sintetici per sopperire alla difficoltà di reperire prodotti naturali. Per sostituire la gomma nacquero i poliuretani, mentre nel 1939 il
polivinilcloruro uscì finalmente dai laboratori. Gli anni ’50 videro l’affermazione delle fibre sintetiche, ma fu solo nel decennio successivo che la plastica irruppe capillarmente nella vita delle persone, permettendo a chiunque di accedere a consumi prima riservati a pochi privilegiati.

Dagli uffici alle abitazioni, la plastica semplificò un’infinità di attività quotidiane, colorando le case, rivoluzionando abitudini consolidate da secoli e contribuendo a plasmare lo stile di vita moderno. Fu proprio in questi anni che si registrò l’ascesa del polietilene, il cui elevato punto di fusione permetteva applicazioni sino ad allora impensabili, nonché l’ingresso in scena del polipropilene isotattico. Scoperto dal premio Nobel Giulio Natta, il cosiddetto moplen rivoluzionò l’industria dei materiali termoplastici grazie alla sua resistenza meccanica all’economicità di lavorazione: tubi di scarico e sifoni, vasche e secchi, ma anche stoviglie e accessori da cucina.

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Plastica ad alta tecnologia

I decenni successivi furono caratterizzati da una frenetica ricerca tecnologica che portò alla progressiva adozione della plastica in applicazioni impensabili, grazie allo sviluppo dei cosiddetti tecnopolimeri. Tra gli altri, nacquero super materiali come il kevlar, la cui grande resistenza meccanica alla trazione è, a parità di massa, 5 volte superiore a quella dell’acciaio; il polimetilpentene, resistente alla sterilizzazione e con una perfetta trasparenza, prontamente adottato nella strumentazione da laboratorio; le resine poliimmidi, talmente resistenti alle alte temperature da formare le componenti dei motori o dei forni a microonde; il policarbonato, utilizzato per produrre i caschi degli astronauti e le lenti a contatto.

Dopo aver forgiato per oltre un secolo materiali sempre più resistenti e durevoli, oggi l’industria muove da presupposti opposti, o quasi: l’obiettivo delle ricerche in corso sono materie resistenti e stabili sì, ma solo fino al loro uso, al termine del quale esse siano facilmente degradabili. Il segreto sta nell’equilibrio del polimero. Fino a ieri si puntava a ottenere polimeri stabili – per garantirne la durata – e si scartavano quelli instabili. Oggi sono tornati in auge proprio questi ultimi. In presenza di un particolare innesco, per esempio una luce ad alta intensità, un acido o una determinata temperatura, le catene di molecole che compongono questi polimeri sperimentali vengono decompresse, avviando un processo irreversibile di degradazione. 

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Death by Plastic è un’installazione dell’artista svizzero-americana Anne-Katrin Spiess che, all’interno di una bara di plexiglas trasparente, giace coperta da plastica monouso che lei stessa ha raccolto i giorni precedenti nella Laguna di Venezia.

Il bando della plastica usa e getta

Insomma, lo smaltimento di un oggetto di plastica non richiederà più secoli. A patto che questi polimeri escano dai laboratori e diventino attraenti per l’industria e i consumatori. In alcuni settori il suo abbandono rimane, per mancanza di alternative credibili, ancora un’utopia: quanti miopi sarebbero disposti a rinunciare alle lenti a contatto? Quanti pazienti accetterebbero di buon grado un’iniezione tramite una siringa di vetro riutilizzabile, ancorché sterilizzata? In altri, procede più spedito, come dimostra il successo delle borse in plastica biodegradabile prodotte a partire dall’amido di mais.

Di certo, insieme ai materiali, dovranno cambiare anche i nostri comportamenti. I rifiuti più diffusi negli oceani sono le bottigliette da mezzo litro, seguite dai frammenti prodotti dalla disgregazione di reti e imballaggi di vario tipo. L’Unione Europea è in prima fila in questa campagna. L’ambizioso piano di battaglia prevede che entro il 2030 tutti gli imballaggi plastici impiegati negli stati membri siano riciclabili e riutilizzabili. Inoltre, da domani, addio a bastoncini cotonati, posate, piatti, cannucce, mescolatori per cocktail e aste per palloncini usa e getta. Per poter essere venduti, dovranno essere di materiali biodegradabili, come i piatti di carta o le stoviglie di plastica degradabile (la cui vendita sarà ancora concessa almeno in Italia).

Tuttavia, come il mare non conosce confini, così la sostituzione della plastica non deve averne. Nel corso del vertice tenutosi a Nairobi nel dicembre del 2017, l’assemblea del Programma delle Nazioni Unite per l’ambiente ha approvato una risoluzione che mira a porre fine all’inquinamento marino causato dalla plastica. Un evento importante, che tuttavia patisce i limiti di un trattato non vincolante. Coerentemente con gli obiettivi di sviluppo sostenibile sanciti dalle Nazioni Unite, la risoluzione incoraggia gli stati ad agire per prevenire la produzione e dispersione, in particolare dalle attività a terra, di rifiuti marini e microplastiche. Essa caldeggia una riduzione significativa dei detriti, senza tuttavia indicarne la misura, già entro il 2025. Inoltre, sprona gli stati membri ad abbracciare l’economia circolare e a moltiplicare gli sforzi nel riciclo dei rifiuti, nonché nel monitoraggio del loro destino per quantificare provenienza e quantità di ciò che finisce in mare. Spazio inoltre alle bonifiche di spiagge e oceani condivise tra tutti i Paesi che si affacciano in un determinato tratto di mare. Meglio se condotte con il coinvolgimento di enti locali, associazioni e aziende. 

I tempi sono ormai maturi per prenderne atto: l’invenzione della plastica è stata un meraviglioso fallimento ecologico. Un’idea di per sé grandiosa, di cui solo oggi iniziamo a intravvedere il lato oscuro. Perché, come ama riassumere forse un po’ teatralmente Cyrill Gutsch, fondatore di Parley for the Oceans, con l’invenzione della plastica «siamo diventati i dinosauri e anche il meteorite di una catastrofe annunciata».

Davide Michielin è un biologo ambientale e giornalista scientifico, attivo soprattutto su temi a cavallo tra ambiente e salute.

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Elisabetta Zavoli è una fotografa documentarista specializzata nelle tematiche ambientali e nel rapporto tra esseri umani e ambiente.

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