SCIENTIST REBELLION, SCIENZIATI IN PROTESTA PER LA COP26

di Jacopo Pasotti

Cosa ha spinto il genetista italiano Fabrizio Mafessoni, membro del gruppo di scienziati attivisti Scientist Rebellion, a fare lo sciopero della fame come protesta per l’inefficacia dei negoziati di Glasgow.

9 Novembre 2021

Tempo di lettura: 5 minuti

Fabrizio Mafessoni

Fabrizio Mafessoni. Tel Aviv, Israele, 8 novembre 2021.

Si chiama Fabrizio Mafessoni, vive a Rehovot, in Israele, dove lavora presso il famoso Weizmann Institute, che sfornò già nel 1954 uno dei primi computer della storia. Di professione è ricercatore genetista e si è occupato del genoma di forme viventi tanto diverse come i Neanderthal e i pomodori. 

Insieme a un nucleo di più di un centinaio di scienziati e scienziate sparse per il mondo, partecipa ad una costola di Extinction Rebellion: Scientist Rebellion. In questo preciso momento Mafessoni sta facendo uno sciopero della fame, che è cominciato con la conferenza di Glasgow e continuerà almeno fino alla fine dei negoziati.

Lo abbiamo sentito per capire le sue motivazioni.

Cos’è Scientist Rebellion e come si colloca con Extinction Rebellion?

«Scientist Rebellion è un piccolo network di scienziati che ha deciso di coordinarsi per partecipare ad azioni di disobbedienza civile. Può essere vista come uno spin-off di Extinction Rebellion, con cui c’è continua collaborazione, e che ha lo stesso obiettivo di sensibilizzare i cittadini e i decisori politici sugli effetti dei cambiamenti climatici». 

Quanti siete più o meno?

«In questo momento di scienziati e scienziate attivi nel gruppo saremo più di un centinaio».

Perché senti il bisogno di un gruppo proprio di scienziati, come Scientist Rebellion?

«L’intenzione è di coordinare meglio alcune attività, ad esempio alcuni eventi di insegnamento sul tema climatico e ambientale. Non c’è intenzione di distinguersi da Extinction Rebellion, ma vogliamo comunicare che la scienza è essenzialmente compatta nel riconoscere gli effetti e le conseguenze dei cambiamenti climatici».

La scienza non dovrebbe restare neutra, fornire dati e lasciare che siano i decisori a prendere le iniziative necessarie?

«La scienza come ricerca deve rimanere assolutamente obiettiva. Sarebbe non etico se qualche attivista potesse fuorviare o manipolare dei risultati scientifici per dimostrare una certa tesi. Riportare onestamente ciò che osserviamo, e i risultati dei nostri esperimenti, è l’essenza stessa del fare scienza. Ma come scienziati abbiamo anche il dovere di comunicare ciò che troviamo. E come professori ed educatori, diffondere ciò che sappiamo. Questo è vero specialmente per certi argomenti complessi su cui molta gente rimane perplessa e sui quali la confusione è aggravata da conspiracy theories, dai social media, e dalla disinformazione da parte di gruppi politici. Ecco perché su argomenti come i cambiamenti climatici, dove il consenso tra gli scienziati è massimo, io vedo le azioni di disobbedienza civile quasi come parte del nostro dovere di scienziati: comunicare».

Comunicare e fare attivismo, bloccando anche i ponti di Glasgow, però, non sono la stessa cosa.

«Noi siamo scienziati, ma anche genitori e cittadini. Più informati forse, ma pur sempre genitori e cittadini. E come tali abbiamo delle responsabilità. Credo si sia diffusa la visione degli scienziati come strane creature rinchiuse in torri d’avorio al servizio di Big Pharma. Ma siamo donne, ragazzi e cittadini come tanti altri, solo con più studi alle spalle e attivamente coinvolti nella ricerca. Infine, saranno comunque i governanti a prendere le loro decisioni. Noi possiamo solo cercare di far capire quali saranno le conseguenze di certe scelte».

