Perché non ci può essere una soluzione unica alla plastica in mare

Considerare la plastica in mare soltanto come un “problema dell’oceano” è una narrativa obsoleta che deve essere abbandonata. Le fonti, cioè gli usi della plastica nella società, sono il punto da cui devono nascere le soluzioni.

11 minuti | 21 Ottobre 2022

Nel 2013, una spedizione scientifica scoprì abbondanti quantità di microsfere di plastica, provenienti da prodotti di consumo, alla deriva nei Grandi Laghi del Nord America. A quel tempo, la comprensione scientifica delle microplastiche si concentrava soprattutto sugli oceani e sulle microplastiche secondarie, provenienti dalla frammentazione di oggetti più grandi. 

Si sapeva che le concentrazioni più alte di microplastiche erano nelle acque oceaniche internazionali, dove si formavano zone di accumulo nei vortici subtropicali. Ma anche se le osservazioni provenienti da questi vortici erano scioccanti, queste zone erano in acque internazionali, contenevano frammenti di oggetti sconosciuti e quindi erano viste come una tragedia che riguardava beni comuni: tutti e nessuno erano responsabili. 

La scoperta di microsfere di plastica nei Grandi Laghi, però, avvenne in acque nazionali e conteneva un prodotto identificabile: una microplastica primaria sferica, utilizzata come abrasivo in prodotti di consumo come detergenti per il viso e dentifrici. 

La capacità di riconoscere una fonte specifica (individuabile per dimensioni, forma, colore e chimica) e un’abbondanza di studi di laboratorio che dimostrano il potenziale danno delle microplastiche posero le basi per una campagna politica. 

Entro due anni dalla pubblicazione iniziale dello studio, oltre cinquanta ONG, università, scuole di giurisprudenza e dirigenti politici avevano elaborato una politica federale per vietare le microsfere di plastica. Nel 2015, l’ex presidente degli Stati Uniti Barack Obama firmò il Microbead-Free Waters Act. La serie di passaggi che ha portato a vietare le microsfere ha dimostrato che la scienza e la politica, in un settore specifico, possono consentire un intervento mirato a monte.

Plastica in mare, un problema di prospettiva

Questa azione somigliava a precedenti politiche ambientali di successo, come quelle che hanno portato ad affrontare il problema del buco nello strato di ozono, dello smog sulle città e degli sversamenti di idrocarburi sulle coste diversi decenni prima.

Eppure, ancora oggi guardiamo il problema della plastica in mare da una prospettiva oceano-centrica, che non riesce a cogliere la complessità del problema dell’inquinamento dei mari, e quindi ostacola le soluzioni. C’è una diversità di uso della plastica nella società – dai tessuti alle automobili, dagli attrezzi da pesca all’agricoltura – che rappresentano sotto-discipline o “settori” con flussi di materiali, fonti, destino nell’ambiente, impatti e strategie di soluzione talvolta molto diverse. 

Se siamo in grado di distinguere tali settori, allora i responsabili politici, i leader aziendali e il pubblico potranno elaborare strategie di mitigazione più mirate. Il passaggio dalle generalizzazioni alle specializzazioni per settore sarà più efficace e meno soggetto a pregiudizi delle parti interessate.

 

Pulire gli oceani è davvero la soluzione?

Quando l’inquinamento da plastica ha colpito i media mainstream, l’oceano ha catturato l’attenzione del pubblico con titoli che raccontavano di danni alla fauna oceanica, distese di rifiuti galleggianti in mezzo agli oceani e montagne di spazzatura su spiagge remote. Tuttavia, l’oceano è uno dei tanti “compartimenti” ambientali colpiti da questo tipo di inquinamento, inclusi i fondali marini, le coste, i ghiacciai, i fiumi e i laghi, tutti gli ambienti terrestri, gli esseri viventi e persino l’atmosfera.