«Su argomenti come i cambiamenti climatici, dove il consenso tra gli scienziati è massimo, io vedo le azioni di disobbedienza civile quasi come parte del nostro dovere di scienziati: comunicare»


Alcune azioni di Extinction Rebellion sono però molto forti…

«Vero. E quello dipende dalla sensibilità di ognuno: io stesso mi sento più in sintonia con alcune azioni, a cui posso decidere di aderire, meno con altre. Ma ciò che facciamo è comunque nei principi delle azioni non violente. Chiaro che genera disagi, ogni protesta genera un disagio. Nel mio caso specifico [lo sciopero della fame, n.d.r.] io lo considero una forma di outreach [di comunicazione con il pubblico, n.d.r.]».

Alcuni dicono che la questione climatica ci distrae da problemi importanti, perfino maggiori, come la sovrappopolazione, l’estinzione delle specie, la frammentazione degli ecosistemi, la riduzione delle risorse naturali. Cosa pensi?

«Prima di tutto ci tengo a dire che sia Extinction Rebellion che Scientist Rebellion si stanno focalizzando molto sul clima al momento, per via del summit, ma sono attenti più in generale alle diverse emergenze ambientali. Tutte le problematiche che menzioni sono infatti connesse: ad esempio, la sovrappopolazione porta alla frammentazione degli ecosistemi e degli habitat, e queste a loro volta impediscono a molte specie di migrare per compensare gli effetti del clima. I cambiamenti climatici esasperano in modo drammatico altre problematiche, connesse alla biodiversità e non solo. Ma è importante agire su tutti i fronti».

Quando parli con altri scienziati o scienziate e dici di voler protestare e di volerlo fare come scienziato, quale è la risposta?

«Qualcuno dice “chi te lo fa fare?”, ma i più sono entusiasti e supportano la scelta. C’è sicuramente una generale percezione dell’importanza dell’argomento, la comunità scientifica è compatta. Se non vedete un numero maggiore di scienziati protestare non è tanto per l’essere d’accordo o meno. Credo che sia per l’impegno che l’accademia richiede: fare ricerca, pubblicare, partecipare a conferenze, coniugare tutto con la famiglia, e spesso il vivere in paesi stranieri, in parte distaccati dal tessuto sociale». 

Ora stai facendo lo sciopero della fame e hai intenzione di portarlo avanti almeno fino alla fine della COP26. Se ti potessero ascoltare, cosa vorresti dire ai delegati presenti a Glasgow?

«Hanno già ascoltato le parole di Txai Suruí, Greta Thunberg e di altri attivisti, non credo potrei dire molto che non hanno già sentito. Ho letto di un altro padre che sta facendo uno sciopero della fame per il clima, credo più estremo del mio in quanto si è già dichiarato pronto a morire. Quindi penso ci sia poco da aggiungere riguardo alla responsabilità che i delegati hanno. Non penso ci si possa definire un buon genitore oggi, o un buon politico, se non si dà davvero il massimo per garantire un buon mondo per le prossime generazioni. Forse quello che aggiungerei è che prendere tempo con promesse per il 2050 senza un piano preciso, nella speranza che il problema sia risolto esclusivamente da una nuova tecnologia, una bacchetta magica, non è credibile. Non c’è tempo, e rimandare azioni precise nella speranza che nuove tecnologie emergano è forse un miraggio in buona fede, ma molto più probabilmente una scusa per non agire e rimandare il problema al prossimo governante. L’opinione pubblica è ormai molto attenta, se ne accorgerà. Come scienziati ci impegneremo a valutare la reale attuazione delle misure prese. Le bugie hanno oramai le gambe molto corte in questo contesto. Quindi ai delegati presenti alla COP26 dico: le vostre scelte verranno valutate domani, non nel 2050».

Jacopo Pasotti è un giornalista, fotografo e scrittore di temi legati all’ambiente. Dal Polo nord all’Antartide, dall’Indonesia all’Amazzonia, racconta di società umane e di natura.

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