Gli oceani sono a valle di tutti questi settori e sono spesso il capolinea dell’inquinamento da plastica. Lo shock pubblico iniziale causato dalla plastica oceanica ha ispirato reazioni istintive per affrontare la crisi concentrandosi sugli effetti, piuttosto che sulle cause a monte del problema; di conseguenza, gli appelli alla pulizia e al riciclaggio hanno dominato la narrazione.

Affrontare il problema a monte

Oggi, la scienza ci dice che gli effetti dell’inquinamento da plastica sono molto più ampi e complessi e non riguardano solo gli oceani. Hanno un impatto su molti ambienti diversi e provengono da molte fonti. Ci sono precedenti del passato che ci guidano nel cercare soluzioni.

Decenni fa, il pianeta era afflitto da problemi su scala globale, come lo smog sulla maggior parte delle grandi città, il buco nello strato di ozono e grandi quantità di idrocarburi che si riversavano sulle coste di tutto il mondo. Questi problemi sono stati risolti quando gli impatti a valle hanno incontrato una approfondita comprensione scientifica del problema, che ha portato a interventi politici a monte. Lo smog è stato affrontato con controlli sulle emissioni di veicoli e propulsori nella maggior parte dei paesi industrializzati.
I clorofluorocarburi (CFC), comuni refrigeranti che danneggiano l’ozono, sono stati banditi. La legge marittima ha impedito alle petroliere di scaricare in mare il greggio in eccesso dopo aver consegnato il carico alle raffinerie. Queste politiche si sono rivelate efficaci poiché mirate e specifiche a guidare le politiche su scala globale. Tuttavia, nel caso dell’inquinamento da plastica, c’è troppa complessità perché un’unica soluzione sia efficace. Dobbiamo prima dividere la questione in settori prima di affrontarla.

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Una soluzione per ogni settore

La complessità dell’inquinamento da plastica è aumentata: per questo richiede soluzioni specializzate. Per esempio, le materie plastiche monouso sono molto diverse dai tessuti sintetici o dalle plastiche utilizzate nell’elettronica, nell’agricoltura o nella pesca. La plastica è una raccolta diversificata di contaminanti che contiene molti polimeri, additivi chimici che compiono percorsi diversi nell’ambiente. Inoltre, a seconda del tipo di plastica e del comparto ambientale in cui va a finire, gli impatti ecologici, sociali ed economici possono variare. 

A causa di queste differenze, il modo in cui i responsabili politici gestiscono, per esempio, i resti degli pneumatici è molto diverso rispetto ai metodi che usano per mitigare gli impatti dei rifiuti derivati dalle microplastiche. 

plastica

I 17 settori principali di utilizzo della plastica nella società.

Le discussioni del settore pubblico, politico e privato sui metodi per ridurre l’inquinamento da plastica alla fonte devono prima identificare i settori dei quali desiderano occuparsi, poiché ognuno di questi avrà il proprio repertorio di strategie su misura. Affrontare il problema settore per settore aiuterà a sviluppare soluzioni su misura con misure di intervento più efficaci, spostando l’attenzione dalle fonti di plastica a valle a quelle a monte, e a rafforzare l’attenzione sui flussi di materiali unici (per esempio la gomma per pneumatici rispetto alle microfibre PET).

Questo approccio permetterebbe anche di formare gruppi di consulenza scientifica specialistici con esperti per i tipi diversi di plastica, e di ridurre il rischio che scienziati generalisti o specialisti al di fuori del loro settore di competenza presentino soluzioni obsolete o interpretino in modo errato gli studi già esistenti, con il risultato che le parti interessate pensino che “non ci sono abbastanza conoscenze per agire”.

Dai generalisti agli specialisti della plastica

Con l’aumento esponenziale della ricerca sull’inquinamento da plastica, molti scienziati oggi si sono specializzati in particolari nicchie. Gli scienziati possono dedicare la loro attenzione ad alcuni aspetti della ricerca sull’inquinamento, ma non sono qualificati per rispondere a ogni tipo di domanda.

Prendiamo, ad esempio, un dibattito legislativo su uno specifico contaminante, come le particelle di pneumatici nelle città: sarebbe sconsiderato avere un comitato scientifico consultivo composto da ricercatori che studiano invece il destino degli attrezzi da pesca di plastica negli oceani.

Uno scienziato che è uno specialista fuori tema, o un generalista senza una conoscenza avanzata sugli pneumatici, è meno attrezzato per contrastare le affermazioni delle parti interessate sul consenso scientifico o sugli impatti, soprattutto considerando che le parti interessate dell’industria sono spesso coinvolte nei dibattiti politici stessi.

Un comitato di consulenza scientifica mal curato per campagne pubbliche, private o politiche può inavvertitamente introdurre pregiudizi (ad esempio, fornendo informazioni obsolete o sostenendo pregiudizi soggettivi dei soggetti interessati, creando la percezione di una mancanza di conoscenza nella comunità scientifica). Ciò vale anche quando un’impresa privata cerca un’opinione esperta sui nuovi prodotti e mira a evitare danni causati dai materiali, dal design dell’imballaggio o da un nuovo modello di business. I generalisti dell’inquinamento da plastica, o gli specialisti fuori tema, possono fare più male che bene.

I vantaggi della prevenzione 

Le soluzioni proposte per affrontare l’inquinamento da plastica vanno dal recupero nell’ambiente alla politica per ridurre i rifiuti di plastica alla fonte, con molte altre proposte nel mezzo. Ogni soluzione comporta un costi e benefici, con costi e potenziali danni. 

In generale, i costi economici più bassi e il maggiore impatto si riscontrano in una strategia preventiva a monte, piuttosto che in una bonifica a valle, quando l’inquinamento è ampiamente diffuso e si sono già verificati danni. Tuttavia, la maggior parte delle “soluzioni” che sono state adottate fino a oggi sono soluzioni a valle (ad esempio, la pulizia degli ambienti inquinati e il riciclaggio), piuttosto che strategie preventive (come le soluzioni di design e sui materiali). Un approccio settoriale può identificare meglio dove è possibile attuare strategie preventive per essere più efficaci in termini di costi e ridurre al minimo i danni.

soluzioni

Ciascuna gamma di soluzioni per l’inquinamento da plastica comporta costi finanziari e impatti diversi, commisurati alla riduzione del danno.

Il volume della ricerca continua a crescere rapidamente, e con esso stanno nascendo nuove sotto-discipline. Sono emerse nuove riviste (ad esempio Microplastics and Nanoplastics Journal) e si sono formate nuove coalizioni nel settore della pesca, nel settore tessile e ion quello dei prodotti alimentari monouso. Il campo trarrebbe vantaggio da uno sforzo più intenso per formare coalizioni, riviste scientifiche e conferenze in ciascun settore, e affrontare il problema di eliminare i danni causati dall’inquinamento da plastica durante conferenze internazionali più grandi sull’argomento.

 

Monitorare i compartimenti, mitigare i settori

Distratti, abbiamo già fatto passare un decennio. La visione incentrata sull’oceano con l’immagine di leggendari “vortici di plastica” ha in gran parte guidato l’interesse pubblico e privato su questo argomento. Ciò ha inavvertitamente favorito interventi a valle basati su un presupposto in buona fede, ma erroneo: che la pulitura degli oceani sia un obiettivo primario. 

Pulire gli oceani è stato inquadrato come soluzione principale a cause di due spinte. La prima non intenzionale, che deriva dall’idea diffusa – e sbagliata – secondo cui la risoluzione di un problema avvenga nello stesso luogo in cui si verifica il danno, guidando l’interesse pubblico e il finanziamento collettivo. La seconda intenzionale, data dai portatori di interesse privati che si fanno forza della distrazione per distogliere l’attenzione e le responsabilità dal loro settore. 

Si sono formate alcune organizzazioni, come 4Oceans e Ocean Cleanup, influenzate dalle ideologie della cultura pop, con l’obiettivo di risolvere il problema dell’inquinamento da plastica cercando di ripulire gli ambienti in cui si trova la spazzatura, con effetti, ad oggi, minimi.

Sosteniamo che i comparti ambientali servano al monitoraggio, mentre la mitigazione deve avvenire alla fonte, o nel “settore” responsabile. Abbiamo assistito a una rapida espansione del monitoraggio ambientale. Sono in atto sforzi in tutto il mondo per monitorare il ghiaccio marino polare, i sedimenti, il suolo, l’acqua di mare, i laghi, i fiumi, le acque reflue, l’atmosfera e gli esseri viventi. Tuttavia, non è stata prestata sufficiente attenzione allo sviluppo e all’attuazione di soluzioni vicine alla fonte. La decostruzione della complessità in settori consentirà alle strategie di mitigazione di essere più efficienti e appropriate.

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“Lascia che ti mandi da uno specialista”

Come dimostra il caso delle microsfere di plastica che abbiamo citato all’inizio, gli scienziati devono prendere l’iniziativa, poiché sono esperti della diversità della chimica, dei flussi di materiale, dei compartimenti riceventi e degli impatti. Identificando i settori di utilizzo della plastica nella società, gli scienziati possono servire meglio il dialogo politico, privato e pubblico portando attivamente al tavolo gli esperti giusti. 

Gli scienziati hanno la responsabilità di comunicare il loro lavoro e di indicare agli altri quando sono necessarie altre competenze. Proprio come i medici dicono “Lascia che ti mandi da uno specialista”, anche i ricercatori sull’inquinamento dovrebbero indirizzare i responsabili politici e il pubblico verso specialisti del settore. Col tempo, questo creerà una cultura in cui le future parti interessate popoleranno le loro advisory board con i giusti scienziati specializzati in tessuti, frammenti di pneumatici, attrezzi da pesca e così via, a seconda delle necessità.

Il ruolo di politici ed esperti

I responsabili politici dovrebbero conoscere il settore o i settori dell’inquinamento da plastica su cui stanno tentando di legiferare e invitare specialisti a fornire dati al processo decisionale. L’aiuto di un gruppo informato di esperti aiuterà a tenere sotto controllo i pregiudizi degli stakeholder, contestando le loro affermazioni, mettendone alla prova gli studi e fornendo un contesto sugli impatti in questione. Per gli sviluppatori di prodotti, un obiettivo comune sarà ridurre al minimo i danni derivanti dalla progettazione di nuovi prodotti o imballaggi. 

Un generalista potrebbe trascurare le prove più recenti e specifiche del danno da evitare, mentre un esperto del settore non lo farebbe. Le ONG che creano campagne di comunicazione dirette a un settore rischiano di creare disinformazione a causa di conoscenze obsolete o incomplete, se consigliate da un generalista.

Proprio come in altre discipline scientifiche, una maggiore conoscenza si traduce in una diversità di pensiero. La specializzazione in ingegneria e medicina, per esempio, ha dato origine a suddivisioni all’interno di questi campi. L’inquinamento da plastica dovrebbe seguire questi esempi per facilitare e accelerare migliori strategie di mitigazione. Non c’è tempo da perdere.

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  • Elisabetta Zavoli

    Elisabetta Zavoli è una fotografa documentarista specializzata nelle tematiche ambientali e nel rapporto tra esseri umani e ambiente.
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  • Lisa M. Erdle

    Lisa M. Erdle è biologa e ricercatrice nel campo delle microplastiche. Lavora in California.

  • Marcus Eriksen

    Marcus Eriksen è un biologo marino e co-fondatore del 5 Gyres Institute che studia l’inquinamento da plastica negli oceani del mondo. È co-fondatore di Leap Lab, un centro per l’arte e la scienza. È anche un veterano di guerra e autore di libri e documentari dedicati all’inquinamento degli oceani.

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